Dopo un numero di pausa torna nella pagina di narrativa di Continuum Gianni Sarti, con una storia malinconica e dolorosa forse ancora di più di quella precedente. "Una ragione per vivere" è un racconto che colpisce in modo tremendamente duro per la profonda amarezza del contesto e (contemporaneamente) la forza di sentimenti salvifici che lo rendono sopportabile, che rendono sopportabile ciò di cui altrimenti si vorrebbe solo la fine, a qualunque prezzo.
Stupendo poi il messaggio: a volte, fosse per se stessi, ci si lascerebbe andare, si getterebbe la spugna, mentre un fardello, un compito che ha importanza superiore può spingere a combattere e ad allontanare le persone dal più terribile degli abissi.
Il rapporto che Sarti rappresenta tra il padre e la figlia è di un'efficacia e di un'intensità spaventose: entrambi si mentono, si costringono a reciproche e atroci prigionie, ma il motivo per cui lo fanno è l'amore che li anima.
Un gran racconto di fantascienza e una straordinaria storia umana.

Roberto Furlani

 

UNA RAGIONE PER VIVERE

di Gianni Sarti

 

Giorgia chiuse la porta dietro di sé, si sfilò rapidamente la vecchia maschera antigas e cinguettò “Papà, sono tornata!” con una gioia contagiosa. Eppure era uscita neanche un’ora prima.

“Giorgia! Meno male, come fai tu il caffè non lo fa nessuno e stavo giusto per...”

“Papà, abbiamo visite: il dottore è qui per te.”

“È già passato un mese, eh? Bene, meno male, magari stavolta mi darà il permesso di uscire di qui. Buongiorno dottore! Gradisce un caffè?”

“Buongiorno signor Savini” rispose il dottore con una voce gracchiante. “Grazie, il caffè mi fa sempre piacere. Come si sente oggi?”

Umberto Savini fece un sorriso. “Come vuole che mi senta? Come il padrone del mondo. Ho una figlia che mi farà vivere cent’anni. Lei è la luce...”

“...Dei suoi occhi, lo so, lo so” gracchiò il dottore. Giorgia fece una risatina di circostanza, diede un bacio sulla guancia al padre.

“Con Giorgia accanto, dottore, io non sono cieco. Anzi. Non ho mai apprezzato le cose belle tanto quanto ora che lei le osserva per me. Però...”

“Niente però: di uscire non se ne parla nemmeno” lo prevenne il dottore mentre l’aroma della polvere di caffè sostituiva lo sgradevole odore di chiuso.

“Ma sono anni ormai che sono qui in casa, dottore. Non chiedo tanto: una passeggiata. Una sola.”

Giorgia lanciò un’occhiata disperata al dottore.


La casa era buia e intrisa di un tanfo stagnante. Ma per il dottore entrarci significava provare ogni volta un tuffo al cuore: gli ricordava perfettamente le vecchie case, con due librerie alle pareti, un divano, una poltrona, persino due lampade inutili negli angoli e un vecchio portatile ormai spento da anni. E c’era sempre il caffè. Lui faceva quel favore a Giorgia col solo compenso di una introvabile tazzina di caffè. E di un tuffo al cuore per entrare in una casa come quelle di un tempo.

Il dottore non credeva nella libertà. Sapeva che una persona libera è solo un individuo che ha il privilegio di scegliere da sé la propria prigionia. Giorgia aveva scelto da persona libera di essere prigioniera della vita del padre. Il padre no, non aveva scelto, era diventato cieco in seguito ai primi gas diffusi, ed era prigioniero di Giorgia: dipendeva in tutto e per tutto da lei.

Il dottore, beh, lui aveva molte altre prigionie, alcune scelte e altre no, ma che differenza c’era? E ora aveva scelto di essere prigioniero di quel ruolo, fingersi dottore, fingersi normale davanti al cieco, prigioniero di un minuto di ricordi, di un sapore caldo quasi dimenticato. Per aiutare Giorgia e il suo prigioniero-carceriere.

Una bugia, un ruolo teatrale, e in cambio per una manciata di minuti poteva dimenticarsi cosa ci fosse là fuori abbandonandosi all’illusione della normalità.


