Perché non possiamo dirci appassionati di fantascienza teologica

Gianfranco Sherwood

 

 

PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI APPASSIONATI DI FANTASCIENZA CATTOLICA E MENO CHE MAI DI QUELLA INTEGRALISTA

 

 

 

 

“E se?” versus “È!”

Tempo fa ho risentito un giovane e stimato amico, perso di vista da più di dieci anni, e non c’è voluto tanto per capire che nel frattempo lui aveva abbracciato con grande fervore la fede cattolica mentre io mi scoprivo più ateo e anticlericale che mai. Pazienza, forse l’amicizia sopravvivrà. In ogni caso, l’incontro ha avuto delle implicazioni piuttosto interessanti. L’amico mi ha infatti detto che, nella sua ricerca interiore, gli è capitato di accostarsi anche alla fantascienza, dopo avere letto Il padrone del mondo, un romanzo avveniristico di impronta cattolica pubblicato nel 1907 in Inghilterra da tale Robert Hugh Benson e apparso con successo in anni diversi anche dalle nostre parti. Da appassionato di letteratura fantastica, mi ha stupito non saperne nulla e ho voluto approfondire l’argomento. Già ai vecchi tempi la critica notava quante poche volte, nell’ambito di una produzione sterminata, la fantascienza dei tempi d’oro si sia occupata di religione. Personalmente, nel ricordo non vado oltre i romanzi Guerra al grande nulla di James Blish, parte di una quadrilogia dedicata ad argomenti teologici apparsa in Italia malamente e monca della prima parte; Inri di Michael Moorcock, premio Nebula nel 1969; Pavana di Keith Roberts, L’equazione di Dio di Robert Sawyer; Un cantico per Leibowitz di Walter Miller Jr; il ciclo di padre Carmody scritto da Philip Farmer (in genere attratto da temi quali il senso della vita, la sopravvivenza in aldilà poco invitanti e la natura e gli scopi di un ipotetico creatore); infine due classici degli anni ’40: L’alba delle tenebre di Fritz Leiber e Rivolta 2100 di Robert Heinlein; quanto ai racconti, citerei solo due titoli, peraltro di forte impatto: Martirio di uno straniero di Harry Harrison e La ricerca di S. Aquino di Anthony Boucher. Tralascio la cosiddetta trilogia cosmica dell’anglicano C. S. Lewis, non in quanto volutamente apologetica, ma perché proprio non c’entra: così come non basta la corda per fare un impiccato, secondo le immortali parole di Lee Van Cleef ne Il buono, il brutto e il cattivo, ci vuole altro che un’astronave per elevare una favola, anche se ben scritta, al rango di anticipazione. La brevità dell’elenco - che non pretende di essere esaustivo - attesta la riluttanza della fantascienza a occuparsi di temi religiosi. Né poteva essere altrimenti, essendo mondi agli antipodi. Infatti, anche nell’incerta ipotesi che, negli anni felici in cui la fantascienza prosperava nel suo ghetto, gli scrittori pensassero fosse meglio ignorare un tema così “alto”, secondo la stramba regola per cui ai santi si deve più rispetto che ai fanti, sta nella netta incompatibilità delle premesse il vero problema. La fantascienza si fondava sull’ipotesi: E se?, e nei suoi esiti migliori criticava e ammoniva, metteva in discussione e spiazzava, sempre a rigore di logica, da discendente scapestrata, ma sveglia, del metodo galileiano. Tutto l’opposto delle religioni - cattolicesimo in testa - che derivano dogmi, clero e liturgie dall’asserzione: È!, pretesa eterna e indiscutibile. E non c’è creatività che sopravviva ai dogmi, come dimostrano i monumenti di noia in salsa spaziale con cui la fantascienza d’oltre cortina omaggiava il realismo socialista. Inoltre, va detto che persino tra i pochi titoli citati, Ratzinger faticherebbe a trovare qualcosa di suo gusto. Heinlein e Leiber descrivono dittature teocratiche, Moorcock e Harrison prediligono sarcasmo e paradosso, agli altri interessa più porre domande che genuflettersi. Solo Miller e Boucher scrivono in termini di ortodossia cattolica, ma per quanto riguarda Un cantico per Leibowitz, valgano le parole scritte da Giuseppe Caimmi: “Miller non è mai caduto nella trappola… del più intransigente puritanesimo… al contrario… ha dato del messaggio cattolico una lettura più umanitaria che confessionale: anche i suoi preti pensano… dubitano, esitano. E l’indigenza del papa di Boucher farebbe rabbrividire i gerarchi vaticani, di cui tutto si può dire, meno che paiano ossuti e dimessi. Ecco perché il romanzo di Benson mi ha incuriosito. Nella speranza di recuperare una gemma dimenticata, capace di aprire nuovi orizzonti o, alla peggio, di passare un’ora divertente (all’incirca in quegli anni Wells e Doyle davano il meglio di sé) ho prelevato Il padrone del mondo dai ricchi scaffali della biblioteca civica di Reggio Emilia (per l’esattezza, é l’edizione pubblicata nel 1987 dalla Jaca Book). Beh, devo ammettere che il libro supera ogni aspettativa. Dà da pensare e forse svela anche un piccolo mistero. Piccolo per modo di dire, perché riguarda addirittura Joseph Ratzinger, aka Benedetto XVI. Ma prima di parlarne, vediamo di conoscere meglio chi l’ha scritto.                                 

