STORIA DI UN «UOMO»

Vittorio Catani

 

STORIA DI UN «UOMO»

 

 

 

 

A quattro numeri di distanza dall’ultima apparizione sulle pagine di narrativa di Continuum, Vittorio Catani torna a proporci un racconto assolutamente straordinario per quantità e forza delle sensazioni impresse alla narrazione.

La traumatica condizione di far parte dell'obsoleto dinanzi al nuovo che avanza, le pulsioni erotiche e la potenza percettiva della natura verso la quale l'uomo risulta così infinitamente inferiore danno origine a un’autentica valanga emotiva gettata su una trama dolcemente crudele e spiazzante.

Questo racconto è incluso nel volume antologico “L’essenza del futuro” (Perseo Libri Srl, 2007) che in circa 670 pagine raccoglie 63 storie (lunghe, medie, brevi, brevissime) di Vittorio Catani: una “summa” di quanto lo scrittore pugliese ha pubblicato in 45 anni di attività, dal 1962 ad oggi. 

Roberto Furlani

 

 

 

La piccola chiatta scendeva pigramente sull'Ofanto tra le rive strette, fitte di canneti. In piedi a poppa Omero manovrava il remo con entrambe le mani, spingendo l'imbarcazione sull’acqua immobile. Nonostante i gesti misurati lo sguardo dell'uomo tradiva apprensione. L’aria era grigia, un pastello che sfumava in una traccia rosata.  Nella campagna gravava un silenzio totale.

Un lontano stormo di gazze scivolò verso un filare di eucalipti e le tinte soffuse del paesaggio esaltarono i punti neri in movimento. – Finalmente ci sono. Un paio di chilometri ancora  – bisbigliò Omero. Il volto restava tirato.

L'acqua bassa e torpida gorgogliava appena all’ondeggiare del remo. Lì l'Ofanto creava un'ansa: superatala, si aprì un ampio slargo sulla campagna piatta, la propaggine meridionale del Tavoliere delle Puglie. L’uomo cercò sullo sfondo, dietro la macchia scura di pini altissimi, e scorse la costruzione di pietra grigia. Non c'era un alito di vento.

Sapeva di non poter competere con la loro vista,  per  quanto la sua fosse ottima; certamente lo avevano già individuato. Accostò senza fretta l’imbarcazione e la trasse sul greto legando la fune.

– Bentornato, Omero – gli dissero.

Soltanto allora lui li guardò.

– Ciao, Mily... Leia, Nessa... – Li abbracciò. – Vi trovo in gamba. Sono felice, davvero. – Capì che non mentiva.

Mily era alto due spanne più di lui, biondo come il grano del Tavoliere e con occhi di un azzurro incredibile. – Ti aspettavamo, vecchio! – disse, e ridendo lo afferrò per i polpacci sollevandolo a due metri dal suolo. Leia e Nessa gli saltellavano in­torno schiamazzando. – Per carità, ragazzi, mettetemi giù – pro­testò  debolmente.

– Lascia – esclamò Nessa – lo vedi che non gli piace? – Mily continuava a ridere senza freno, alzandolo ancora come se fosse una piuma. – E lascialo ti dico, cafone! – Nessa si appese ai pie­di di Omero, tirando. Leia sopraggiunse di corsa zompandole addosso e aggrappandosi anche lei. Finirono col rotolare tutti sul terreno. I tre si sollevarono di scatto lasciando Omero a rassettarsi, e si rincorsero con energia inesauribile giocando alla cavallina.  Nessa gli gridò: – Omero, hai fame? Mily, vuol mangiare. Basta, accidenti!

Più tardi, dopo una buona doccia calda, l’uomo era con loro nella fresca penombra della vecchia casa, tutti seduti alla tavola. L'avevano imbandita in suo onore con zuppa di fagioli e lardo, pane casereccio, uva, e un fiasco di nero. Omero mangiava con appetito. – E' molto bello ritrovare una casa – disse. Anche i  tre mangiavano, sorbendo lentamente i loro intrugli.

– Tre an­ni! – commentò Leia sorridendogli. Era formosa, bruna, e nel bel viso pieno spiccavano occhi grigi impertinenti. La pelle color mattone cotto era  indicibilmente liscia. Mostrava un'età apparente sui diciotto o diciannove anni, come Mily.

