Di Venere e di Marte

Manuale della fantascienza                                                                                    Fabio Calabrese

 

 

DI VENERE E DI MARTE

 

 

 

 

Chiedo scusa al lettore se aprirò questo articolo con un accenno alla mia personale attività di scrittore per motivi che saranno subito evidenti.

Come autore, ho la pessima abitudine di non datare miei manoscritti, e solo per alcuni di essi sono riuscito in un secondo momento a ricostruire una datazione almeno approssimativa. Tuttavia il racconto I figli del deserto, pubblicato sul n. 3/1977 della fanzine "The Time Machine", sono in grado di datarlo con sicurezza, la data è quella del 19 giugno 1976, e la ragione è molto semplice, probabilmente è stato proprio questo mio racconto a chiudere un'epoca nella storia della fantascienza, un'epoca che passa attraverso Stanley Weinbaum. Leigh Brackett, Ray Bradbury, partendo dall'Uovo di cristallo e la Guerra dei mondi di Herbert G. Wells (1). Già dagli anni '60 si sapeva che Marte era forse l'unico pianeta del sistema solare in cui non era del tutto inverosimile trovare tracce di vita extraterrestre. Il 20 giugno 1976, sarebbe atterrata sul suolo del pianeta rosso la sonda spaziale americana Viking 1. e avrebbe risolto la questione in un senso o in un altro, ed io scrissi appositamente il racconto alla vigilia di questo evento sospettando fortemente che in realtà. vita su Marte non se ne sarebbe trovata. Il racconto, scritto volutamente con un gusto retrò di fantascienza vecchia maniera, era la storia di uno spaziale, un reduce di una grande guerra in cui la Terra era stata sconfitta da non meglio precisati invasori, che si era ritirato a vivere tra le dune rosse e la sparuta popolazione di indigeni marziani (le ultime creature, temo, di cui la fantascienza abbia popolato quel pianeta), voltando le spalle alle ambizioni di rivincita dei suoi simili più ostinati.

Già prima delle missioni Viking, il più grosso ostacolo a ritenere possibile l’esistenza su Marte di forme di vita un po' più evolute dei batteri. era la presumibile mancanza di ossigeno libero nell'atmosfera del pianeta. Per risolvere il problema, in una parte del racconto che poi ho omesso per l'eccessiva lunghezza , descrivevo come l'ecosistema marziano si rifornisse di ossigeno: le piante ne estraevano una grande quantità che si depositava nei tessuti sotto forma di composti ossidati dal suolo ricco di ossidi di ferro, gli erbivori nutrendosi delle piante lo liberavano all'interno del proprio organismo dove tornava disponibile per i processi metabolici, la stessa cosa facevano poi i carnivori.

Come minimo, questi ipotetici animali marziani avrebbero dovuto avere la pelle a tenuta d'aria ed un doppio palato a camera stagna! Sono poi -tornato- altre due volte sul pianeta rosso, con i racconti I superstiti e Cyplas. In I Superstiti, tre astronauti - scienziati cercano inutilmente di scoprire se Marte abbia ospitato o meno la Vita nel lontano passato (ma il vero centro di interesse del racconto è dato dalla difficoltà degli astronauti a riadattarsi alla vita quotidiana) (2). Cyplas è una storia di deportati sul pianeta Marte, uomini i cui corpi hanno subito una bizzarra trasformazione biologica per consentire loro di sopravvivere alle avverse condizioni del pianeta (3); una storia che, più che al Marte poetico di Bradbury si avvicina a quello cupo e allucinato di Noi marziani di Philip K. Dick (4). Il fatto è che per chi ha letto ed ammirato Cronache marziane  (5) e la rivoluzione stilistica e tematica introdotta da Bradbury nella fantascienza, rivalutando la fin allora ignorata arte del "saper scrivere”, rimane difficilissimo non cedere alla tentazione di far rivivere qualcosa di The Martian Chronicles cercando di conciliarlo con i dati scientifici più recenti, impresa certo non facile.

Come ho spiegato nel capitolo precedente, per quanto riguarda il sistema solare e la presenza di vita sui pianeti "nostri vicini di casa”, le conclusioni scientificamente aggiornate sono decisamente sconsolanti, e fanno di quasi tutta la fantascienza su questo argomento un campionario di sogni sfatati. Sicuramente un domani non esploreremo le antiche città marziane in rovina, non ci addentreremo nelle giungle di Venere, tanto meno ci aspetta un incontro con il "Gran Lunare” di Wells.

