FANTA E SCIENZA, MA LA FANTASCIENZA?

 

“Science plus Fiction”, fanta e scienza, ma la fantascienza dov’è, dov’è andata a finire? Il dubbio, è comprensibile, si riferisce all’edizione 2011 del festival triestino del cinema “di fantascienza”, le cui proiezioni si sono svolte al cinema multisala “Cinecity” nel centro commerciale “Le torri d’Europa” dal 10 al 13 novembre.

Bene o male, la presenza dell’elemento fantastico, non-realistico, non-mimetico è sempre assicurata anche se non nella maniera che ci piacerebbe di più, da una folta presenza di pellicole horror ispirate soprattutto al filone degli zombie. Sull’altro lato, la scienza e la divulgazione scientifica hanno avuto uno spazio più consistente di quello che si può solitamente trovare in una manifestazione come questa; infatti non c’è stata soltanto la proiezione del bel film-documentario di Diego Cenetiempo Abdus Salam, The Dream of Symmetry, dedicato all’insigne fisico pachistano premio nobel nel 1979 che per decenni è stato “l’anima” del Centro di Fisica Teorica di Trieste, ma anche quella del sorprendente Cave of forgotten Dreams, un’immersione negli affreschi preistorici della grotta Chauvet nella Francia meridionale, realizzato da un documentarista d’eccezione, il grande Werner Herzog; e ancora non è finita qui, perché il periodo del festival è venuto a coincidere con la “Settimana di educazione allo sviluppo sostenibile” promossa dall’UNESCO, e questo ha costituito l’occasione per la presentazione di un terzo documentario: Flow: For Love of Water di Irene Salina, dedicato al problema dell’acqua che, come sappiamo, sta ormai diventando un’emergenza mondiale. E non escludiamo neppure la mostra di Alessio Iurman “CuBit, la forma del pensiero razionale” in corso dal 28 ottobre al 16 novembre alla Galleria Comunale d'Arte di piazza Unità 4, che vorrebbe rappresentare le forme tetraedriche di atomi, molecole, cristalli. Io però l'ho trovata alquanto deludente. Diciamo che è difficile trasmettere emozioni attraverso la razionalità, a meno di non chiamarsi M. C. Escher.

Accanto a ciò, il grande spazio dato all’horror, soprattutto al filone degli zombie, del che proprio non ci possiamo stupire, avendo avuto la manifestazione di quest’anno come ospite d’onore George A. Romero, la cui Alba dei morti viventi è stata la pellicola capostipite di tutti i prodotti successivi che si inseriscono in questo sottogenere, dagli Zombi di Dario Argento alla recente serie televisiva The Walking Dead. Ma quella veramente poco rappresentata in questa edizione del festival triestino, è stata proprio la fantascienza.

Bisogna però ammettere che ci troviamo di fronte a una situazione oggettiva di cui gli amici della Cappella Underground, il validissimo staff capitanato da Daniele Terzoli non portano responsabilità, e alla quale anzi hanno cercato e cercano di sopperire come meglio possibile. Il fatto è che oggi i film di fantascienza sono diventati opere ad alto o altissimo budget soprattutto per la sofisticatezza tecnica ed il costo sempre più elevato degli effetti speciali (Per dirne una, nel 1992 si calcolò che El mariachi di Robert Rodriguez, una pellicola più che dignitosa, era costato quanto un secondo di Jurassic Park di Steven Spielberg), pellicole che le majors americane si guardano bene dall’inviare a manifestazioni come il festival triestino, in conseguenza di un eventuale rientro negativo in termini di pubblicità e di incassi nel caso di una “bocciatura” da parte della giuria o del pubblico del festival.

Data questa situazione di partenza, non resta che puntare sulle cinematografie minori, sulle opere prime di giovani registi che hanno spesso più velleità e presunzione che capacità e idee, e sull’horror che essendo considerato B (C, D, E, F, ecc…) movie, è spesso rappresentato da pellicole a basso budget.

In realtà il problema non è di sicuro di oggi. Eravamo, credo, nel 1981 o nel 1982, poco dopo una delle ultime edizioni dell’allora “Festival Internazionale del Film di Fantascienza”, un paio d’anni prima del quindicennio di “buco” 1984-1999 durante il quale la manifestazione triestina era scomparsa. Dopo l’edizione di quell’anno, scrissi al “Piccolo”, il quotidiano cittadino, una lettera che mi fu pubblicata, dove oltre alle critiche esprimevo alcuni suggerimenti, essenzialmente quelli di puntare sulle manifestazioni collaterali: convegni, conferenze, mostre, oltre a dare spazio alle retrospettive, alle pellicole “d’annata” che al vecchio appassionato poteva piacer rivedere e che potevano essere una scoperta per i più giovani; insomma fare una manifestazione un po’ meno festival e un po’ più convention. E’ un po’ la strada che gli amici della Cappella Underground hanno seguito quando hanno riportato in vita il festival come ScienceplusFiction, ma con questo non voglio dire che abbiano seguito i miei suggerimenti, erano le indicazioni che avrebbe potuto dare chiunque.

