Il presente numero segna la fine del 2011 di Continuum, ma anche la fine della serie Intorno alla corte dell'Impero Connettivo, un poker di racconti di Sandro Battisti le cui precedenti puntate sono state pubblicate sui numeri 26, 30 e 33 di questa rivista.

Siamo alla stretta finale, sotto gli occhi impassibili dell’Imperatore Totka_II, Lucius deve difendere con la forza della disperazione il territorio che gli è stato assegnato dall’attacco di forze oscure e impetuose.

In una sovrapposizione di dimensioni temporali e sensoriali, si sviluppa la resa dei conti di un ciclo violentemente postumano.

 

Roberto Furlani


UN RESPIRO VERSO LA PARTE ALTA DELLA CUPOLA

di Sandro Battisti
 

Un respiro verso la parte alta della cupola, diretto allo stesso tetto che preserva i postumani dal profondo buio siderale: siamo nel mondo. Nel respirare, la mia cassa toracica si estende elasticamente e la divisa imperiale in neoprene soffre della dilatazione, emanando scricchiolii inesplicabili.

Un telo appeso su cui scorrono scene indotte mi copre parzialmente la vista e oltre sono visibili una parte delle stelle; vi sono connesso olograficamente e il loro pulsare è simile al pompare del mio cuore surdimensionato geneticamente. L'Ordine Marziale, il corpo militare a cui appartengo, è un continuo cantare interiore di regole e comportamenti istintivamente regolati e il volgere i miei pensieri, anche se per un solo momento, verso l’universo che sta intorno è una palese violazione del codice etico-comportamentale che noi militari abbiamo scritto nelle meningi – ROM programmate da psicotecnici alle dirette dipendenze dell’imperatore.

Periodo di pace duratura, questo. Se si escludono frotte di alieni che premono ai nostri confini – chi di noi li ha mai visti davvero? – ed embrioni di disordini sociali - il tessuto connettivo delle gentes tende a sfaldarsi sotto il peso inflazionato dell’informazione - è facile enunciare la certezza che l’arcaica Pax Romana è tornata tra i resti di una civiltà che non è più nemmeno umana; ben pochi, però, hanno voglia di farsi prendere in giro e allora il muto consiglio che corre tra le fila di noi militari è quello di essere sempre pronti alla battaglia, di non farsi mai trovare impreparati.

Essere impreparati vuol dire morire, e guardare la cupola e le immagini su questa bolla posta ai confini della fascia di Kupfer equivale all’essere impreparati, distratti, rilassati; qualsiasi cosa potrebbe irrompere da un altro ordine dimensionale, anche ora.


Sono lontano dal mio villaggio natale. Lontano da un tempo che mi farebbe schifo valutare soprattutto perché il tempo è stato sconfitto in questo Stato, pur rimanendo un importante mezzo per misurare le distanze che noi, annegati negli avamposti, preferiamo non quantificare: può avere importanza la mia famiglia originaria? Può avere importanza ricordare che io appartengo a una linea genetica storicamente sempre presente all’interno dell’esercito imperiale, da quando cioè i postumani si sono organizzati sotto l’egida di questo Stato, ora planetario? Sono Lucius, e come molta popolazione dell'Impero Connettivo ho dei globuli rossi romani ancora in giro in qualche vena del mio organismo modificato; sono Lucius Flaviz, per la precisione. Lucius della sobolla XIV_HexAA. Dove io governo, in perfetta solitudine postumana.