Certo, è sempre possibile immaginare un universo parallelo in cui esistano un Sistema solare ed una Terra simile alla nostra, in cui però anche gli altri pianeti siano abitati, ma in questo caso andrebbe persa la plausibilità della fantascienza, che diverrebbe una sorta di favola: non è certo credibile una letteratura basata su di una cosmologia sistematicamente in contrasto con le nostre conoscenze reali. E' ben vero che in Assurdo universo Frederic Brown (6) ha fatto proprio un’operazione di questo tipo, presentandoci una Luna abitata da mostri purpurei ed un'umanità terrestre in guerra con le mostruosità provenienti da Arturo, ma lo ha fatto nel quadro di una satira della Space Opera vecchia maniera. E allora la fantascienza deve per forza abbandonare il Sistema solare per dedicarsi allo Spazio Profondo, dove le distanze interstellari ed il limite della velocità della luce comportano analoghe difficoltà difficilmente sormontabili, o abbandonata l'esplorazione del Cosmo come una sorta di mito giovanile, deve limitarsi all'ucronia ed alle speculazioni sociologiche?

Non credo che una tale rinuncia sia necessaria: la fantascienza non ha il compito di descrivere una puntuale cronistoria del futuro, ma di raffigurare i sogni, i miraggi, gli incubi dell'uomo di oggi sul futuro, compatibilmente le nostre conoscenze. Dipende dall'abilità dello scrittore e dal suo estro immaginativo saper trarre squarci di fantastico da questo sistema solare banale e vuoto, come del resto dal nostro orizzonte terrestre, apparentemente così scontato e banale fino alla nausea.

Prendiamo la luna, ad esempio: il nostro satellite è stato raggiunto dall'uomo nel 1969, ed è oggi esplorato e conosciuto nei suoi aspetti essenziali al punto da sapere che è solo un enorme, morto ciottolo cosmico privo di atmosfera. Questo non ha impedito a Poul Anderson di scrivere una bellissima storia di argomento lunare: Quella luce; (7) scoprire in un cratere lunare la stessa peculiare luminosità che compare nel quadro La vergine delle rocce di Leonardo da Vinci, non ci porta forse a scorgere l'ancora insospettata dimensione della genialità dello scienziato e artista toscano?

Vedendo le cose in retrospettiva, è singolare constatare con quanta rapidità nel giro di pochi decenni, la ricerca scientifica abbia tolto il terreno sotto i piedi alla fantascienza, presentandoci l'immagine di un sistema solare vuoto e inabitabile. Ancora nel 1951 non uno scrittore di fantascienza ma un astronomo, Kenneth Heuer, scriveva: "Forse su Marte c'è una vasta civiltà sotterranea che vive in città collegate tra di loro da complicati sistemi di gallerie" (cit. in Gene Bylinsky La vita nell'universo di Darwin, p. 162) (8).

Ma il Pianeta Rosso può ancora riservare delle sorprese, le missioni Viking non hanno ancora consentito di escludere del tutto la presenza di una vita presente o tanto meno passata su Marte:

“La telecamera del lander (il modulo di atterraggio delle sonde Viking) funzionava non come una cinepresa ma come una macchina per telefoto di quelle usate nei giornali. Per costruire un 'immagine a colori formata da 750 linee ognuna costituita da centinaia di punti, impiegava dieci minuti. Se un canguro marziano avesse attraversato il campo dell'inquadratura, non avrebbe lasciato traccia del suo rapido passaggio, e neppure una tartaruga”. (Gabriele Bianucci: Il nuovo Sistema solare, pag. 78, in a cura di Piero Angela Le frontiere della scienza) (9). Nemmeno le prove microbiologiche tendenti ad accertare la presenza di batteri nel suolo marziano hanno dato risultati conclusivi. Secondo l'astronomo Carl Sagan,

"E’ troppo presto per dirlo, tutti i risultati di microbiologia della missione Viking possono essere spiegati dalla chimica inorganica”.

