Immaginate di essere dei registi e di voler girare un film su Napoleone. In un numero di Continuum così focalizzato sul cinema una simile immedesimazione dovrebbe risultare quasi spontanea.
Bene, chi scegliereste come attore protagonista? Gerard Depardieu? Robert De Niro? No, c'è di meglio: Napoleone stesso. Bella forza, mi risponderete, peccato che Napoleone sia morto 190 anni fa e potrebbe avere qualche piccolo problema di intepretazione. Tutto vero, ci mancherebbe, ma se esistesse un apparecchio in grado di catturare le anime dei morti e riportarle sulla Terra, potreste disporre dei migliori attori possibili, e magari anche risparmiando qualcosa a livello di cachet. Occhio però, che la macchina del cinema può essere tremendamente torbida e potreste venire coinvolti in affari sporchi caratterizzati da speculazioni e tiri mancini.
All'esordio sulle pagine di Continuum, Stefano Andrea Noventa ci propone una storia divertente e accattivante.

Roberto Furlani


Alessandra

di Stefano Andrea Noventa


″No, e poi no! Non è che così che devono andare le cose: devi bere quel vino e poi morire. Così è scritto nella sceneggiatura.″

″Ma mon Dieu, monsieur Albaranì, io non sono affatto morto avvelenato: la mia fu una morte naturale. Non capisco perché dovrei bere da questo amaro calice. Non è forse uno sceneggiato storico?″ esclamò Napoleone Bonaparte con impeccabile accento francese. Infilò, per vezzo ormai aduso, la mano sotto la falda della giacca e fissò perplesso il regista che gli gesticolava contro, proferendo selve di improperi dall'oscuro significato.

″Non me ne frega niente,″ proseguì infatti il cineasta. ″Tu morirai come e quando lo dico io, e cioè avvelenato dal contenuto di questo cazzo di calice! Non morirai come vuoi tu nel mio dramma!″

″Ma, monsieur…″

″Niente ma! Monsieur un cazzo! Oppure ti faccio spegnere dai tecnici e sostituire da una comparsa qualunque,″ minacciò l'Albarani nervoso, cercando di aggiustarsi la frangetta che osava ribellarsi alla forma della sua testa minuta. Ormai era entrato nella tristemente famosa fase: ″Se non fai quello che dico io ti faccio ritornare dritto nella tomba e non c'è contratto, comitato o sindacato che tenga. Fermate tutto, subito!″ esclamò infatti, girandosi verso i tecnici che fino a quel momento avevano assistito silenziosi alla scena. Anche perché, intervenire di persona, significava rischiare di vedere il proprio, già misero, contratto dissolversi nella fredda notte del cosmo.

″Adesso lo cazzia di brutto″ bisbigliò Frank di traverso al giovane collega italiano che gli sedeva accanto. Le sue mani grassocce scesero veloci e divertite dalla bocca allo stomaco prominente, ballonzolando sulla carne; il gargarozzo tremolò in una risata simile a un singhiozzo col risucchio: ″Uh, uh. Maria', alza le luci e cala il sipario, forza.″

″Sì, capo.″

Mariano, il suo assistente, si portò una mano ai capelli rossi e si aggiustò a disagio sulla sedia, non si era ancora abituato agli indecorosi sfoghi d'ira dell'Albarani. Sfiorò con tatto il pannello di controllo dei proiettori e alzò il volume delle luci. Il fondale nanolografico dell'isola di Sant'Elena si dissolse come un gas multicolore, assorbito dagli ampi bocchettoni che foravano le stinte pareti di un gigantesco e squallido magazzino. La brezza salmastra scomparve, portandosi via parte delle comparse in abiti d'epoca. I gabbiani svanirono come fantasmi, evaporati in una nuvola bianca, e la rena della riva mutò in un solido pavimento di pietra grezza e grigiastra.

″Pausa, andate pure nei vostri camerini″ esclamò Frank, rivolgendosi ai pochi uomini reali, in costume da scena, che avevano la malcapitata fortuna di trovarsi sul palco. Se la filarono infatti alla chetichella mentre l'Albarani infieriva con reiterata veemenza sul Bonaparte.

″Posso andare anche io?″ gli sussurrò Mariano.