– Ti prego, raccontaci. Dove sei stato, cosa ti è accaduto – disse Nessa. – Resterai, stavolta? –  aggiunse fissandolo.

– Forse... – disse  lui incerto. Strinse la mano che Nessa gli tendeva. Nessa aveva un'età apparente di sedici anni (sedici anni straripanti), ed era alta meno degli altri due; il suo caschetto ricciuto color nuvo­le rosse al tramonto incorniciava occhi  chiari e tante lentiggini. – Forse stavolta rimango davvero. – Nessa gli si ac­costò e lo baciò su una guancia. Lui sentì il suo profumo, ma era troppo stanco e represse la sensazione che minacciava di turbarlo. – Vi interessa davvero che racconti qualcosa?

– Abbiamo seguito sempre le cronache tv e alla connessione – disse Mily sorridendo con i suoi occhi magnetici. – Ma  ascoltare da te sarà diverso.

Con pazienza, Omero diede stura ai ricordi. Il pomeriggio avanzava lento, addensando ombre nello stanzone tra i vecchi mobili scuri. – Ultimamente – disse – sono stato qualche settimana sull'Appennino dauno. Forse in giro non se ne parla, ma in quei boschi stanno convergendo decine di malintenzionati. Bisognerà stare all'erta, ho visto cose spiacevoli. C'è qualcuno che non condivide ciò che sta accadendo... – Esitò.

Cominciò a narrare del suo viaggio per l'Italia e l'Europa, un vagabondare inquieto che lo aveva convinto di star sprecando tempo. – E tempo ne resta poco, forse, per la Storia – aggiunse. Spiegò anche che aveva incontrato molti di loro, in gruppi, ed erano tutti giovani, in gamba, carichi di energie e in numero crescente.

Non si sentì però di esternare voci colte qua e là. E cioè che tutto accadeva perché il loro numero globale doveva aver sfondato un certo tetto naturale, etologicamente parlando, oltre il quale restava compromesso il territorio psicologico dell'uomo. Perché l'Homo sapiens era pur sempre un animale. Il sapiens li aveva creati a sua immagine e subito diffusi entusiasticamente in maniera indiscriminata... co­me una volta i clorofluorocarburi. Ed ecco, improvvisamente accadeva qualcosa. Doveva essere scattato un meccanismo evoluzionistico. D'altronde i Neanderthal... be', quelli (pensava Omero) probabilmente non si erano neanche accorti che i Cro-Magnon li stavano soppiantando, o forse solo a processo quasi completato.

– Ho visitato decine di paesi – continuò a raccontare. – Centinaia di ducati, repubblichette e micro-imperi. Ormai sembra impossibile trovare l'ombra di un vero governo centrale. – Il meccanismo pa­reva stesse innescando strani effetti indotti, uno sgretolamento del potere tradizionale. Salvo sporadici episodi di violenza, tutto avveniva in sordina, con una preminenza di apparenze civili che facevano pensare a un sostanziale disinte­resse dell'uomo, un lassair faire sintomo d’una sua sotterranea abdicazione. Mily esclamò:

– Qui c'è stato il rovesciamento del Contado di Capitanata. Il Governatore è stato defenestrato dall'Areopago di Barletta.

Parlarono ancora, mentre sopraggiungeva la sera. Poi passa­rono sul patio.

Veniva un sentore di fieno appena tagliato e, a tratti, l'odore fresco del fiume. Unitamente alla limpidezza notturna che esaltava il tremolio delle stelle, per Omero era una cosa forte, quasi insostenibile. La natura urlava, percuoteva più viva che mai. “Ne sono felice” pensò “è questo che conta, non l'uomo”. Nel tempo dell'universo l'uomo non era che un piccolo accidente dell’ultimo minuto.

– C’è stato da lavorare sodo, in questo periodo – disse Leia. – Semina, aratura... per te, sperando che tu tornassi. I granai scoppiano. Abbiamo seguito la tv e ci siamo collegati con le con­nessioni logiche planetarie. – Omero approvò. Essi si dedicavano anche a certe loro attività. Improvvisamente una piccola ombra zigzagò nel cono di luce sul patio. Leia scattò dal dondolo e si perse nel buio della campagna. Quando tornò, si stava ripulendo le mani annerite a uno straccio.