“Mi dia il braccio, signor Savini: il prelievo.”

“Non mi risponde nemmeno, eh? Sappia che stavolta non mi arrenderò facilmente.”

“Papà” intervenne Giorgia facendolo sedere sul letto, “pensa al prelievo ora, che il caffè è quasi pronto. A te non piace freddo.” Gli cinse le spalle. “Non stai bene qui in casa con me?”

“Amore mio, non c’entra nulla” disse lui affettuoso denudandosi il braccio. “Chiedo solo una passeggiata. Solo una. Le mie gambe, lo vedi, mi reggono.”

“Le gambe forse, signor Savini, ma i suoi polmoni no: ricorda la tosse? Fuori c’è un inquinamento tremendo. Tremendo.

“Lo so, dottore. Lo so. Teniamo i filtri attivi e le finestre chiuse come ha consigliato lei. Sempre. Ma anche lei esce, no? Usa maschere antigas, suppongo, per proteggersi naso e occhi dalle polveri e dagli inquinanti. Mia figlia mi ha detto che ci sono giorni in cui sono obbligatorie.”

“Eh beh, sì” il dottore interrogò con gli occhi Giorgia indeciso su cosa dire “Quasi sempre, in questi giorni poi...” Il dottore infilò l’ago a farfalla nel braccio di Umberto, sperando che la distrazione bastasse a fargli cambiare argomento.

“Dottore, quanto zucchero?” Intervenne Giorgia.

“Mezzo, grazie.”

L’odore del caffè era una delizia per il naso deforme del dottore.

“Stavolta dobbiamo prelevarne di più. Sa, i marker tumorali: indagini standard per la sua età. Si sdrai, signor Savini.”

Umberto obbedì mentre il sangue fluiva nella sacca.


Giorgia guardò suo padre. Seguì con lo sguardo il contorno delle rughe del volto, l’ombra degli occhiali scuri che facevano parte del suo profilo dal giorno in cui aveva perduto la vista. Seguì la pelle tirata sul cranio, sparuto simulacro del viso degli anni prima del disastro. Si domandò quanto tempo quel vecchio avrebbe potuto sopravvivere ancora, quanto tempo prima di soccombere alla realtà.

Lei in un certo senso lo odiava, perché per amore la costringeva a mentire, a fare una vita oltre ogni incubo, rimboccarsi le maniche ogni giorno senza mai lasciarsi andare. Per amore.

Giorgia sapeva che suo padre somigliava ormai più a un fantasma che a un uomo. Sapeva che la vita avrebbe dovuto abbandonare quel corpo già da tempo. Eppure era ancora lì, vivo, pieno di una forza stupefacente e insperata.

Un vecchio cieco, eppure più forte di lei. Ed era Giorgia a dargli quella forza. Costruendo il mondo per lui, risolvendo ogni problema che lui con la sua cecità non avrebbe potuto mai affrontare, vivendo ogni terribile attimo per permettere a lui di vivere.

Lei ogni tanto cadeva nel pensiero inevitabile: cosa sarà di lui quando io non ci sarò più? Pregò per restare in vita il più a lungo possibile, nonostante quel suo corpo fragile.

Giorgia sapeva che suo padre la amava oltre ogni concetto di amore. E lei amava lui almeno con pari intensità. Eppure c’era quell’immagine dei libri a tormentarla.

Guardò lo scaffale della libreria.

Allineati in disordine centinaia di libri mostravano il proprio dorso.

Il contenuto dei libri è ciò che ha importanza, solo leggendone ogni pagina si può comprende, apprezzare o giudicare un libro. Eppure come libri in uno scaffale le persone al massimo possono avere un contatto con la copertina di chi gli sta accanto, e spesso giudicano solo in base a quel superficiale contatto.

Ogni libro conosce del suo vicino solo la copertina, da un lato colorata e attraente, dall’altro adornata di poche scritte che cercano presuntuosamente di spiegare il contenuto nel modo più seducente. Nessun libro sa cosa contenga davvero il suo vicino oltre quel guscio.