″Non ora, se esci adesso se la piglia pure con te, aspetta,″ consigliò Frank. ″Goditi la scena, il meglio arriva adesso. Tra poco.″

Al centro della sala infatti, svanita la magia del cinema, erano rimasti soltanto in due: la costosa Replica di Napoleone Bonaparte, la cui anima decompressa veniva rifocalizzata in continuo nel droide recitatore DR12, usando il 'pescamorti', come lo chiamavano i tecnici; e lui, l'esimio, celeberrimo, illustre, pregiatissimo Cavaliere della Repubblica Italiana: Marco Aurelio Albarani. Alias 'Mai', come lo chiamavano i due tecnici, perché non gliene andava mai bene una. Mai.

Tutto il resto del mondo era stato risucchiato nei proiettori: Mariano aveva stretto infatti il fuoco del 'pescamorti' al solo Napoleone Bonaparte per mantenere coerente la fase della sua anima, impressa nella rete neurale del droide; tutto il resto era stato rimandato indietro di qualche secolo: era inutile sprecare memoria quando Albarani partiva per la tangente. Scenografia poi...

″Così non va bene, no, per niente, non-va-be-ne. Devi capire le esigenze del mondo dello spettacolo,″ scandiva infatti il regista esasperato; con leggeri colpetti alla schiena dell'imperatore di Francia cercava di dargli un contegno meno dimesso. ″Dai, pancia in dentro e petto in fuori! Perdio, sei un imperatore al confino, sta' su con queste dannate spalle. Ho capito che sei francese, ma non sei una donnicciola o una stupida checca. Un po' di dignità, mettiti a posto la frangetta che sembri mia moglie al mattino″ e gli sistemava i capelli come avrebbe fatto una serva. Salvo poi pulirsi la mano sul vestito come avesse toccato un cadavere.

″Ma parbleau, monsieur Albaranì, io non ero affatto felice del confino, ero depresso, avevo perso tutto. Anche voi lo sareste se…″

″E vuoi quindi essere riconsegnato alla storia come un debosciato? Vuoi che gli spettatori della storia in diretta abbiano di te un'immagine da pusillanime? Vuoi che si alzino dalle loro poltrone pensando: ma guarda, come ha fatto quel francesino del cazzo a conquistare mezza Europa?″

″No, ma…″

″Basta no, e basta ma. Possibile che non capiate mai, voi Repliche? Mai? Che senso ha una morte naturale quando avresti potuto essere stato avvelenato!″

″Io…″

″Cosa c'è di nobile in una morte naturale?″

Marco Aurelio Albarani, insigne regista dell'Istituto Romano Luce, mega-colosso italiano della cinematografia, era in preda a uno dei suoi attacchi isterici. Di norma erano scatenati dalla moglie o da qualcuno che recitava, almeno a suo dire, senza calarsi troppo nella parte.

″Ecco, adesso parte″ sospirò Frank, rivolgendosi a Mariano, e così fu.

Com'era possibile che, un originale come Napoleone, tirato su dalla sua epoca in presa diretta via satellite, il 'pescamorti' appunto, e infilato testé in un corpo pronto all'uso, non riuscisse a calarsi abbastanza nella parte di se stesso? Non era mai stato chiaro a nessuno, tranne all'Albarani, naturalmente; ma la regia era un mondo che gli addetti alle macchine e alle luci non potevano certo capire: un mondo che neppure gli originali, come Napoleone, potevano capire. Non era roba per tecnici o Repliche: come poteva Napoleone II capire? Come poteva un banale tecnico scalfire la sola superficie della genialità? Cogliere la profonda nobiltà del revisionare la storia che gli stupidi non volevano, con assurda ostinazione e ignoranza, vedere, comprendere o condividere? Che senso aveva una morte naturale quando si poteva ricorrere al pathos, al climax, all'hapax legomenon catartico dell'avvelenamento?

″Perché vi è l'anflato di riscrivere un evento ampliandone la prospettiva, senza limitarsi a chi la storia l'ha fatta, ma puntando a un'ottica astratta di generalizzazione quasi scientifica. Vi è l'orgoglio, di più, la sfida, di trascendere il mero orizzonte delle vicende, il crudo e volgare evento, per sublimarlo in un atto assoluto e scolpito nella memoria dell'infinito.″

Napoleone lo fissava ormai scoraggiato.

″Ma quello è fuori come un cargo all'ora di punta″ bisbigliò Mariano.

″No, è un'artista″ replicò Frank, sbuffando senza darlo a vedere.

