Maurizio Landini bazzica da tempo nei paraggi della science fiction italiana, e in particolare l’area che frequenta di più è quella del movimento connettivista, dove di recente ha pubblicato il racconto “Futuro morto” nell’antologia “Avanguardie Futuro Oscuro”.
Il filone che Maurizio preferisce è quello della fantascienza militare, filone a cui appartiene il “Diecimila centimetri” con cui questo autore esordisce sulle pagine di Continuum.
Seguace di autori del calibro di Heinlein e Haldeman, Maurizio è uno scrittore la cui narrativa è ancora under construction, nel senso che allo stato attuale la sua collocazione e la sua futuribilità nell’ambito della fantascienza italiana appaiono come due incognite. Noi di Continuum, ad ogni modo, siamo orientati a scommettere su di lui, alla luce di un’enorme disponibilità a lavorare duro per compiere il definitivo salto di qualità.
Il racconto che segue legittima un simile ottimismo: è la proiezione in uno scenario futuro e alieno della battaglia di Caporetto, nella quale soldati innestati dovranno vedersela con una razza che di umano ha solo una cosa: la spietatezza.
Diecimila Centimetri
di Maurizio Landini
Gottfried Benn – Uno cantava:
"...Today We Are All Demons..."
Combichrist
"...E' rigorosamente proibito agli ufficiali, dal grado di colonnello in giù, ostentare con la divisa scuri di comando recanti frammenti di ossa, unghie e pelle essiccata di nemici uccisi in battaglia..."
Aliti schifosi nel bus verso il "Centro per gli Intrepidi". La riconfigurazione terrestre è lunga ma non eterna: ancora un po' di tempo per l'adattamento alla nuova confezione di carne e ossa che mi hanno assegnato, poi sarò rispedito al fronte, dritto come un fuso.
Da quando mi hanno arruolato, la pace per me è una zona di passaggio. Un file temporaneo. La Guerra invece è per sempre. La porti dentro, anche quando non ti va. Sempre. Questo è un concetto che ho bene impresso in mente, come una macchia indelebile.
Nel bus verso il Centro, occupo il posto riservato agli invalidi, chiuso in una gabbia di gente in piedi, odore di sudore.
Aliti.
Dell'ultima campagna a cui ho preso parte, ricordo bene solo ciò che in me emana olezzo di paura: buche piene zeppe di morte violenta e odori fetidi: non come la mia gabbia nel bus, più fetidi. E' una partizione necessaria. Una macchia indelebile. Serve per quando torno in prima linea, nello spazio profondo.
Sveglio e reattivo. Così mi vogliono.
La paura mefitica mi mantiene vivo. Serve.
Lungo il tragitto verso il Centro, sono di nuovo a galla in una notte distante anni luce da qui. Mi trovo laggiù, anche senza volerlo. Rimembranze miasmatiche. Visioni dolorose dei miei compagni, accucciati come cuccioli dentro buche schifose e piene di buio. La paura rifulge nei loro occhi come l'araldica d'oro in rilievo sugli scudi da parata. Paura preziosa come il calcio decorato nelle rivoltelle dei superiori: osso e oro. Paura che muta in impeto d'odio da scaricare attraverso le nostre mazze arrugginite: c'è da picchiare forte laggiù, da picchiare duro, fino a morire. Ossa spezzate e ossidazione, gli ingranaggi di una guerra di logoramento. Siamo un fiume di carne stagnante in un letto di trincee che si spingono chilometri e chilometri al di là della nebbia: monorotaie dritte verso il disfacimento, piene di relitti umanoidi che attendono il treno della morte sperando che non tardi oltre: io e i miei compagni vogliamo soltanto che tutto questo finisca, e in fretta, come un colpo di rivoltella alla tempia.
Osso e oro-paura...