La Roma che non vorresti

Robert Hugh Benson nasce nel 1871 quarto figlio di un prelato della Chiesa d’Inghilterra, in seguito diventato arcivescovo di Canterbury. Ed è proprio il padre a ordinare sacerdote il figlio dopo che questi, da diligente rampollo  upper class, ha completato gli studi a Cambridge. Ma il giovanotto nutre qualche inquietudine. Gli studi di teologia non gli bastano, comincia a scrivere (è un vizio di famiglia condiviso con due fratelli; di uno, Edward Frederick, la Newton Compton ha pubblicato una raccolta di discreti racconti di fantasmi). Per qualche ragione, l’inizio dell’attività letteraria coincide con una profonda crisi spirituale. Nel 1903 Robert lascia la Chiesa anglicana  e si converte al cattolicesimo. È un fatto che suscita  clamore. L’anno seguente viene ordinato sacerdote, nel 1911 diventa vescovo e tre anni dopo muore prematuramente, seguendo di pochi mesi la dipartita di Pio X, di cui era stato collaboratore (ricavo quest’ultima notizia dal succitato amico). Malgrado la breve vita e i presumibili impegni del suo ufficio, Benson ha scritto molto. Nella parziale bibliografia riportata da Wikipedia inglese troviamo quattro titoli definiti di science fiction, oltre a romanzi storici, contemporanei, commedie e saggi. Mi pare di avere capito che Il padrone del mondo proseguiva nell’inedito in italiano Dawn of all, ma anche da solo fa il suo bell’effetto. La storia si colloca in un futuro indeterminato, che comunque non deve distare molto dall’oggi di Benson., diciamo poco oltre il 2000. La scienza ha progredito - ma molto meno che nella realtà - ci sono automobili, collegamenti aerei, radio e telefoni. All’inizio, si accenna anche alla scoperta di vita su altri pianeti, ma è solo un dettaglio di colore, ininfluente ai fini del romanzo, e non ci viene detto né come ciò sia avvenuto né quali effetti la notizia abbia prodotto sull’umanità. A prima vista il domani descritto da Benson sembrerebbe felice: cibo in abbondanza, anche se parzialmente insoddisfacente perché “artificiale”; città, risolti i problemi del traffico e dell’inquinamento, diventate luoghi silenziosi e accoglienti; guerre declinanti. L’umanità parrebbe essere venuta a capo dei mali che da sempre l’affliggono; eppure c’è chi non è contento: i cattolici, ridotti ai minimi termini da apostasie e indifferenza. Come si è arrivati a tanta catastrofe? Un prologo, tutto di dialoghi tra impensieriti personaggi, spiega la situazione politica di quel futuro e chiarisce anche fini e senso del libro (in effetti, le pagine successive alle prime 16 uno se le potrebbe anche evitare). Nel 1927 è salito al potere in Inghilterra un partito dichiaratamente comunista, non in seguito a una rivoluzione, si badi, ma secondo le regole della democrazia. E il governo, lungi poi dall’approfittare della situazione per instaurare una dittatura, si è preoccupato di combattere la povertà, di garantire a tutti lavoro e casa, di addolcire le leggi, sino ad abolire la pena di morte. Lo stesso succede in gran parte del mondo e, fattosi evanescente