L'Albarani, lui sì che era un perfezionista del passato ridipinto e tirato a nuovo; dell'aulico trascorso, del patema e del dramma impastato con una verità lucidata giusto per l'occasione. Quel tipo di narrazione che nell'olovisione di stato e privata tirava almeno quanto la pornografia in rete.

Per questo molte, troppe, nazioni si affidavano alle sapienti mani dell'Albarani e all'Istituto Romano Luce, l'immensa stazione orbitale cinematografica, per ricreare i fasti antichi, per cogliere l'ambientazione dei propri antenati e scagliarla nel domani: ″In una visione del nostro passato riletta attraverso gli occhiali dello spazio-tempo del futuro″ esclamò Marco Aurelio Albarani, parafrasando un insigne filosofo che di certo non aveva mai letto, o con la Replica del quale non aveva mai parlato.

Figurarsi se Immanuel Kant II, impegnato com'era in sessioni di filosofia plenaria presso la Stoà universitaria di Terra II avrebbe avuto tempo per discutere con una celebrità da poco come l'Albarani. Forse, se qualcuno avesse deciso di girare una pellicola della storia del filosofo si sarebbe potuta verificare una simile possibilità; ma era abbastanza improbabile, data la monotonia della sua vita abitudinaria.

Nietzsche avrebbe certamente avuto molto più seguito. Di certo quelle riuscite meglio (in quanto a fama) erano state le pellicole su Cristo, Hitler e Che Guevara.

Per non parlare del fatto che le sceneggiature venivano selezionate e approvate dal consiglio di amministrazione, i cui membri erano tutti amici o parenti dell'Albarani internazionale. Nonostante questi, lievi, difetti strutturali, l'Istituto Romano Luce era uno dei pochi e rinomati centri cinematografici orbitali che avesse completo accesso al 'pescamorti' per girare le pellicole di storia. Perché la storia era una questione delicata, non era mica una sciocchezza ludica e fantasiosa come la quarta trilogia di Guerre Stellari che George Lucas II stava girando negli studios hollywoodiani della base orbitale accanto.

Come poi l'Istituto Romano Luce, all'epoca proprietario di una piccola quota societaria dell'appena quotata in borsa Bollywood, nel tempo fosse divenuto uno dei pochi studios cinematografici a poter disporre del 'pescamorti', al secolo XXIV il satellite Neo-Hubble, era una tediosa questione di burocrazia e fortuiti eventi. In pratica il merito stava nel fatto che l'Italia era una delle pochissime nazioni non compromesse dalla terza guerra mondiale seguita alla caduta delle grandi religioni.

Al giovane Mariano, fin troppo giovane per ricordare la guerra, quando Frank gliel'aveva raccontata, quella storia era sembrata incredibile: il Neo-Hubble era stato messo in orbita da pochi decenni quando una scienziata, tale Adele Schmidt, aveva scoperto che si poteva usare la sua lente a interferenza di fase per computare le geodetiche degli oggetti in moto in un campo gravitelettromagnetico. La scoperta, pressoché contemporanea, dell'elettropositività gravifotonica dell'anima aveva, dopo qualche elaborato calcolo, consentito di tracciare e letteralmente 'ripescare' le anime dei morti che restavano in gran parte confinate sul pianeta dalle fasce di Van Allen.

″Non ho capito come, però″ gli aveva risposto Mariano.

″Ehi bimbo, sono un tecnico di nanologrammi da sala e Repliche d'autore, mica un fisico io″ gli aveva risposto Frank con un sorriso allegro e sornione dipinto sul suo faccione rubizzo.

Fatto stava che, il trapelare che Cristo, al pari di altri grandi fondatori, una volta focalizzato dal 'pescamorti' con il software costruito dalla Schmidt, s'era scoperto esser stato solo un comune filosofo e non il figlio di Dio, aveva causato una tale fiammata laica in Italia che alla fine, paradossalmente, era stato l'unico stato sovrano a uscire illeso dalla terza guerra mondiale. Anche se lo stato vaticano era stato sigillato e trasformato in prigione per spergiuri. Fortuna poi aveva voluto che Italsat fosse l'unico satellite connesso al 'pescamorti' a salvarsi dalla reazione dello scudo di difesa spaziale cino-russo-americano. Strana la storia.

Mariano si voltò verso l'amico e gli sorrise.