...Cinquantesimo giorno dall'inizio dell'Invasione: il bombardamento d'artiglieria è appena terminato. Gli alieni sono stati accucciati con le dita nelle orecchie abbastanza per concludere che qualche supporto pesante funziona ancora, da questa parte della barricata. Non tutto è perduto. Adesso i nostri incursori si infiltreranno per mettere fuori combattimento le batterie laser che, con il loro fuoco di contropreparazione, impediscono l'ennesimo attacco frontale della 36° Divisione di Fanteria. Noi ce ne stiamo seduti sul gradino di cemento del parapetto, aspettando l'ordine dall'alto per entrare in azione. E ciò avverrà molto presto: bisogna spezzare le reni alla resistenza aliena, il prima possibile e a qualunque prezzo.
Il fronte orientale è una linea seghettata di trincee unite tra loro da stretti tronconi trasversali; ciò per evitare che il nemico possa occupare un settore ed espandersi agevolmente in altri.
La Squadra Comando – teste calve e costose armature da parata - dirige le forze di occupazione da remoto, nelle stanze semibuie della Nave Madre, ormeggiata al di là dell'atmosfera del Pianeta. Le unità di ranger dislocate in prima linea, ricevono le istruzioni direttamente nella propria rete interna. Nonostante il sofisticato sistema di ricezione neurale infilato in testa e diversi potenziamenti nel resto dell'organismo, siamo soldati normali: esseri umani che soffrono. Muoiono. E, a volte, riescono a tornare a casa, mantenendo il corpo che avevano quando sono partiti.
Dal giorno che mi hanno spedito in prima linea, non ho avuto mai questa fortuna.
Guardo attraverso la feritoia sulla piastra di ceramite che ripara la postazione di uno dei nostri cecchini. Al di là del parapetto si estende la Terra di Nessuno: cento metri che ci separano dalle trincee nemiche. E' un terreno cosparso di crateri e detriti, da dove giungono le grida strozzate dei feriti, dopo l'ultimo assalto. Commilitoni che muoiono dissanguati, fra atroci sofferenze; noi siamo costretti a lasciarli lì, in mezzo al fango e ai cadaveri. Non possiamo certo uscire allo scoperto per andare a recuperarli, ci farebbero fuori tutti: ce ne stiamo al riparo e ascoltiamo il carillon di gemiti e invocazioni strazianti.
C'è stato un momento in cui eravamo riusciti ad accordarci con gli alieni per un "cessate il fuoco" e permettere così a entrambi di riprendersi i propri feriti. Poi uno scemo di guerra si è preso la briga di sparare sulle squadre di recupero e tutto è tornato come prima. I caduti restano dove sono. E non di rado capita che il vento dell'Est ci parli ancora di loro, attraverso il tanfo dei resti organici in decomposizione, così forte da farci svenire.
-Presto torneremo là fuori, in quella discarica di carne marcia e metallo piegato.- E' la voce di Numero 8872, il sergente di squadra. Non mi sono accorto della sua presenza: la mia mente è rimasta incagliata in quella distesa color morte cobalto. Pensare di dover percorrere ancora quei diecimila centimetri esposti al fuoco ostile, mi riempie d'angoscia. E se la scampiamo fino al traguardo beh, è solo l'inizio: laggiù, dietro il parapetto della trincea nemica, ci aspettano gli altri. Esemplari di una razza temprata da secoli di guerre interne. Evoluta quanto spietata.
Durante le prime fasi di occupazione del Pianeta perdemmo buona parte dei mezzi di terra e di aria senza che potessero sparare neppure un colpo. Scoprimmo a nostre spese che gli abitanti del luogo erano straordinariamente abili nei sabotaggi. Il loro intento era di ridurre le nostre risorse belliche fino a impantanarci in una guerra di posizione di cui essi si sono rivelati maestri indiscussi.
Sapevano che, privi dei supporti necessari, ci è impossibile organizzare un'azione coordinata delle varie forze, per sfondare le loro linee e dare una svolta decisiva al conflitto.
Temo che, durante la stesura del Piano d'Invasione, l'eventualità che i nostri nemici adottassero una simile strategia, sia stata ampiamente sottovalutata. L'operazione, che doveva completarsi entro quindici giorni terrestri, si sta trascinando ormai da diverse settimane, con enormi perdite su entrambi i fronti.