il concetto di patriottismo, è in vista una reale era di pace. Ma queste belle novità sembrano non addirsi al cattolicesimo. Già nel 1939 sparisce dall’Inghilterra la chiesa ufficiale e ciò, come chiarisce un personaggio: “fu la conseguenza della perdita di religiosità, non la causa.” Anche negli altri paesi prevale il disincanto, a una maggioranza crescente dell’umanità non importa più niente della religione. Insomma, quanto più si sviluppano democrazia, benessere, stato sociale e giustizia, tanto più evapora l’interesse per il cattolicesimo. In seguito, la dottrina dominante, preso il nome di umanitarismo, si dà anche a atti coercitivi, quali l’imposizione dell’educazione laica, ma è solo il completamento di un piano ispirato dal maligno, e dunque nefando in ogni sua parte. Infatti, a completare dell’opera, salta fuori Giuliano Felsemburg, un misterioso personaggio dall’irresistibile ascendente che in breve riesce a farsi eleggere governatore del mondo. Il giovane prete Percy Franklin, annusando odore di zolfo, tenta di contrastarlo, ma che può un uomo contro l’anticristo? Dopo una sequela di intrighi, travagli ed estasi (queste a conforto dei tormentati residui del clero) Dio - forse perché esasperato quanto il lettore - fa calare il sipario su un mondo ormai preda dell’Avversario. Un’immane catastrofe naturale, non meglio definita, ed è fatta. L’ho accolta come una liberazione. Benson sapeva scrivere, ma la sua ideologia reazionaria, fondata sulla tesi che l’illuminismo con ciò ne è conseguito sia parto di Satana, è indigeribile. E il suo totale rigetto della modernità, che lo porta a non capire letteralmente nulla del mondo, peggiora, se possibile, la disposizione del lettore di buon senso. Pochi esempi:

l’umanitarismo nasce dall’alleanza tra comunisti, borghesia e massoni, connubio che anche nel 1907 sarebbe dovuto sembrare ridicolo;

tutti i personaggi appartengono a classi privilegiate, il resto è solo massa di manovra, pronta a seguire chiunque sappia ingannarla; è evidente il disprezzo di Benson per i ceti subalterni. Ostile alla loro crescita sociale e culturale, lo angoscia il timore che la Chiesa perda il controllo esclusivo della loro ignoranza; vedere il gregge prendere altre strade, questo è il suo incubo;

i cambiamenti, radicali, narrati del libro, hanno sempre cause sovrannaturali. Benson, ignora - o finge di ignorare - che è l’economia a plasmare la realtà; eppure dovrebbe sapere che, se la rivoluzione industriale fosse dipesa da Dio, i suoi conterranei non sarebbero mai andati oltre l’arcolaio;

la psicologia è un aspetto particolarmente aborrito del modernismo. Di essa si dice che “pretende di spiegare secondo schemi naturalistici lo stesso anelito al soprannaturale. È una pretesa infame!”

l’integralismo borioso di Benson gli fa supporre che solo la sua fede avrà un futuro. Il resto - tutte sette e superstizioni - al massimo vegeterà. L’Islam, in particolare, è destinato a diventare una dottrina esoterica, praticata da pochi. Complimenti per la preveggenza, viene da dire.        