Forse però, ed è un sospetto che sto covando da tempo, non si può dare la colpa di tutto nemmeno alla politica affaristica delle majors. Ho il sospetto che la fantascienza, non solo quella cinematografica, sia affetta da una crisi profonda, esistenziale.

Fateci caso, ma da diversi anni a questa parte, con l’eccezione di Avatar di James Cameron (che a parte gli effetti speciali di altissimo livello, come trama non si può dire che sia un capolavoro di originalità), non sono comparsi sul grande schermo film di fantascienza che non rientrino in una di queste categorie: a) tratti dai fumetti/cartoni animati, b) remake, c) sequel o prequel. Viene spontanea una domanda: le idee dove sono finite? Possibile che siano state esaurite completamente?

Se guardiamo bene, non è che la fantascienza letteraria sia messa molto meglio. Nell’incontro di sabato 12 novembre di cui vi dirò più avanti, Giuseppe Lippi direttore di “Urania” ha confessato che sia ad di là che al di qua dell’Atlantico oggi, soprattutto fra la produzione degli autori più giovani si trovano quasi solo noi, thriller fantastici, cyberpunk, e la stessa “Urania” per non perdere il passo, ha dovuto cedere a qualche compromesso.

Una scelta radicalmente diversa, che però riflette la medesima crisi, l’ha compiuta ad esempio la Elara Libri che sembra essersi indirizzata a una politica di riedizioni degli autori della Space Opera degli anni d’oro, e verso un pubblico di nicchia di appassionati di una certa fascia di età. E’ una politica che certo non offre grandi prospettive a lungo termine.

La sensazione che si ha, è che la fantascienza stia languendo proprio perché si sta esaurendo “il combustibile nella caldaia”.

La fantascienza dovrebbe basarsi su delle previsioni più o meno attendibili ma sempre basate su di un certo grado di plausibilità, sul nostro futuro, e ha avuto il suo maggiore sviluppo in relazione ai temi dell’esplorazione spaziale. Quest’ultima nella realtà sta segnando miseramente il passo, e non sembra molto credibile una sua ripresa futura.

Lo sviluppo delle nostre conoscenze ha reso non plausibili i sogni di un secolo o anche di mezzo secolo fa. Noi oggi sappiamo che nessuno dei pianeti del sistema solare tranne la nostra Terra ospita la vita, né presenta condizioni adatte alla vita umana o tali che l’uomo vi possa soggiornare senza complicate protezioni, né risorse il cui sfruttamento non sia reso antieconomico dalla difficoltà e dalla distanza. Fuori dal sistema solare c’è un abisso di nulla che non può essere superato per approdare a nuovi soli e nuovi mondi nei tempi di una vita umana.

Non solo non abbiamo raggiunto altri pianeti, ma non siamo nemmeno tornati sulla Luna dopo le missioni Apollo. Ultimamente sono andate in pensione le ormai vetuste shuttle, e non si sa nemmeno se qualcosa le sostituirà.

Fino agli anni ’50 e ’60 si immaginava la conquista dello spazio in maniera molto simile alla conquista del West; oggi sappiamo che ciò è ben lontano dalla realtà.

Se tuttavia si trattasse solo di questo, saremmo ancora fortunati. Immaginiamo di poter fare un balzo temporale all’indietro di mezzo secolo e di raccontare ai nostri padri e nonni la situazione del nostro tempo. La reazione più probabile che otterremmo sarebbe, io penso, di incredulità per quanto poco siamo progrediti rispetto alle attese che erano correnti cinquant’anni fa.

Non solo l’esplorazione spaziale langue, non solo non abbiamo trovato una cura risolutiva contro il cancro e si è aggiunta ai mali del passato una nuova malattia come l’AIDS, ma l’energia continua a essere cara come e più del passato e le fonti alternative non sono decollate. Le città continuano a essere affollate e inquinate, l’ambiente è sempre più devastato e sommerso dai rifiuti, le specie naturali sono minacciate, ma la vera tragedia sono le condizioni miserabili in cui versa il cosiddetto sud del mondo.