Se dunque le missioni Viking non hanno forse detto la parola definitiva sulla vita su Marte, ci hanno però lasciato alcuni bizzarri interrogativi. In una delle prime telefoto trasmesse dal Viking 1, si vedeva in primo piano una roccia recante del segni che somigliavano stranamente a lettere e numeri del nostro alfabeto, una B, una G e un 2. Una coincidenza, ma che dire allora dell'immagine trasmessa il 1 agosto 1976 di una collina lunga un chilometro che sembra scolpita in modo da riprodurre un volto umano, ed a cui Gilda Musa si è ispirata per il racconto Visto dall'alto, da lontano (10)? (11). Coincidenze, fantasie, suggestioni? Probabilmente, ma sembra proprio che almeno un pezzettino del Marte sognato da Ray Bradbury, Stanley Weinbaum, Leigh Brackett, voglia continuare ad aderire tenacemente alla realtà.

Se Marte ha ospitato la vita sia pure nel lontano passato, non è detto che esso non abbia in serbo delle sorprese veramente brutte per noi sulla Terra, come si premurano di avvertirci sia Nigel Kneale in Quatermass e il pozzo (12), sia Louis Charbonneau in I cristalli maledetti (13). Fortunatamente, sono molto più elegiaci i toni di Anna Rinonapoli in Apparentemente invisibile (14) in cui descrive con mano delicata l'ecologia di un pianeta morente che potrebbe anche essere Marte così come ce l’ha prospettato tutta una scuola fantascientifica, ma i marziani sono gente che in ogni caso è meglio non sottovalutare, i "marziani”, gli ometti verdi con le antenne sono diventati una figura topica della fantascienza e delle barzellette sulla fantascienza, indipendentemente dall'abitabilità o meno del loro presunto pianeta d'origine. Cosa accadrebbe se venissero veramente sulla Terra? Ci farebbero vedere i sorci, naturalmente verdi. E' quanto ci racconta Fredric Brown nel suo divertente romanzo Marziani andate a casa (15).

In una posizione opposta a Marte rispetto all'orbita terrestre, si trova Venere. Fino agli anni '3O, il turismo nelle giungle e sugli oceani venusiani (poi rivelatisi inesistenti) era uno sport molto popolare negli ambienti fantascientifici, ma era poi rapidamente declinato man mano che si diffondevano nozioni esatte sulla reale situazione climatica del pianeta: nonostante gli sforzi di Ray Bradbury, che ingaggiato dalla pro loco venusiana decantava la possibilità di godere su Venere di Tutta l'estate in un giorno (16), cinquecento gradi centigradi al suolo (per non parlare dell'atmosfera di metano e ammoniaca) risultavano un concentrato di estate un po’ troppo eccessivo. Nel 1962, dopo la diffusione della nuova cosmologia del sistema solare, l'unico ad aver visitato Venere in tempi recenti, era ancora Jack O'Shea, l'astronauta nano de I mercanti dello spazio (17). Sorprendentemente, negli anni successivi c'è stato un ritorno d'interesse per Venere, ed un certo movimento.

Sotto la direzione di David Grinnell (Dietro questo pseudonimo in realtà si cela il buon vecchio Donald A. Wollheim) è avvenuta una spedizione un po' meno esigua di quella di O’Shea, ed i suoi astronauti sono andati a scalare una lunga formazione rocciosa nota come Il gradino di Venere (18). Se gli astronauti di Grinnell fanno dell'alpinismo, qualcun altro invece si dedica all'archeologia e questa volta i Paesi dell'Est non hanno voluto rimanere indietro. Ne Il pianeta morto (19) di Stanislav Lem, una spedizione dell'Europa orientale su Venere scopre tra l'altro i resti di una grande civiltà estinta (estintasi probabilmente per aver ignorato i principi del socialismo e del materialismo storico), e la risposta ad alcuni gialli come quello della misteriosa "meteora” del Tunguska, esplosa nel 1908 sopra la Siberia, e che, apprendiamo, non era altro che un’astronave atomica venusiana disintegratasi per un'avaria nell'atmosfera del nostro pianeta.

Frederick Pohl, dopo aver lasciato per vent'anni in sospeso l'esplorazione e la colonizzazione di Venere al punto dove le aveva lasciate O'Shea, si è deciso a rimettere le cose in moto.