Ma previsioni sballate e stupidaggini non impensierisco Benson: ignaro di logica e onestà intellettuale, cupamente pessimista sulle capacità di elevazione umana, gli preme solo accomunare in un’unica, odiata congrega le forze che si oppongono al potere totalitario della Chiesa. Quale poi sia la sua società perfetta lo spiega nella parte centrale del libro. Padre Franklin vola a Roma per conferire col papa. Lo status della città è singolare: il governo italiano l’ha ceduta al Vaticano in cambio di tutti i beni ecclesiastici della penisola (trattandosi di ricchezze incommensurabili, varrebbe la pena di farci un pensiero). Ecco come si presenta la città neopapalina, secondo citazioni testuali: “I libri di storia dicono che Roma avesse rifiutato tutti i miglioramenti promossi dal governo italiano… non appena era stata proclamata indipendente. I tramvai non correvano più; agli aeroplani era stato vietato il passaggio oltre il recinto. Erano rimasti in piedi i nuovi edifici, trasformati però per usi ecclesiastici. “A Roma c’erano le stesse carenze di un tempo: una noncuranza d’igiene che faceva orrore e che pareva l’incarnazione di un mondo di sogno. Poco male, però, perché la città: “aveva ben altro cui pensare che non ai mutamenti materiali, da quando il peso spirituale di tutta l’umanità era poggiato sulle sue spalle.” Tutto ciò secondo le direttive del papa, sulle cui idee vale la pena di soffermarsi. “Essendo re, si era prefissato di regnare veramente. Aveva detto che tutte le scoperte del progresso tentavano di distrarre l’uomo dalla memoria delle verità eterne: non erano certo di per sé cattive… ma al tempo presente esse servivano solo ad infervorare vanamente le menti. Soppresse perciò i tramvai, gli aeroplani, le fabbriche, i laboratori… e al loro posto eresse tabernacoli, conventi e vie crucis... Inflisse condanna formale alla frammassoneria e alle idee democratiche di ogni tipo. Quanto all’ordine pubblico: “Con la stessa saggezza serena… ripristinò la pena di morte: se la vita umana è sacra, egli sosteneva, ancor più sacra è la virtù. Oltre agli omicidi erano passibili della pena di morte gli adulteri, gli idolatri e i traditori. In compenso: “Ancora viva era l’antica ecclesiastica pompa. I cardinali usavano ancora la Berlina dorata; il papa Rosso cavalcava sempre una bianca mula; il Santissimo Sacramento incedeva per le strade in festa, accompagnato dai campanelli e dai lanternini. Inebriato da tanto delirio reazionario, padre Franklin incontra il papa (che, guarda caso, trova somigliante a Pio X) e in seguito segue una cerimonia cui partecipano i regnanti d’Europa che, spodestati da governi repubblicani, hanno trovato rifugio e conforto a Roma. Malgrado l’evidente tenerezza dell’autore per la nobiltà, ne risulta una parata di mummie simile al ballo dei vampiri di Per favore non mordermi sul collo.                