  Non avevo mai preso un pipistrello di questi, prima – disse ridendo. –  Sono fatti in modo strano! Secondo te, Omero, sono belli o brutti? – Suo malgrado Omero rabbrividì per il gesto di Leia. Erano vampiri (Desmodus rotundus), da qualche tempo diffusi un po' dovunque, anche in Europa. – Sono bellissimi – sussurrò. La Terra intera era viva  bella e intensa come mai prima. Non avrebbe voluto smettere di star lì a parlare negli odori della notte scrutando le stelle limpide, ma era stanco e aveva avuto giorni pesanti. – Ragazzi, ora andrò a dormire – mormorò.

 

*     *     *

 

Poco dopo era a letto: coltri di lino candido su un alto materasso di crine crocchiante. Ma stentava a prendere sonno. Più tardi udì aprirsi la porta della camera. Un corpo gli si accostò, due mani tiepide e meravigliosamente lisce cercarono le sue.

– Sono io, Omero. Posso restare con te?

Egli carezzò il volto perfetto, il collo, le spalle. Nessa era spogliata. – Grazie, piccola, ma in questo momento non ne ho gran voglia. Scusami.

– Posso almeno starti vicina?

– Certo. – Nessa si sdraiò accanto. Sentiva il respiro di lei, era caldo e profumato.

– Omero...

– Sì?

– Dunque sei tornato. L’avevi promesso! Dimmelo... Stanotte?

Per lunghi minuti lui rimase di pietra. Tre anni di vagabondaggi insoddisfatti, ma non riusciva a rimpiangerli. Stette immobile un tempo indefinito. Sapeva che lei avrebbe atteso. Infine annuì. – D'accordo, allora. Stanotte.

– Con me?

– Con te. Sei sempre tu la mia preferita, lo sai.

Uno scatto felino, e Nessa andò a prendere il traslatore. Pose la piastra leggera sul risvolto del lenzuolo, poi aiutò Omero a sistemare i sensori sul cuscino, aderenti al capo di lui.

– Per te ci penso io – disse l'uomo. Nel buio cercò sotto i riccioli rossi e inserì le entrate. Come umano sintetico, Nessa possedeva un'unità cerebrale di prim'ordine: tre miliardi di nanocomponenti che le offrivano una scelta superveloce fra un numero incalcolabile di attività mentali, reazioni di base, movimenti del corpo. – Piccola Nessa...

– Dimmi – sussurrò lei baciandogli leggera le labbra.

– Ti avviserò io, quando vorrò lo stop. – Sospirò. – E... voglio precisare una cosa. Le informazioni personali devono restare ri­servate: esclusivamente per te. Del rimanente, disponi come vuoi.

– Grazie. Andiamo? – Gli percosse leggermente l'incavo dell'avambraccio, l'ago empatico trovò subito la vena. Nessa gli fis­sò la siringa al bicipite con l'adesivo, poi operò opportunamente alla tastiera del traslatore. – Non muoverti – lo avvisò.

Ora in Omero cresceva un piacevole torpore. Come se egli scivolasse in un sonno particolarmente riposante, anche se non era così. Restava sveglio e pensava; il liquido che lo invadeva gli sollecitava ricordi, concetti, fantasie, sensazioni; faceva emergere quanto di più significativo formava la sua psiche. Ridacchiò euforico: – Non è possibile, è come riassumere tutta una vita in così poco tempo! – Smaniò.

Nessa gli premeva so­pra, dolce ma ferma. – Vuoi fare l'amore? – gli chiese.

– No... Non ora. – Nella mente aveva un vortice, anzi un maelstrom. Nessa chiese allegra:

– Dici che un uomo non può riepilogare una vita in un paio di ore? In un romanzo ho letto di un tizio che aveva rivissuto l'intera esistenza come un film, in pochi istanti. Un naufrago. La sua nave era stata silurata in guerra e stava morendo affogato.

Omero le diede un’affettuosa sberla. – Ti sembra il modo? – domandò irato. – Devi avere più rispetto, ragazzina.

– Perdonami... – La voce era  rattristata.

– Vieni subito qua, allora. Adesso devi chiedermi scusa come dico io, maledizione.