Ho il dominio territoriale, ma noi governativi abbiamo problemi nell'ordine di cose regolate dal costrutto temporale; combatto contro i fantasmi indefiniti d’invasioni avvenute così tanto tempo fa da poterle mischiare con le leggende archétipe della preistoria umana. Combatto contro orde di ombre che penetrano indisturbate nelle maglie del mio esistere e, tramite me, pretendono di minare porzioni del tempo-territorio imperiale. Sono solo a combattere qui; ho dalla mia il beneplacito e la carta bianca del mio Signore, il suo personale moto di stima, ma è dura riuscire a vincere gli incubi che mi assalgono ogni volta che chiudo gli occhi per dormire, ogni volta che mi volto e m'accorgo che le tenebre sono in agguato nei miei pressi. Combatto, e in certe occasioni un senso di viscosamente fetido e repellente mi aggredisce; un attacco in piena regola che mi ostruisce i sensi, la stessa voglia di sopravvivere. Qui, il freddo siderale che circonda l'asteroide fa male. Fa male interiormente. Fa credere che le poche ombre naturali - massi che oscurano il sole lontano - siano solo proiezioni di un altro agguato.

E come si può combattere la paura? Con l'adrenalina, credo, con massicce dosi di adrenalina iniettatate via software che sconvolgono il metabolismo. Così, io mi trovo arroccato in questo cluster iperconnesso, e controllo lo svolgersi dei richiami galattici tramite il polarizzarsi di bioschermi a me interni, che rispondono agli intimi voleri attraverso lo studio delle energie interiori che si liberano, fuori di me, quando fenomeni occulti si attivano, contro di me.


Il momento cruciale si avvicina. Lo sento dall'elettricità statica in circolo nella mia muta leggera da stazione orbitante. Qualcosa bussa alla personale percezione tattile ed è un turbine di microemozioni che si addensano, dando spiacevoli scosse come immagini in negativo - strane schermaglie, assimilabili a quelle dell'antico film umano che scorre ancora lassù, sul telo.

Il senso del calore che fa rumore irrompe nella psiche, da un luogo dello spazio siderale posto al di là del continuum in cui risiedo; rappresentazioni di un tempo che fu - legioni romane in marcia - si assiepano e mascherano l'assalto alieno vero e proprio che mi preparo a subire. Non so ancora bene chi e con cosa attaccherà, ma so che l'assalto sarà violento; per questo nascondo il mio volto dietro un massiccio firewall psichico di natura digitale, e al contempo istruisco le linee senzienti di comunicazione imperiali affinché l'imperatore sappia del pericolo che sta correndo il suo avamposto.

Ho il dominio dello spazio, ma non del tempo; me lo ripeto fino alla nausea. E dal tempo si materializza un attacco d’orde d'uomini configurati come barbari europei del III secolo d.C. - uomini bidimensionali, piatti come icone. Essi attaccano, urlano, sono temerari e non hanno nessuna paura di essere disgregati dal mio cannone molecolare; guardo ipnotizzato il telo che mi sovrasta dalla cupola e sparo ovunque, come un disperato, raffiche di ioni polarizzati che dissolvono l'illusione massima dell'umanità: il tempo. Disgrego qualsiasi cosa mi capiti a tiro, nel tentativo di ristabilire un continuum legale dove io possa agire e delimitare le azioni furibonde di questi esseri; il loro gergo smozzicato mi stordisce, riesco a capire solo qualche strano vocabolo primitivo - una sorta di alfabeto gutturale e violento - e così sparo, continuo a sparare mentre urlo anch'io

Urlo.

Urlo...

Mi trasformo. E osservo ancora verso l’alto: mutazioni, osmosi; una sorta di transfert a favore dei personaggi della scena in cui vengo passivamente calato da non so cosa.

Intraprendo un percorso paradossale, capisco di aver travalicato un limes fondamentale e la disgregazione che io induco nei bidimensionali mi coinvolge mio malgrado, a mo' di turbine. Parte di me è già dissolta ma non provo dolore, non provo nulla, e il campo di battaglia illusorio si dispiega olograficamente attorno a me, mentre gli stessi alti alberi della Foresta Nera dal telo scendono intorno a me, si legano indissolubilmente alla mia sorte; palle di fuoco si dirigono contro di me e i miei compagni, provengono dalle file romane. Tutto è così vivido da sembrare vero per quanto assurdo, mentre le teste e i busti degli altri miei rozzi commilitoni barbari rotolano sul terreno o bruciano come tronchi sul braciere. I miei display interni sono ora scomparsi, come se non li avessi mai avuti; in un ultimo barlume di lucidità intravedo il cluster imperiale e il mio ectoplasma - Lucius è impresso sulla carne modificata dell'avambraccio - rimanere immobili mentre uno sciame di scarafaggi_parassiti della stazione orbitante fagocita tutte le installazioni dell'avamposto.