Il silenzio del buio è intramezzato da sporadici colpi di mitragliatrice laser; fasci policromi che illuminano a tratti la Terra di Nessuno: un orologio irregolare che scandisce l'eternità di questo incubo. Quando aspettiamo di attaccare, il tempo sembra rallentare fin quasi ad arrestarsi. Poi dalla Nave Madre parte l'upload degli ordini in vista dell'assalto imminente. Le istruzioni corrono nella rete interna della Fanteria, si immettono in tutte le menti sincronizzate dei soldati. Sento l'allegato scompattarsi ed entrarmi in circolo. Ordini fetidi. Aliti decisionali di teste calve tatuate all'uso dei gradi alti.
- Tieniti pronto, soldato - dice il sergente. - Presto avremo bisogno di tutti i "centometristi" che ci restano.
Mi dà una pacca sulle spalle e si allontana sparendo nella nebbia di trincea.
Dopo l'ultimo disastroso corpo a corpo siamo stati costretti a ripiegare subendo ingenti perdite. E nelle nostre condizioni sarebbe un suicidio di massa assaltare di nuovo. Ma la Squadra Comando conferma che il raggiungimento dell'obiettivo è di importanza strategica per la soluzione del conflitto sul fronte orientale. Vorrei che qualche capoccione scendesse quaggiù per farsi una passeggiata lungo le trincee, incespicando fra cadaveri, moribondi e relitti umanoidi, per convincersi una volta per tutte che non usciremo mai vincitori da questo schifoso mondo. Lentamente ci faranno a pezzi.
Ossidazione.
Disfacimento.
Diavolo, con tutti questi pensieri allegri, mi è venuta voglia di farmi. La droga della Sussistenza vince la fame, il sonno e allevia lo sconforto abissale; insomma, rende appena più sopportabile tutta questa merda. Estraggo la dose d'ordinanza dall'astuccio che porto sempre con me, e spingo l'applique di neoamfetamina sul collo. La droga sintetica entra rapida in circolo. Attendo che il calore piacevole si estenda in tutta la componente biologica e riporti il mio morale a livelli accettabili, ma il tempo passa e non succede un accidente. Qualcosa dentro di me sembra neutralizzare l'effetto positivo della sostanza. Anzi, provo un disagio improvviso, sento come se un'armata d'insetti invisibili fosse uscita dal terreno intrufolandosi negli anfibi e ora salisse veloce dalla punta dei piedi per coprirmi in pochi attimi. Sento le loro zampe ticchettare rumorose sotto i vestiti. Dita veloci su un'antica tastiera di plastica. Tic tic tic amplificato in testa con centinaia di watt. Piccoli insetti corrono fino a penetrarmi in bocca, e a liquefarsi in una bevanda ghiacciata e amara come il veleno, che scende giù per la gola. Riesco a percepire il respiro dei commilitoni a centinaia di metri di distanza da me, come se il liquido fosse in grado di estendere oltre ogni limite le mie percezioni sensoriali. Menti rilassate nel dormiveglia, percorse da un flusso ininterrotto di dati provenienti dai meandri della rete interna, come se la trasmissione dalla Squadra Comando non fosse ancora terminata. Milioni di stringhe di codice che si fondono in una figura tridimensionale simile a un demone dal corpo fatto di buio, che scorrazza lungo la trincea, spalancando le ali nere come il giaietto; la sua ombra ha i contorni della nostra Nave Madre, attraccata oltre l'atmosfera.
Il Demone si moltiplica atterrando su ognuno di noi, come un angelo di ottone su un elmo da parata; scopre i suoi orribili denti di murena che ci bucano il casco tattico e si chiudono sui nostri innesti cerebrali.
Aliti...
...Riprendo conoscenza arraffando l'aria. Cerco di risollevarmi dalla pozza di fango bluastro dove sono finito senza accorgermene; anche il movimento più semplice mi costa una fatica massacrante, adesso. Gli insetti sono spariti, assieme al demone affamato, lasciando il posto alla rassicurante desolazione della mia trincea.