– Eccomi, eccomi... – Quasi timorosa Nessa s'intrufolò sotto le coperte, e Omero ebbe quel corpo e quel profumo di sogno. Ma forse era tutto un sogno. O un incubo? Il corpo sintetico di Nessa era perfetto, partecipava, e lei ebbe dei gridolini soffocati. Erano tutti così: giovani, nati già completi ma voraci di sapere, sperimentare sensazioni; spesso ancora incapaci di controllarsi. Stampi vuoti. Affannato, Omero rimase supino con quel corpo appiccicato al suo. – Stai così – le disse – non lasciarmi... mai più... – Si accorse di precipitare verso una beatitudine che non diventava mai definitiva. Pensieri e sensazioni gli balenavano alla coscienza e fuggivano turbinosamente in Nessa, e questo dava una pienezza indicibile. Lui la fecondava intellettivamente, con la sua essenza migliore, con le sue cose più belle.

E... c'era quell'immagine ricorrente, luminosa. Quando l’aveva vista la prima volta nella vecchia casa grigia, quattro anni prima. Lei china su un tavolo a leggere qualcosa, il chiaro viso perfetto, quasi infantile, illuminato da una grazia fatata. Accortasi di lui, lo aveva fis­sato: nei suoi occhi c'era un riflesso di ghiacciai alpini. Subito quel volto aveva cominciato a ossessionarlo. Anche nei tre anni di lontananza. Era tornato, e ciò che ora accadeva fra loro due forse non aveva precedenti tra i vivi. Nessa era viva? Seppure vita artificiale sempre vita era, e certi sofismi ormai erano obsoleti anche per i filosofi più irriducibili. Non che i sintetici fossero superiori all'uomo, semplicemente erano più completi. Essi erano sia organici sia inorganici, nei loro corpi si amalgamavano due mondi. Inorganico, pulsione di morte... Gli androidi stavano esplicando una fascinazione,  l'uomo restava ipnotizzato. Indifeso. Ma poteva parlarsi propriamente di evoluzione dall’Homo sapiens al syntheticus, come un tempo da Neanderthal a Cro-Magnon?

Sofismi, ancora sofismi...

Nessa prese ad accarezzarlo, a sussurrargli dolcemente. Omero disse: – Bambina, qui ci vuole qualcosa. Abbiamo ancora quelle bottiglie?

Lei intese al volo. Si staccò dal traslatore, ma a Omero parve solo un attimo. Si ricollegò a lui, nel buio quasi completo si udì il botto allegro e lei che mesceva lo champagne nei cristalli. – A... a te, bambina – balbettò Omero, e bevvero.

Sentì che la sua natura di uomo tornava a manifestarsi. – Anche queste sono informazioni – le biascicò tra le labbra – e dannazione, gli strumenti li abbiamo. – Tremava tutto, e sapeva che Nessa lo sentiva. La vertigine salì a limiti insostenibili, anche per lei, era evidente. Avvertì uno stordimento e un torpore allarmanti, ma si scosse. Non doveva svuotare in lei pensieri inutili. – La... robaccia, no – farfugliò intontito. Ma dio, c'era una gioia irripetibile nel donarsi.

– Lo stop... Ora? –  chiese più tardi Nessa.

Omero non rispose, ma ella doveva aver colto un irrigidimento del suo corpo, interpretandolo in modo affermativo. Vagamente, Omero la sentì ritrarsi. Gli parve di dormire.

Allorché lei sfilò l'ago dalla vena, a Omero sembrò un sogno lontano. Nessa gli inserì l'altro, per lo stop. Un padre può decidere la rinuncia più grande, per il proprio figlio.

 

*     *     *

 

Eterea come una silfide, la nuova consapevolezza che era Nessa (quattro anni di esistenza fisica,  il vissuto psichico di un uomo quarantenne) strappò le connessioni, tolse l'ago e afferrò la piastra del traslatore. Dopo aver composto le membra di Omero - un guscio svuotato - lo baciò sulla fronte umida e tirò il lenzuolo sul viso, poi si allontanò nel buio fondo della grande casa grigia. Dalla finestra della camera filtrava un presentimento di alba.

 

 

 

 

 

(Originariamente apparso nel dicembre  1991 su “Oltre...” n. 1 (col titolo Storia di Omero), Ed. Sanesi/Il Borghetto, Montepulciano.)