Da un Benedetto all’altro

Non varrebbe la pena di indignarsi sulle pagine Il padrone del mondo se le idee di Benson non fossero state le stesse di Pio X. Assiso sul soglio pontificio dal 1903 al 1914 - il più potente dei tronisti, diremmo oggi - papa Sarto affrontò nel peggiore dei modi la complessità del suo tempo. Oltre ai contrasti con lo stato italiano, incalzava, ineludibile, la questione sociale. La Chiesa, terrorizzata dalla prospettiva che partiti di sinistra e sindacati le alienasse il favore popolare, reagì negando la realtà, nell’illusione che veti e scomuniche potessero fermare la storia. Pio X condannò il socialismo, perché colpevole di negare che fosse “conforme all’ordine stabilito da Dio che ci siano, nella società, principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, sapienti e ignoranti”, proibì ai preti di andare a teatro, estromise dal tempio fanfare e pianoforti, strumenti considerati profani, ammettendo solo i canti in latino. Inutilmente: il novecento ha seguito il proprio corso, ignorando l’integralismo dottrinario di Pio X e le fantasticherie reazionarie di Benson. Un dato però colpisce: anche durante quella che Alfred Loisy, uno studioso cattolico, poi scomunicato da quel papa, definì la “autentica tregenda del fanatismo e della stoltezza” la chiesa fu bene attenta a fare affari con il disprezzato mondo secolare. Il Banco di Roma, fondato nel 1880 per iniziativa di uomini strettamente legati al Vaticano, non pago di avere messo le mani sui servizi pubblici della città - gas, acqua, trasporti, elettricità – e di gestirli badando solo al profitto a scapito degli interessi generali dei cittadini, agli inizi del900 iniziò una fortunata penetrazione nell’Africa settentrionale, cui seguì la fondazione di svariate imprese commerciali e industriali. In linea con gli interessi economici, il mondo cattolico fu, assieme ai nazionalisti, la forza che più si adoperò per spingere Giolitti alla conquista della Libia, nel 1911. Dal che si ricava che alla Chiesa la modernità spiace solo negli aspetti che contrastano i propri affari. Dopo un secolo intriso di sangue e sofferenza - che i papi, sempre pronti ad allearsi con i peggiori, hanno fatto poco o nulla per alleviare - è innegabile che l’umanità qualche significativo progresso l’abbia fatto, se non altro proclamando, e a volte adottando i diritti fondamentali della persona, civili, politici, economici, sociali e culturali, esattamente gli stessi aborriti da Benson e dal suo mentore vaticano. Oggi incombono altre emergenze ed è convinzione diffusa che per la salvezza di tutti si dovrà rimediare alle catastrofiche conseguenze sociali e ambientali della globalizzazione. Un compito immane. Come si pone la Chiesa rispetto a esso? Nel peggiore dei modi, com’è nella sua storia. Dopo la breve parentesi di apertura al mondo di Giovanni XXIII e lo stallo di Paolo VI, la gerarchia ha ripreso la via della restaurazione. Ignari di empatia, pietà e interessi che non siano di mero predominio, gli ultimi due dinosauri vaticani, per i quali democrazia, libera coscienza e vero ecumenismo restano inaccettabili, sono tornati a quello che il teologo Hans Küng definisce il modello romano medievale, antiriformista e antimodernista (ricordo che anche Küng, come infiniti altri ha subito l’ira di Giovanni Paolo II. Il papa polacco, santo in pectore, che non aveva problema ad affacciarsi con Pinochet, ha perseguitato in tutti i modi preti e teologi dissenzienti, con l’aiuto del suo degno successore, allora prefetto della congregazione vaticana per la dottrina della fede). Ma è una guerra già persa: anche se la succube viltà di politici italiani può illudere le gerarchie, che centinaia di milioni di persone, cattolici compresi, rinuncino a diritti e libertà personale per compiacere il papa, è illusione. Pia, naturalmente. Alla Chiesa converrebbe accettare la realtà, che comunque non inficia l’essenza della religione. Ma può farlo? O non è solo un ingombrante residuo medioevale, avvinghiato al potere, incompatibile con progresso e democrazia e perciò costretto a continue battaglie di retroguardia dal divenire inarrestabile della storia? La fortuna del libro di Benson qualcosa insegna. Giunto alla sedicesima ristampa, lodato dal filosofo Umberto Del Noce, oggetto di culto negli ambienti oltranzisti cattolici, non più tardi dello scorso marzo veniva omaggiato dal quotidiano Libero, il che è tutto dire. Del resto, lo scoop che ho promesso, suggella la continuità tra Benson e l’attuale tronista, uomo di cui sono risaputi cultura e pessimismo antropologico. All’indomani della sua elezione si è molto elucubrato sulle ragioni che lo hanno portato a scegliere lo pseudonimo con cui da allora imperversa da tutti i media. Sapete come si chiama il papa restauratore del Padrone del mondo? Benedetto XXIV. Dubito sia solo una coincidenza.