Non riesco a stabilire quanto tempo sia passato dalla mia perdita di conoscenza. Il sistema neurale sta lavorando in modalità provvisoria e mi è difficile anche solo pensare. Non è stata una buona idea iniettarmi quella roba. Ora ho bisogno di un medico per un rapido ripristino, prima che mi spediscano al di là del parapetto in questo stato. Non scorgo nessuno nei paraggi e il silenzio della notte si carica d'inspiegabile attesa, come se qualcosa dentro di me avesse bisogno di una pausa per riprendere fiato e accumulare le forze per...
– Cazzo! - grido squartando il silenzio, mentre la schiena si inarca fino a farmi temere di spezzarmi in due. La pelle del viso si tira intorno alla bocca spalancata nell'acuto perfetto, con tutto il fiato che ho in corpo, fin quasi a lussarmi la mascella. Potrei ingoiare in un sol boccone questo mondo schifoso. E' come la scarica di diecimila volt uscita da una vecchia pistola taser e ripetuta con cadenza di tempo irregolare: nelle pause in assenza di dolore rubo aria abrasiva, semiparalizzato.
Tento di avviare una scansione rapida del sistema. Prego il Dio di Tutte le Religioni affinché mi dia almeno il tempo per completare la diagnostica cerebrale. Prima che riprendano le danze e i do di petto. Voglio capire che cosa diavolo mi sono messo in testa, mentre muoiono i secondi. E rischio di morire anch'io quando un allarme mi risuona in testa e vengo prontamente informato che ho contratto un virus.
Un virus.
Sì, sono stato infettato. La pausa perdura e non capisco come abbia potuto contrarre uno stramaledetto virus; interrogo il database della rete interna sulla tipologia di infezione.
Attendo facendo scorta di aria abrasiva.
Giunge la risposta alla query e mi schiaccia al suolo, sotto il peso di una Nave Madre: tonnellate di sgomento. Si tratta di un malware progettato per creare il caos in un organismo cibernetico fino ad alterarne la struttura nella sua interezza. E' una complessa sequenza di codice maligno che artiglia l'anima informatica. Una volta divenuto padrone indiscusso del sistema, spinge l'ospite ad annientare tutto ciò che gli capita a tiro, senza soluzione di continuità. Quando si è infetti non esiste procedura che possa sterminare questa famiglia di metamorfi virali.
Qualcuno è appena emerso dal mare di bruma senza che me ne accorgessi. Numero 5887 dell'equipe di medicina tattica, probabilmente allarmato dalle mie urla, è venuto a soccorrermi. Giusto in tempo per una nuova crisi. La pausa si frantuma di nuovo insieme alle mie ossa. Sottili tavole di legno spezzate dentro di me e ricongiunte alla meglio da un burattinaio maldestro.
- Ce n'è un altro qui! Qualcuno venga a darmi una mano! - grida 5887, chino su di me. Sopraggiunge Numero 6345, che cerca subito di tenermi fermo, mentre il medico mi inietta un tranquillante per dinosauri. Sono sconvolto da contrazioni muscolari anomale: il mio corpo è una tenda da campo che qualcuno vuole smontare e rimontare dall'interno.
- Dottore, come è possibile che abbia contratto un virus? – chiedo razziando aria.
- E' stato immesso nella rete interna della Fanteria – risponde lui, guardandomi col volto da Cristo in croce. - Ha infettato il sistema neurale di tutti i soldati collegati al momento dell'ultima trasmissione di istruzioni sull'assalto imminente. Questo significa che proviene dal Comando stesso.
Un virus amico.
Gli rido-urlo in faccia. Ma non c'è proprio nulla da ridere.
Il Demone Volante.
Altro che ridere, c'è solo da urlare.
- Dottore, si sta sbagliando! - sbraito. Capita anche all'equipe di medicina tattica di prendere una cantonata: nessuno è infallibile. - E' solo l'effetto di una fottuta droga tagliata da qualche stronzo, vero?
Nessuna risposta.
Numero 5887 dell'equipe di medicina tattica se n'è già andato. Ci sono altre emergenze nei paraggi, urla che si accavallano, un intero campeggio di tende.
Ali nere spalancate.