Così era anche per le persone, e Giorgia prima di tutti. Aveva la sua copertina con l’illustrazione fuori luogo di una figlia felice e allegra, e consentiva a suo padre di leggere solo questo di lei. Tutta l’enorme dolorosissima storia che conteneva doveva restare ben sigillata tra la prima e la quarta di copertina. E agli estranei mostrare solo il dorso, ancora più anonimo e superficiale.

Giorgia amava suo padre, e proprio per questo si costringeva a restare per lui un libro chiuso, lucidando la propria copertina bugiarda. Le persone, come i libri, vengono giudicate per la propria copertina. E così doveva essere. Se suo padre avesse letto qualche pagina tutto sarebbe finito, lei non sarebbe stata più in grado di dargli quella forza così necessaria, e lui senza più una ragione per vivere si sarebbe lasciato andare.

Seguì con lo sguardo il contorno delle rughe del viso di lui. Quelle rughe disegnavano un sorriso. E quel sorriso bastava a darle la forza necessaria per continuare.


La sacca da mezzo litro era quasi piena, e il caffè spandeva l’aroma dalle tazzine.

Il dottore chiuse la farfalla, mise la sacca in una borsa termica rattoppata ed estrasse l’ago dal braccio di Umberto. Giorgia servì il caffè ai due uomini e curò la minuscola ferita. Restò accanto al padre a carezzargli la mano libera.

“Buono. Non si beve più un caffè così” approvò il dottore.

“Eh, dottore: di Giorgia ce n’è una sola. Non so come farei senza di lei.” Le strinse forte la mano, sin troppo forte per un vecchio così scheletrico. “Però torniamo all’argomento che mi interessa: io voglio proprio..”

“Devo andare ora” interruppe il dottore, sperando di evitare ancora la questione. Si alzò, prese il suo zaino sdrucito. “Arrivederci signor Savini. E non esca di qui o la prossima volta che la vedrò sarà per l’autopsia.”

“Oh beh che esagerato! Senta, una passeggiata, una sola, con Giorgia al mio fianco che vuole che succeda?”

“Arrivederci”

“Ciao papà, accompagno il dottore e passo a fare un lavoro.”

“Mi lasci, cara?”

“Un’ora sola, papà. Tu mettiti in poltrona, che abbiamo tolto molto sangue. La caffettiera è accanto al lavandino, se vuoi ancora caffè.”

Umberto abbracciò la figlia, le passò le mani sul viso, sulla testa.

“Mi sto abituando a questo nuovo taglio di capelli. Quasi mi piace ora.” accarezzò il cranio lucido di lei. “Non perdi tempo a pettinarti, niente capelli sul cuscino. E ti valorizza il viso.”

Lei deglutì a vuoto, ma rispose allegramente. “Grazie papà. È la moda ora. C’è chi addirittura si depila la testa.”

Al dottore scappò un gracchiante colpo di risa, che cercò di camuffare in finta tosse.

“Sei bella, figlia mia. Bella.”

Un bacio, poi la porta si chiuse. Passi zoppi sulle scale, sempre più lontani.


“Non so come fai, Giorgia” disse il finto dottore con la sua voce stridula da sotto la maschera antigas. “Hai una forza incredibile, sei unica.”

Zoppicavano scendendo i due piani di scale. L’aria esterna era un acido che ustionava, ma non potevano permettersi le tute stagne al mercato nero. Così si rassegnavano a farsi corrodere le carni da quel gas verde che era ovunque.

“Devo farlo. È cieco, se non lo faccio non sopravviverà. È mio padre. Sono la sua unica ragione per vivere” rispose lei con voce stanca, terribilmente stanca.

“Tu come stai?” le chiese inutilmente il dottore.

“Come tutti. Aspetto la fine. Vorrei lasciarmi andare, ma non posso. Non finché c’è lui. Ma così è un inferno.” si tirò su il cappuccio sino alla maschera, infilò i guanti. “Ora vuole fare la sua passeggiata. È sempre più insistente. Sai cosa provo per lui, ma mi fa impazzire. Cosa posso inventarmi più di così? ...Un inferno” ripeté.

“Lui non immagina cosa c’è qui fuori. Lo tieni in quella bolla di tempo da tre anni. Tre anni in casa con la scusa della sua salute, e non sa niente. La sua fortuna è stata perdere la vista il primo giorno.”