Massimo l'Ispanico è assiso sul suo cavallo, nella tundra dell'Europa settentrionale, e osserva lo scempio che ha prodotto tra le file opposte dei barbari; Roma è ancora una volta il luogo che governa il mondo mentre io sono preda di un continuum puramente umano e del suo immaginario indotto. L'attacco è arrivato da un luogo che non avrei mai immaginato ed io sono intrappolato in una dimensione archétipa, la stessa che ho visto colare dalla cupola, dal telo steso dentro la cupola mentre guardavo un vecchio olofilm terrestre...

Il messaggio destinato al mio principe è probabilmente bloccato tra i cardini di un ingorgo dimensionale; chi sbarrerà l'entrata degli alieni mascherati da Romani nel kernel dell'Impero Connettivo, così Romano, ora che l'avamposto è caduto? Non io, sicuramente; mi rendo conto di essere diventato un Cavallo di Troia dimensionale.


Totka_II osservava lo spettacolo del giardino attorno a sé: quel perfetto dominio tridimensionale era bello come un gioco per bambini umani. Con le infinite code lavori e percezioni gestite dai suoi occhi surdimensionati, già alieni, apprezzava un’infinità di lapislazzuli emozionali provenienti dalle essenze di quei quadri che lì aveva sistemato, in quel meraviglioso giardino rinascimentale di cui lui, lui l’imperatore despota e artigiano era l’unico artefice, l’unico spettatore.

Fissava la scena. E poi assaporava le percezioni indotte da quell’imponente manufatto al suo palato. Come un sapore stantio di polvere in bocca, salivano ai suoi sensi le vibrazioni della terra che aveva impiegato per rassodare il disegno vivo e liquido del tempo, di quell’illusione realizzata a giardino rinascimentale che sapeva perfettamente dominare all’interno del suo Impero. Totka_II guardava il quadro in alto, a sinistra, e lo sguardo sicuro e anziano di Sillax, il suo piglio determinato e scaltro che tante sorti aveva ribaltato durante i suoi eoni energetici di servizio, lo accompagnava. Poi, il regnante si preparò a portare l’osservazione a destra, sempre lassù in alto. Da lì, Sillax guardava dentro se stesso e sembrava distillare il senso dei due range temporali in cui esisteva contemporaneamente: due entità facenti capo alla stessa energia – Sillax, né precedente né posteriore, semplicemente diverso – che si stavano magicamente incontrando nell’architettura arcana dei numeri primi, che Totka_II conosceva assai bene in quanto Nephilim. Le sottigliezze dell’arte politica di Sillax, che sapeva sempre amministrare con semplicità tagliente, armonizzavano la visione d’insieme dei due quadri superiori.

Il principe scese, con lo sguardo, verso lo stelo centrale della figura geometricamente euclidea, e si fece sopraffare dal potente odore dell’oriente terrestre, da Bisanzio e da tutte le sue infinite arti politiche ereditate da un grande impero che ancora ricordava nel momento cristallizzato della sua antica fondazione. Bisanzio, o Costantinopoli, discendeva e trascendeva da Roma con una deriva prettamente filosofica, e Totka_II si beava di quell’esotismo così profondamente orientale, sentiva su di sé le brezze dei pomeriggi estivi caldi, le sere d’estate e le notti invernali passate lì, quando a palazzo si respirava il bisogno d’intrigo e di finezze politiche, delle raffinate dispute religiose durate centinaia d’anni. Gli sembrava di apprezzare ogni singolo iato temporale trasformarsi in una polverina accattivante, giusta per i suoi occhi, per lo spirito, per i ricordi di qualcosa che ancora si svolgeva in un qualche continuum e che lui, il regnante supremo, aveva riportato lì, in quel quadro liquido da giardino odorante di storia parallela, di link simbolici freschi, di rimandi da specchietto per allodole perché quello, quello che vedeva, era soltanto un pallido simulacro, una lontana rappresentazione ludica di spettri energetici altrove esistenti.