Mi allontano dalla mia postazione ubriaco fradicio di angoscia, tastando le pareti di terra cobalto come per scovare un porta dimensionale segreta che mi faccia uscire subito da questo inferno mutante. Mentre cerco di mantenermi in piedi, mi accorgo che l'intera trincea si sta unendo in un'unica danza di guerra orrenda, che non segue alcun ritmo se non la sinfonia straziante di urla inumane, ovunque si trovi un pezzo di Fanteria d'assalto. Gli intramezzi di quiete sono sempre più brevi...
...La prossima fermata è quella del Centro per gli Intrepidi. Mi separa ancora qualche chilometro di campagna buia attraverso i finestrini del bus. Centinaia di migliaia di centimetri. Terra di tenebre, davanti ai miei occhi. E dietro di essi, oltre le cavità orbitali. Dentro di me...
...Galleggio in una notte fatta di liquido refrigerante, che sale dalle punte delle mie falangi e inonda gli arti superiori per confluire nella carotide interna. Le tenebre sono molto più dense, ora. Il cuore bussa disperato dall'interno di una cella frigorifera: un brutto scherzo.
Raggiungo un troncone di trincea non ancora terminato, dove si trova un automa escavatore spento. Per realizzare le trincee in copertura, abbiamo aperto chilometri di gallerie per poi far crollare il tetto, come ai tempi della Prima Guerra Mondiale terrestre. Arrivo a sfiorare il pettorale del robot: l'avvoltoio bianco, simbolo della gloriosa Fanteria d'Assalto sta sbiadendo, è quasi del tutto scomparso.
La nostra Grande Guerra sta per finire...
...Finire.
La Squadra Comando ha deciso di oliare ancora una volta questa macchina arrugginita. E' arrivato il momento di usare la carta vincente e gettare ciò che rimane di noi oltre le trincee.
Il segnale d'assalto giunge da remoto, posso sentirlo ancora, acuto come una teiera in ebollizione. E' il fischio del treno che ci porta via nel vuoto dell'annullamento.
Quando saltiamo incontro al buio, della Fanteria non c'è più traccia.
Ora esistono soltanto macchine di sterminio fuori controllo.
Sento nel cranio rimbombare il mio respiro assieme a quello degli altri: cuori che battono sfondando timpani dall'interno. Bum bum bum Le reti di fuoco laser illuminano il cielo notturno senza arrestare la corsa di lupi mannari sulla melma cobalto. Veniamo colpiti più volte ma non cadiamo. Corriamo senza bandiere né stendardi, senza portare nulla con noi, fuorché il massacro. Lo spazio si deforma accorciandosi o allungandosi in errori di prospettiva; la realtà si spegne e si accende come illuminata da un grande sole stroboscopico. Sento che ormai la coscienza è quasi del tutto asfissiata dalla mutazione.
Con un balzo saltiamo oltre il parapetto della trincea nemica. Il tempo decelera bruscamente. La mia percezione è quasi completamente ammantata da vuoti neri come le profondità insondabili dello Spazio. Ultimo barlume di pensiero lucido dentro l'anatomia di un macellatore...
...La faccia di creta-orrore degli alieni, modellata in un urlo eterno come la Guerra, è l'ultima cosa che ricordo.
Il resto è da riempire.
Quando torno.
Ancora con voi Continuum, rivista di fantascienza telematica.
Narrativa, saggistica, immagini, fumettistica... e tanto altro ancora per una testata (sinora) davvero fortunata. Ma abbiamo bisogno di voi: mandateci suggerimenti, opinioni critiche, e soprattutto vostri elaborati come racconti, recensioni e saggi. Con il vostro aiuto Continuum non potrà che crescere ancora!
La Redazione
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Collaboratori: Donato Altomare, Fabio Calabrese, Andrea Carta, Vittorio Catani, Nunzio Cocivera, Alberto Cola, Simone Conti, Giovanni De Matteo, Elena Di Fazio, Enrico Di Stefano, Roberto Furlani, Lukha Kremo Baroncinij, Luca Masali, Sabrina Moles, Adriano Muzzi, Annarita Petrino, Amedeo Pimpini, Antonio Piras, Salvatore Proietti, Giampaolo Proni, Gianni Sarti, Gianfranco Sherwood, Claudio Tanari, Ivo Torello, Gianni Ursini, Enzo Verrengia, Alessandro Vietti.
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