″Frank, secondo te che cosa penserebbe il Duce di come l'Albarani tratta il Bonaparte? Voglio dire, era un suo pari, o quasi, no?″

″Ma... per me il Mussolini se ne infischierebbe, lui conosce l'Albarani di persona, è stato l'Albarani a ridargli dignità storica tanto da farlo rieleggere.″

″Si, ma se tanto mi da tanto... da come gira le pellicole, chissà che porcherie ha fatto in realtà. Sei stato tu a riprogrammarlo vero?″

Frank fece spallucce, da navigato esperto del mestiere: perché in realtà era lui il geniaccio dietro alla programmazione attuale delle Repliche e degli ologrammi sala.

Mariano insisté: ″Dai non fare il prezioso, non ne sarai l'inventore, ma sei stato discepolo di un collaboratore della Schmidt. Ho pure sentito che ti sei riciclato come tecnico quando i governi avevano deciso di regolamentare l'uso delle rievocazioni dei morti, è vero? Hai calibrato tu Mussolini II, vero? Con tutti gli anni in cui hai lavorato per quelli di Hoolywood!″

″Sì″ ammise Frank a disagio.

″Quindi, volente o nolente, sei uno dei massimi esperti in circolazione.″

Per questo l'Istituto Romano Luce se l'era accaparrato.


″Non so, all'epoca ero solo un allievo, sai? – bofonchiò Frank, per tutta risposta, fissando l'Albarani che continuava a strigliare un Napoleone sempre più disperato.

Mariano seguì il suo sguardo.

– Poveraccio, tutto perché l'inibitore di violenza non gli permette mai di ribattere davvero. A volte vorrei che non fossero programmabili.

– Che vuoi farci Maria', vorresti un Attila non riprogrammabile?

– No per carità, però... così fa pena. Secondo te quanto andrà avanti ancora?

– Almeno altri cinque minuti. Tranquillo ti ci abituerai.

– Per ora non lo sopporto.

– Vai a farti un caffè, e poi magari fa' una capatina nella sala accanto, ho sentito che Bergman II sta rigirando il settimo sigillo, da quando l'hanno ripescato dice che deve cambiare alcune cose di quella vecchia pellicola. Lei odia gli scacchi...

– Davvero?

– Sì, pare preferisca il Go.

– No, intendevo, davvero posso andare?

– Sì, sì, fai pure, io sto qui.

– Sicuro?

– Vai vai, non sia mai che all'Albarani gli serva un tecnico. Sei nuovo ma vedrai che ti ci abituerai. Ti ci abituerai come ho fatto io.

Mariano si alzò dalla sedia e uscì dalla sala.

Frank osservò il giovane dai capelli rossi allontanarsi e sorrise: il doppio mento gli s'incurvò con il ghigno e per un istante parve avere due ampie bocche trionfanti. Appena Mariano fu sparito Frank infilò una mano nel marsupio che portava sempre a tracolla e ne sfilò un piccolo e sottile disco di platino. Lo infilò nel drive e sorrise.

– Cinque minuti – esclamò schioccando le dita paffute, – sono più che sufficienti.

Portò le manacce sopra i comandi e con inusitata e rapida grazia iniziò a tessere una sequela di comandi all'apparenza illogica; le dita che scivolavano fluide su manopole e cursori, selezionando, sintonizzando codici e valori.

– Ti è chiaro adesso? – stava sbraitando l'Albarani al povero Bonaparte, quando di colpo l'imperatore svanì da davanti a i suoi occhi e al suo posto rimase un fantoccio di carne e metallo, simile al manichino dei crash-test delle navette orbitali.

Il regista perplesso guardò dapprima verso l'alto, all'olocellula che convogliava il fascio del pescamorti al DR12, pensando si fosse rotta, poi si girò incazzato verso la piattaforma di regia. Fissando il tecnico con occhi di bragia.

– Ehi, Frank, che diavolo è successo al 'pescamorti'? Cosa cazzo ci stai a fare qui se non riesci a tenere nemmeno focalizzato il fascio?

– Tranquillo Marco, lo ripesco subito. Ecco qua, guarda bene…

Ma invece di Napoleone Bonaparte comparve una copia perfetta dell'Albarani; un manichino del regista, improvvisamente animato e lanciato in una folle filippica.