Se potessimo raccontare ai nostri padri o nonni che a più di un decennio dal fatidico (si pensava) anno duemila, migliaia di bambini avrebbero continuato a morire ogni anno di malnutrizione o per malattie facilmente curabili, che una parte dell’umanità che non solo sembra non si possa ridurre ma appare continuamente in crescita, non avrebbe avuto accesso a risorse fondamentali come il cibo o l’acqua, che guerre e tirannidi avrebbero continuato ad accompagnare la nostra storia, le reazioni sarebbero state d’incredulità crescente.

E’ un discorso, ne sono sicuro, che riuscirà ostico ai più. La maggior parte degli appassionati di fantascienza, in tutta onestà e sperando di non riuscire traumatico o blasfemo per nessuno, mi sembra ancorata a un’idea anacronistica e non realistica di progresso, e un esempio in questo senso mi pare sia proprio un articoletto di Tullio Avoledo, lo scrittore friulano che è stato ospite nonché membro della giuria di quest’edizione, e del quale riporto uno stralcio:

“La fantascienza è entrata nel nostro quotidiano. Le cronache di economia e di politica del 2011 sembrano uscite dalla penna di Ron Goulart. Certi smartphone farebbero impallidire qualsiasi gadget di Buck Rogers. Sui giornali appaiono normalmente parole e concetti come clonazione, droni, mondi alternativi, pianeti abitabili fuori dal sistema solare, computer quantici, superneutrini che viaggiano lungo un tunnel di 700 km tra la Svizzera e il Gran Sasso”.

Certo, se potessimo veramente credere che il nostro mondo sia sul punto di trasformarsi in qualcosa di simile a quello di Buck Rogers o di Star Trek, non c’è dubbio che vivremmo meglio, ma c’è da chiedersi se i super smartphone e gli esperimenti con le particelle elementari permessi da acceleratori costosissimi non siano gli ultimi guizzi di lusso concessisi da un nucleo ancora privilegiato della nostra specie mentre il resto di essa si va sempre più scontrando con la penuria di risorse, e infatti Avoledo (che può non avere ragione in questo caso, ma è fuori di dubbio un uomo intelligente) poche righe più sotto si domanda come mai negli anni ’70 quando si viaggiava sulle FIAT 124 si scriveva di viaggi interplanetari, mentre un quarantennio più avanti nel futuro la fantascienza ha molta minore stima e visibilità.

La verità che abbiamo voluto ignorare è molto semplice, ovvia: il mito di un progresso illimitato si deve necessariamente infrangere contro i limiti fisici ed ecologici di un sistema chiuso quale è il nostro pianeta; eppure l’aveva già chiaramente spiegato nel 1970 il Club di Roma nel saggio/rapporto I limiti dello sviluppo.

Tutte le generazioni che ci hanno preceduti approssimativamente dalla fine del XVIII secolo ai nostri padri, hanno avuto la fondata speranza che i loro figli avrebbero avuto una vita migliore di quella dei propri genitori. Noi oggi questa speranza non la possiamo più avere, anzi è del tutto verosimile che l’avvenire sarà più difficile e problematico del presente.

In queste condizioni, come potrebbe la fantascienza, sia quella cinematografica sia quella letteraria, non essere in crisi?

Forse il successo dei film di zombi si spiega proprio con il fatto che i mostri che compaiono sullo schermo servono per esorcizzare (o almeno dimenticare per un po’) le mostruosità terrificanti che pullulano nella vita reale.

In ogni caso, soprattutto tenendo a mente questa realtà tutt’altro che incoraggiante oltre alla difficile situazione determinata dai tagli dei finanziamenti pubblici alla cultura, non si può che apprezzare lo sforzo della Cappella Underground per tenere in vita la manifestazione e mantenerla a un buon livello, anche se già dall’anno scorso si è dovuta accettare la sua compressione nell’arco di soli quattro giorni.

Vediamo ora di tracciare il calendario degli eventi. Sabato 5 novembre alle ore 11.00 nella hall dell'Hotel Continentale di via San Nicolò 25 c'è stata la conferenza di presentazione della manifestazione, dove Daniele Terzoli e lo staff della Cappella Underground ci hanno spiegato quel che ci saremmo dovuti attendere da giovedì in poi. Non è stata una semplice comunicazione di servizio perché in particolare il giovane regista Diego Cenetiempo, un ragazzo cresciuto professionalmente e artisticamente nell'ambito della Cappella Underground, ha parlato della realizzazione del suo film-documentario Abdus Salam, The Dream of Symmetry, che è proprio l'opera destinata a inaugurare le proiezioni. Una nota di soddisfazione anche da parte mia: Diego è stato mio allievo al liceo, e mi chiedo se posso avere contribuito a “infettarlo” con certe passioni.