Ne Gli antimercanti dello spazio (20), nonostante tutte le difficoltà climatiche, sotto l'egida del "capitalista buono” Mitchell Courtenay, il pianeta Venere diventa il ricettacolo di tutti gli insoddisfatti, gli sbandati, i contestatori che ne hanno le scatole piene della vecchia Terra e del paternalismo capitalistico. Si ripropone così all'interno del Sistema solare, una situazione molto simile a quella che Ursula Le Guin ci aveva fatto conoscere sui pianeti Anarres e Urras; speriamo che anche questa volta non siano i reietti dell'altro pianeta a saperla molto più lunga di noi (21).

La presenza italiana su Venere, c’era da aspettarselo, a sua volta, non è dettata da motivi scientifici né sportivi: Il protagonista di Vicolo cieco di Gustavo Gasparini (22) fugge su Venere per sfuggire alla giustizia, rifarsi un'identità "pulita" e arricchire, e invece finirà ovviamente male.

Un problema (oltre a tutti gli altri che abbiamo già visto) che è presente da sempre nella fantascienza, una volta superata la fase pionieristica nella quale erano ancora credibili le astronavi costruite in giardino con pezzi di ricambio d’automobile, è dato proprio dal fatto intrinseco che le imprese spaziali non sono certo fattibili con mezzi artigianali, ma richiedono tecnologia avanzata ed investimenti finanziari enormi che non sono alla portata se non dei governi, o, nel caso dei privati, se non di ricchissimi magnati della finanza e dell’industria internazionali.

Gli ambienti nei quali si muovono le persone in possesso dell’avanzato know how tecnologico richiesto, sono di solito freddi ed asettici, popolati da tecnici perlopiù anonimi ed impersonali sotto il camice bianco, uomini di scienza magari grandissimi ma la cui vita sembra svolgersi prevalentemente in una dimensione mentale e cerebrale. La letteratura (e la fantascienza è una letteratura, ci parla in primo luogo di emozioni e sentimenti umani); ed allora come fare, descrivendo situazioni, ambienti, personaggi, così aridi da questo punto di vista?

Un nostro autore che è riuscito a risolvere il problema in maniera brillante, con quello che direi un vero colpo di genio, è Renato Pestriniero.

Come fare a collocare nello spazio circumterrestre una società di emarginati, di derelitti, ciascuno dei quali con una storia più o meno disperata alle spalle? Pestriniero ce lo spiega nel racconto Relitti  (23) e nel romanzo Settantacinque long tons (24).

Le orbite dello spazio attorno al nostro pianeta si stanno sempre più trasformando in una pattumiera; già oggi si calcola che nello spazio adiacente alla Terra orbitino qualcosa come cinquemila satelliti artificiali di cui solo circa seicento attivi, ma c’è anche molto altro: stadi di missili abbandonati, oggetti ed attrezzi perduti dagli astronauti in attività extraveicolare, e relitti e rifiuti di ogni genere e dimensione. In futuro è probabile che questa spazzatura cosmica che oltretutto può costituire un serio pericolo per la navigazione nei dintorni del nostro pianeta, sia destinata ad aumentare sempre più.

Ecco dunque la trovata geniale di Pestriniero che immagina che nel futuro sorgerà attorno alla Stazione Spaziale Internazionale (quella oggi in costruzione per sostituire la vecchia MIR) una baraccopoli fatta di vecchi moduli spaziali, stadi di razzo esauriti, abitati da una popolazione di emarginati dello spazio dediti all’attività del recupero di questi rifiuti, e rifiuti umani loro stessi, tollerati per l’utilità del loro lavoro, e disprezzati dai “veri” uomini spaziali. Nel romanzo, si seguono in particolare le storie di tre di loro e le vicende che li hanno condotti ad essere dei “paria dei cieli”, vicende che lasciano intravedere l’opera dietro le quinte di una potente corporazione che gestisce i mercati spaziali e non si fa scrupolo di ricorrere alle vietatissime manipolazioni genetiche sugli esseri umani per dar vita a creature in grado di colonizzare i pianeti ostili. Se c’è ancora qualcuno convinto della presunta inferiorità della fantascienza italiana rispetto a quella anglosassone, legga Settantacinque long tons e si dovrà ricredere.

 

 

 

 

 

Note

1)                Fabio Calabrese: I figli del deserto, The Time Machine n. 3/77, Padova 1977.

2)                 I superstiti, concorso letterario World S.F. 198~1, 

3)                Cyplas, Pulp n. 10, Torino 1985.

4)                Philip K. Dick: Noi marziani (Martian Time-slip), Nord, Milano 1973.