– E sia ben chiaro – stava gridando contro qualcuno di invisibile, – che non me ne frega niente se il progetto di quella troia crucca della Schmidt oggi apparterrebbe per diritto ai suoi collaboratori. Non me ne frega proprio nulla, voglio lo sfruttamento di questa cosa quindi fai in modo che quel testamento scompaia nel nulla; tanto non c'è nessuno che ne sappia qualcosa, perché la vecchia era un'eremita. Fallo sparire, sei tu l'avvocato. L'Istituto deve averne l'esclusiva, quello stupido di Frank o il suo maestro ora che la vecchiaccia è andata venderebbero i diritti anche agli altri paesi e io non voglio che…

D'improvviso conscio di quel che stava accadendo l'Albarani fissò con sgomento Frank e gridò, portandosi le mani al petto: – No, non puoi vedere degli eventi così recenti. Non si può prendere l'anima di chi è… – incespicò come se gli mancasse il fiato, – di chi è… ancora vivo. Mi stai... uccidendo.

– Proprio tu mi parli di leggi – mormorò Frank schifato, – stronzo.

– Grasso... pezzo di… merda – inveì Marco Aurelio Albarani, con il pugno alzato, ma poi, paonazzo, cadde a terra sbavando.

– Bene – esclamò Frank, sfiorò un altro paio di tasti e sul soffitto si aprì una seconda luce, si vide un fascio luminoso scendere fino al corpo esanime di Albarani.

– Trascrizione in corso e… completata.

Suonò ancora un paio di strane combinazioni di comandi seguendo una partitura che aveva ripassato nella propria mente migliaia e migliaia di volte.

– Scambio e reimmersione dal 'pescamorti' – e premette un ultimo tasto.


Quando Mariano ritornò l'Albarani sembrava essersi calmato e addirittura, cosa inaudita, si stava scusando col Bonaparte: avrebbero fatto una scena in cui lui moriva di infarto, massacrato dalla tensione e dalla disperazione di aver perso tutto ciò per cui aveva lottato per la seconda volta, come effettivamente era accaduto. Meglio così. Il veleno era un cliché abusato. Una morte naturale ma sofferta, c'era il pathos, la sofferenza, era comunque un climax.

– Ma che è successo?

Frank infilò nel marsupio il disco di platino che aveva appena estratto dal drive, poi fece spallucce fissando il collega.

– Registi, sono primedonne. Pare che abbia cambiato idea.

Mariano strabuzzò gli occhi.

– Che vuoi che ti dica, Maria' – aggiunse Frank, alzandosi, – che l'Albarani sia lunatico fisso non è una novità. Vado un attimo al bagno, io.

– Ma se inizia...

– Fa' tu Maria', ormai sei capace, comunque arrivo subito.

Colse con la coda dell'occhio il sorriso dipingersi sul volto di Mariano a quello schietto complimento. Era un bravo ragazzo, gentile, solerte, e molto sveglio.

E poi, quei bei capelli rossi: se avesse potuto Frank ci avrebbe infilato volentieri una mano dentro, per arruffarli e accarezzarli. Peccato solo che lui adesso fosse un uomo, e anche piuttosto grasso. Spostò avanti la sua pesante mole verso il bagno, era veramente difficile vivere in quella gabbia di carne.

Forse era ora di usare il 'pescamorti' per strapparsi l'anima e reincarnarsi nel corpo di una bella e giovane assistente per Mariano. Era un bravo ragazzo ed erano ormai trent'anni che non si divertiva con un bell'uomo. E Mariano era proprio il suo tipo.

Proprio un bel ragazzo.

Oltrepassò la porta con un sorriso beota stampato sul volto e sul collo e si portò una mano al marsupio. Sfilò il disco di platino dove aveva or ora trascritto l'anima di Albarani e lo guardò ghignante.

– Vecchiaccia a chi, gran figlio di puttana! Avrai quel che meriti.

Lo infilò di nuovo nel marsupio: la Replica di Albarani l'avrebbe sostituito e avrebbe fatto quel che lei voleva. Un idiota in meno nel mondo. Mentre invece il vero, esimio e illustrissimo Cavaliere della Repubblica, Marco Aurelio Albarani, si sarebbe fatto un viaggetto eterno in un programmino di realtà virtuale che lei gli aveva preparato con cura e amore in tutti quegli anni.

Un programmino molto, molto, speciale.

Poi l'avrebbe infilato in un satellite e spedito in orbita verso i limiti estremi della galassia. Sorrise ancora una volta ed entrò, per errore, nel bagno delle donne: anche dopo trent'anni nel corpo di Frank certe abitudini erano dure a morire.


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