Infine, Totka_II pose lo sguardo sull’ultimo quadro posto alla base dello stelo. Zaffate da spazio profondo lo investirono insieme alla sensazione sempre più violenta e presente di essere nella sua casa stessa, quella natia. Era, comprese subito dopo, la percezione di essere riuscito a espandere i confini della sua creatura giuridica e organicamente statale oltre il lecito. La sensazione dell’attraversamento della frontiera non più tridimensionale ma, semplicemente, olodimensionale, laddove il dentro è fuori e il fuori è l’interiore intrinseco alla struttura biologica - una sorta di compenetrazione olografica, come comprendere una stanza sempre aperta sulla quarta dimensione.


I suoi occhi rotearono impercettibilmente, quel tanto da distoglierlo dal fissare intensamente tutto quel giardino che adesso circondava tridimensionalmente – banalmente - i suoi sensi; si drizzò bene in piedi, la sua struttura aliena di base ne faceva un essere imponente. Osservò meglio il disegno, ora dall’alto. Respirò con estasi.

Un’enorme “T” si disegnava in rilievo sull’erba; quattro occhi liquidi e vividi rimandavano indietro continuamente le stesse scene che, ciclando, si reiteravano all’interno di ogni quadro. L’infinito ego dell’imperatore era perfettamente soddisfatto, ora, dalla visione egoistica di quel piacere privato che gli rammentava, e avrebbe ricordato a qualsiasi incauto intruso postumano, che quello era il luogo dove nasceva il dominio di Totka_II, l’imperatore dell’intramontabile Impero Connettivo. Di quello stato sconfinato esteso sullo spazio, e sul tempo.


Il tempo è illusione, e suddividerlo in sottotempi come ornamenti nel suo giardino su cui lui, Totka_II, regnava, non poteva certo dissipare ai suoi stessi occhi l’inconsistenza eterea della dimensione spazio-temporale. I postumani non se ne accorsero neppure di quella creazione, e non avrebbero potuto nemmeno capirla, schiavi com’erano della fisicità; il regnante era ora immerso in un’epifania da onnipotenza, che ne conservava lo spirito e la voglia di potere.

 

Ancora con voi Continuum, rivista di fantascienza telematica.

Narrativa, saggistica, immagini, fumettistica... e tanto altro ancora per una testata (sinora) davvero fortunata. Ma abbiamo bisogno di voi: mandateci suggerimenti, opinioni critiche, e soprattutto vostri elaborati come racconti, recensioni e saggi. Con il vostro aiuto Continuum non potrà che crescere ancora!

La Redazione

scrivi alla redazione scrivi alla redazione

Collaboratori:
Donato Altomare, Fabio Calabrese, Andrea Carta, Vittorio Catani, Nunzio Cocivera, Alberto Cola, Simone Conti, Giovanni De Matteo, Elena Di Fazio, Enrico Di Stefano, Roberto Furlani, Lukha Kremo Baroncinij, Luca Masali, Sabrina Moles, Adriano Muzzi, Annarita Petrino, Amedeo Pimpini, Antonio Piras, Salvatore Proietti, Giampaolo Proni, Gianni Sarti, Gianfranco Sherwood, Claudio Tanari, Ivo Torello, Gianni Ursini, Enzo Verrengia, Alessandro Vietti.