“Crede che io... Che io sia bella” disse con rabbia lei. “Crede che io sia come una volta. Quando mi abbraccia devo stare attenta a non farmi toccare le piaghe, le cicatrici. E lui crede che io sia bella.”

Il dottore la guardò. Non aveva parole di conforto. Rimase in silenzio.

“Grazie per avermi aiutato, devo sembrarti una matta.”

“Grazie per il caffè. Quando vuoi sai dove trovarmi.”

Le passò la borsa con la sacca di sangue tentando un sorriso dietro il vetro scheggiato della maschera antigas, denti spezzati mostrati tra labbra corrose.

Poi furono due fantasmi tra i ruderi della città, sepolti dalla nebbia verde che li mangiava pian piano.


Umberto sentì chiudersi il portone in strada. Ormai era solo.

Si tolse gli occhiali scuri, fece un sospiro che sembrò sgonfiarlo. Vuoto e stanco raggiunse la poltrona. Cadde su di essa travolto dalla gravità, dalla propria debolezza, dalla stanchezza di mostrare per tutto quel tempo una forza che non possedeva.

Ognuno si costruisce il proprio abisso. Giorno dopo giorno, paura su paura. E quando questo è abbastanza profondo e terribile, ci si siede sul bordo ad ammirarlo, spaventati e affascinati. Tanto affascinati che non riusciamo a staccarcene. Tanto spaventati da non avere altro di così importante nella mente.

Umberto sapeva come funzionava. Il suo abisso era composto dalla salute di Giorgia, sempre più grave, dalla voglia di farla finita che la ragazza tentava di nascondere sotto una maschera di finta allegria, dall’incapacità di salvare lei, la propria figlia, dall’orrore. Da tutte le cose che Giorgia non gli raccontava e che doveva subire là fuori.

Ognuno si costruisce il proprio abisso personale, poi si siede sul bordo ad ammirarlo, spaventato e affascinato, e inevitabilmente comincia a dondolare. Odiamo chi ci tira via perché ci separa da ciò che più di ogni altra cosa ha riempito la nostra vita. Ma se nessuno ci tira via prima o poi quel dondolio aumenta e allora è troppo tardi.

Anche Giorgia aveva il suo abisso. Tre anni prima, all’inizio della catastrofe, lei avrebbe solo voluto morire. Tirarla via dal bordo del suo abisso non sarebbe bastato a salvarla. Chi è sul bordo deve scegliere da sé di allontanarsi.

Perciò lui per amore, per tutto l’amore che provava, aveva scelto l’unica via per darle una ragione per vivere, per allontanarla da quel dondolio. Mentendole, fingendo di non vedere e non sapere per poter dipendere da lei.

Umberto si alzò, andò alla finestra. Giorgia era oltre la strada, ombra nella nebbia verde, davanti alle macerie della vecchia scuola. Scuola inutile. Da tre anni non si vedeva nessun bambino. E lei era lì, ombra nella nebbia che la corrodeva, sbrigandosi a vendere il sangue sano ancora caldo di un vecchio in cambio di caffè stantio e razioni ammuffite.

Umberto si domandò quanto tempo quell’ombra malata avrebbe potuto sopravvivere ancora. Cadde nel pensiero inevitabile: cosa sarà di lei quando io non ci sarò più? Quando non avrà più nessuna ragione per vivere? Pregò per restare in vita il più a lungo possibile, nonostante quel suo corpo fragile.

Si versò una seconda tazzina di caffè. La mise accanto alla poltrona, poi indossò gli occhiali. Doveva continuare a tenere viva l’attenzione di Giorgia con la storia della passeggiata, una preoccupazione innocua per fuggire le preoccupazioni pericolose. Non poteva permetterle di rilassarsi, l’abisso era sempre lì a un passo.

Sospirò, sembrò svuotarsi e si sedette senza forze ad aspettare il ritorno di lei. Le avrebbe chiesto di leggergli un libro. Baricco. Sì, Baricco sarebbe andato bene.

Una lacrima bagnò la poltrona.

La asciugò immediatamente con la manica.

 

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