SCACCO MATTO IN 25... CAPITOLI

Intervista a Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 con il romanzo “Il Re Nero”

 

Il premio Urania, bandito dall’omonima collana della Mondadori, ha ormai raggiunto e superato i vent’anni di vita, divenendo un appuntamento “classico” per gli appassionati italiani di fantascienza (autori e lettori).

Al tempo della prima edizione, il Premio Urania indicò un cambio di rotta, perché offriva finalmente ai tanti scrittori italiani che “popolavano” il fandom della fantascienza (e/o che pubblicavano con editori piccoli e medi) la possibilità di arrivare al grande pubblico, grazie alla vetrina offerta da Urania e dalla sua (allora più che oggi) capillare distribuzione.

Ovviamente la portata del concorso è cambiata nel tempo ma, ritengo, la scelta fatta nel 2008 di vietare la partecipazione a chi lo aveva già vinto una volta ha (re)indirizzato il Premio Urania verso lo scouting di nuovi e giovani autori.


Forse per questo, volendo intervistare il vincitore dell’edizione 2010, mi trovo innanzi un coetaneo: Maico Morellini, 34 anni, consulente informatico, di Reggio Emilia. Un coetaneo che, peraltro, conosco, visto che ci lega l’assidua frequentazione di Lucca Comics & Games, il più importante festival italiano dell’immaginario fantastico, cui da parecchi anni le nostre rispettive associazioni (Yavin 4 e RiLL) partecipano.


Il romanzo con cui Maico si è aggiudicato il Premio Urania 2010 è intitolato “Il Re Nero”, ed è uscito nelle edicole italiane lo scorso novembre. Fantascienza e noir si mischiano nella storia, che ha per protagonista l’investigatore privato Riccardo Mieli, che si muove nella Polis Aemilia, futuristica aggregazione delle città di Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Maico Morellini

Maico Morellini

Maico, la prima domanda forse è banale, ma mi pare doverosa. Hai 34 anni, e hai vinto il più importante premio italiano per romanzi di fantascienza, bandito da Urania, la più longeva e diffusa collana di fantascienza del nostro paese, edita da Mondadori, la maggiore casa editrice italiana. Ecco, che effetto fa?

Non è così facile spiegare le emozioni che mi hanno travolto quando ho saputo di aver vinto il Premio Urania. Dico che non è facile perché bisognerebbe trasmettere a chi legge tutta la fatica, per quanto piacevole sia stata, che c’è dietro la creazione di un romanzo come “Il Re Nero”.
Ci sono le notti insonni, le revisioni, i dubbi, le sindromi (fortunatamente non frequenti) da pagina bianca. E tutto questo, ovviamente, dopo che il lavoro e le faccende domestiche hanno chiesto il loro quotidiano tributo. Insomma, questa vittoria è il culmine di un percorso lungo, bello ma faticoso. E il migliore epilogo che si potesse desiderare.

Nel dettaglio, quando mi è arrivata la mail confidenziale che mi annunciava in anteprima la vittoria dell’Urania ero al lavoro. Ho ricordi piuttosto confusi dei minuti immediatamente successivi, ma so di aver chiamato la mia ragazza, di aver stampato la mail e di averla letta almeno una volta all’ora per la settimana successiva: volevo essere sicuro di aver capito bene.
L’ufficializzazione del successo è avvenuta una settimana dopo e io non potevo, ovviamente, diffondere la notizia. Vi lascio immaginare quante volte mi son dovuto mordere la lingua!

Morellini in compagnia di Giuseppe Lippi a Science plus Fiction 2011

Morellini in compagnia di Giuseppe Lippi a Science plus Fiction 2011

Sei una delle tante “voci nuove” del mondo del fandom. Che rapporto hai con gli altri autori italiani di science-fiction della tua età?

Attraverso Yavin 4, il fan club di Guerre Stellari di cui sono socio, organizzo un concorso letterario a tema prettamente fantascientifico, Space Prophecies. Siamo all’ottava edizione, ormai.
Questo mi ha dato la possibilità (e la fortuna) di conoscere e incontrare molti giovani autori di fantascienza. Miei coetanei o con qualche inverno in più sulle spalle. Devo dire che c’è una bella comunità: attiva, attenta, e molto solidale. Con alcuni ho costruito una bella amicizia ed è anche grazie a loro se i miei orizzonti fantascientifici si sono allargati.

 

La tua storia si svolge in Italia. La scelta come ambientazione della Polis Aemilia, agglomerato che mette insieme Bologna, Modena e Reggio Emilia, ha tanto l’aria di un “omaggio” a una radice sentita, visto che tu sei reggiano di nascita, e lì vivi. Puoi parlarci di questo aspetto del romanzo?

Come dicevi, sono emiliano, e fiero di esserlo. Sono molto legato alla mia terra, alle sue radici e ai suoi aspetti più o meno particolari.
Nato a Reggio, ho frequentato Modena ai tempi dell’Università e ovviamente anche Bologna. Sono tre città molto diverse. Volevo raccontarle attraverso una chiave di narrazione originale, futuristica ma che esaltasse comunque alcuni aspetti della mia terra. Così poco a poco ha preso corpo l’idea di Polis Aemilia, come è presentata nel romanzo.


Sei stato per anni presidente di Yavin 4, il fan club di Guerre Stellari, di cui sei ancora socio. Per la tua storia hai scelto, però, una fantascienza del tutto diversa. Perché?