5)                Ray Bradbury: Cronache marziane (The Martian Chronicles), Mondadori Oscar, Milano 1954.

6)                Frederic Brown: Assurdo universo (What Mad Universe!), I romanzi di Urania n. 25, Mondadori Milano 1953.

7)                Poul Anderson: Quella luce (That Light), in a cura di P. Francioli e L. Volpatti, Mille e una luna, Oscar Mondadori, Milano 1979.

8)                Gene Bylinsky: La vita nell’universo di Darwin

9)                Gabriele Bianucci: Il nuovo Sistema solare parte II, in a cura di Piero Angela: Frontiere della scienza, supplemento a “Scienza ‘84”, Gruppo Editoriale Fabbri 1984.

Occorre aggiungere che quest’articolo è stato scritto, come la gran parte del materiale che compone il Manuale di fantascienza, attorno al 1985. Ancora oggi, tuttavia, dopo le missioni Mars Express, Spirit, Opportunity, non siamo ancora in grado di escludere del tutto la presenza di vita presente o passata su Marte.

10)            Gilda Musa: Visto dall’alto, da lontano in a cura di Inisero Cremaschi: Universo e dintorni, Garzanti, Milano 1978.

11)            Questo è un giallo tra i misteri del Pianeta Rosso. Presentando il racconto di Gilda Musa, Inisero Cremaschi scriveva:

“Gilda Musa è stata invece sollecitata dalle crittografie fotografate dal “Viking 1” sulla superficie di Marte, oltre che dal profilo umano scolpito in una collina lunga oltre un chilometro nella zona di Utopia: un bellissimo viso di donna fuggevolmente trasmesso dal TG 2, il 1 agosto ’76, ed in seguito mai più apparso sui teleschermi e ignorato dai giornali”.

Si tratta della famosa e discussa “sfinge” marziana o di qualcos’altro? In effetti, neppure con lo sforzo di fantasia più acceso si può descrivere il volto della “sfinge” come “un bellissimo viso di donna”. Oltre tutto, l’antologia Universo e dintorni è stata pubblicata nel 1978, e dal ’76 al ’78 della “sfinge” marziana si è parlato parecchio, e la sua immagine enigmatica è stata variamente riprodotta su periodici e riviste. E le “crittografie” cui allude Cremaschi, si tratta dell’ “iscrizione” B G 2 o di altro ancora? Anche di questo non si è più parlato. Sembra proprio che su Marte vi siano dei misteri che la NASA e le altre Agenzie spaziali non hanno nessuna fretta di chiarire!

12)            Nigel Kneale: Quatermass e il pozzo (Quatermass and the Pit), Urania n. 300/305, Mondadori Milano 1963.

13)            Louis Charbonneau: I cristalli maledetti (Corpus earthling), Urania n. 268, Mondadori Milano 1961.

14)            Anna Rinonapoli: Apparentemente invisibile in a cura di Robert Silverberg e Inisero Cremaschi: Zoo fantascienza, Dall'Oglio 1973.

15)            Frederic Brown: Marziani, andate a casa (Martians, go Home), La Tribuna, Piacenza 1961.

16)            Ray Bradbury: Tutta l’estate in un giorno (All Summer in a Day), S.F.B.C. n. 2, La Tribuna Piacenza 1963.

17)            F. Pohl, C. M. Kornbluth: I mercanti dello spazio (The Space Merchants), Oscar Mondadori, Milano 1975.

18)            David Grinnell (Donald A. Wollheim): Il gradino di Venere (To Venus! To Venus!), Urania n. 588, Mondadori Milano 1972.

19)            Stanislav Lem: Il pianeta morto, Baldini e Castoldi 1963.

20)            Frederic Pohl: Gli antimercanti dello spazio, Urania n. 998, Mondadori Milano 1985.

21)            Ursula Le Guin: I reietti dell’altro pianeta (The Dispossessed), La Tribuna, Piacenza 1976.

22)            Gustavo Gasparini: Vicolo cieco in a cura di Inisero Cremaschi: Universo e dintorni, Garzanti Milano 1978.

23)            Renato Pestriniero: Relitti in a cura di F. Forte e G. Lippi: Strani giorni Urania Millemondi primavera, Mondadori Milano 1998.

24)            Renato Pestriniero: Settantacinque long tons, Perseo Libri, Bologna 2003.