Per tre motivi principali.
Il primo è che mi piaceva molto l’idea di creare qualcosa di quanto più possibile originale e attingere a un immaginario simile a quello di Guerre Stellari mi avrebbe inevitabilmente trascinato, anche involontariamente, verso una citazione continua della “saga delle saghe”.
Il secondo è anche una questione di rispetto. Il mio rispetto per Guerre Stellari è tanto, e scrivere qualcosa che andasse in quella direzione non mi avrebbe fatto sentire in grado di tessere trame e tirare fili narrativi in modo da fare onore a quella saga.
Il terzo è che l’idea di base del romanzo è anche quella di “trasmettere” una realtà possibile. Far immedesimare il lettore avvicinandolo a cose che comunque conosce, quindi attingendo anche alla sua personale esperienza, mi ha aiutato nel creare un mondo simile ma con evidenti differenze rispetto alla realtà. Differenze che, proprio perché si distaccano da qualcosa che si conosce, appaiono ancora più forti e, a mio parere, interessanti.


La tua è anche una storia gialla, il cui protagonista è un detective. Nella storia della fantascienza (e in passati Premi Urania) ci sono ovviamente già precedenti di questo tipo. Tu cosa pensi di questa contaminazione di generi?

Il mio primo romanzo di fantascienza fu “Abissi d’acciaio”, di Isaac Asimov. Si trattava, a tutti gli effetti, di un giallo fantascientifico. E così sono stati anche i due seguiti, “Il Sole Nudo” e “I Robot dell’Alba”. Da lettore ho amato follemente questi tre libri, e di sicuro questo influenza ciò che adesso scrivo (ovviamente, senza l’ambizione o l’arroganza di paragonarmi ad Asimov).

In più, da scrittore, credo che il format del noir consenta uno sviluppo più interessante della trama. Coinvolgere il lettore in un’indagine vuol dire guidarlo, passo passo, dove si vuole, facendolo partecipare in modo più attivo alla trama che si sta costruendo. Questo per me è un bel pregio, ma come struttura può anche non piacere: infatti è la caratteristica verso la quale i detrattori del noir fantascientifico italiano si scagliano con più veemenza.

La copertina de “Il re  nero” di Maico Morellini, Premio Urania 2010

La copertina de “Il re nero” di Maico Morellini, Premio Urania 2010

Mi ha colpito la presenza nel romanzo del Policlinico, controllato dai Corpi Medici. È uno spunto, mi pare, molto originale. Vuoi parlarcene?

Per un anno ho fatto tirocinio al Policlinico di Modena e, seppure ho incontrato solo persone in gamba e comunicative, mi aveva colpito la grandezza della struttura. Questo è servito per catalizzare la dimensione dell’ospedale verso qualcosa che assomigliasse a una grande multinazionale senza scrupoli (lo ripeto, niente a che vedere con la realtà attuale).
I Corpi Medici, in quest’ottica, sono la risposta istituzionale a un moloch con interessi economici che è penetrato nel tessuto sociale di un’enorme città tecnologicamente molto evoluta, come è appunto Polis Aemilia. In parte questo lo vediamo tutti i giorni, ed è molto attuale (seppure la lavorazione del romanzo inizi prima degli odierni “tempi sospetti”).
Non voglio fare politica o disamina sociale da talk-show televisivo, ma che il profitto abbia una grossa influenza, in molti livelli della società, è un dato di fatto. Una delle caratteristiche che ho voluto dare al Policlinico è proprio quella di essere un colosso che garantisce grandi vantaggi ma che esige enormi sacrifici. E se non sono le singole persone a doverli fare, è il Policlinico a pretenderli dall’intera Polis. Nel passato della mia ambientazione, nel presente e anche nel futuro. In parte, questo è il senso della Crisi dei Dissonanti (della quale non dirò nulla, per non svelare troppo).


Almeno dicci chi sono i Dissonanti…

Sono al tempo stesso vittime e carnefici.
Vittime dello spregiudicato cinismo del Policlinico, che trasforma normali cittadini in pericolosi assassini, e carnefici perché questa trasformazione risulta poi essere molto più profonda di quanto si pensi.


Il titolo del romanzo fa subito pensare agli scacchi. Questo mi riporta all’ambiente ludico in cui noi ci siamo conosciuti. Che rapporto hai col gioco (di ruolo e non)? E con gli scacchi?

Il gioco di ruolo è stato una mia grandissima passione per tanti anni, e lo sarebbe ancora se non fosse momentaneamente accantonata per carenza di tempo. Mi ha dato la possibilità di affinare, seppure non in modo scritto, le mie capacità narrative e di costruzione di impianti e intrecci.

Allo stesso modo i giochi da tavolo, di carte (in particolare quella droga chiamata Magic) mi piacciono molto, anche se il tempo, come sempre, manca.

Gli scacchi invece sono una passione che mi ha trasmesso mio padre. Non riesco mai a giocarci quanto e come vorrei, ma mi piacciono molto. Hanno la strategia e la “violenza” tipica di quei giochi nei quali l’intelletto si scontra con una struttura. È questo che accade durante una partita, che in questo senso assomiglia a una storia gialla, o noir. Sono caratteristiche che ho cercato di trasporre anche nel mio romanzo.


Chiudo tornando al punto iniziale: i concorsi letterari. Hai partecipato a molti di essi, coi tuoi racconti, ottenendo anche buoni risultati, e infine hai vinto l’Urania, con il tuo romanzo. Sei inoltre tra i curatori del premio Space Prophecies… quindi, nel complesso, cosa ne pensi?

Io credo che sia fondamentale farsi le ossa attraverso concorsi letterari, soprattutto di racconti. Imparare a iniziare una storia e concluderla in un numero limitato di cartelle aiuta davvero tanto a focalizzare energie e risorse. Ed è una palestra molto costruttiva. È anche un bel modo di confrontarsi e di capire come e dove potersi migliorare. Perciò, lo ripeto con convinzione, i concorsi secondo me sono una parte fondamentale del percorso di chi voglia dedicarsi alla scrittura.


 

Alberto Panicucci

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