Ancora un po’ di attesa, poi giovedì 10 si parte alla grande al Cinecity proprio con la pellicola del nostro Diego, seguita dal britannico Monsters di Gareth Edwards e poi dalla singolare catabasi (sotto terra e indietro nel nostro più remoto passato) di Werner Herzog.

Abdus Salam, The Dream of Symmetry, giocato sulla vita dello scienziato pachistano (a cui sembra che un profetico sogno del padre abbia indicato la via da percorrere), sulle più avanzate teorie sulla natura della materia, sull’impegno di Salam per diffondere la conoscenza scientifica nei Paesi del sud del mondo, risulta un’opera piacevole e nulla affatto didascalica.

Diego Cenetiempo e lo sceneggiatore Giuseppe Mussardo, docente del Centro di Fisica di Miramare, ideatore del progetto e autore della sceneggiatura, presenti in sala, hanno raccontato la realizzazione di questa pellicola e come, per poterli tradurre in qualche modo in immagini, il buon Diego ha dovuto rivestire di nuovo i panni dello studente e mettersi a studiare gli affascinanti enigmi del mondo delle particelle elementari.

Contrariamente a quello che il titolo potrebbe far pensare, Monsters di Gareth Edwards non è affatto un film di horror, si tratta di fantascienza, e buona, di qualità inaspettata direi (non a caso risulterà il film vincitore). Alcuni anni prima dell’inizio della vicenda, una sonda della NASA di ritorno da Marte si è schiantata nel Messico settentrionale; la sonda era contaminata da una forma di vita marziana, e presto delle creature mostruose hanno cominciato a invadere tutto il nord del Messico. Un giovane fotoreporter deve recuperare la figlia del suo datore di lavoro, e per farlo occorre passare attraverso la zona infetta. La storia fila bene con la giusta dose di suspense fino al finale dove scopriamo che anche i mostri extraterrestri provano reciproca attrazione, e non sono poi così interessati a distruggere gli esseri umani.

Concludiamo la serata con Herzog, con un viaggio nel buio che sembra davvero un viaggio nel tempo, dove la luce di una torcia ci fa scorgere gli animali dipinti dagli uomini paleolitici, i bovini e i cavalli di quell’epoca remota, che sembrano davvero prendere vita.

Venerdì 11 alle ore 11.00 iniziano gli incontri mattutini all'Hotel Continentale denominati ScienceplusFiction Cafe. Questo primo è dominato dalla critica cinematografica. L'autore britannico Kim Newman, attivo frequentatore del festival già da parecchie edizioni, presenta il suo libro Nighmare Movies, Forty Years of Fear (mi ha sempre colpito la sua somiglianza con l'illustratore lovecraftiano Andrea Bonazzi, solo più magro). Poi è la volta dell'italiano Lorenzo Gandini che presenta il suo volume Il cinema americano attraverso i film. Segue l'appuntamento più atteso della mattinata, con il fumettista e illustratore Gianni Pacinotti, in arte Gipi, che ora esordisce pure nella regia con il film L'ultimo terrestre.

Dal punto di vista delle pellicole, il bilancio di giovedì 10 con un bel film prettamente fantascientifico e due eccezionali documentari è stato molto soddisfacente, ma già venerdì ci zompa addosso la prima zombata. Si tratta di La notte dei morti viventi, il “classico” di George A. Romero del 1968, presentato come omaggio all'ospite d'onore di questa edizione. Abbiamo poi Haven, una puntata di un serial televisivo tratto da un romanzo di Stephen King. Un'altra puntata dello stesso serial era stata proiettata l'anno scorso, e insieme tutte e due hanno costituito un'eccellente dimostrazione a) del fatto che dalla visione di due puntate di un serial è molto difficile o impossibile farsi un'idea della trama, degli antecedenti, dei personaggi, b) che Stephen King nella sua vena peggiore riesce a essere nello stesso tempo pacchiano e assurdo, con fenomeni paranormali a nastro di mitragliatrice senza un minimo di spiegazione, c) che le due cose combinate insieme riescono di una noia mortale.

Fosse stato per le pellicole americane, e in realtà non molto diverso dagli zombi-movie risulta pure lo pseudo-fantascientifico Nuclear Family (stessa musica di un macabro che diventa noioso per quanto è ripetuto), per Stake Land, questa serata sarebbe stata disastrosa. Anche La notte dei morti viventi sarà stata un capolavoro che denunciava il disagio dell'uomo contemporaneo, o qualcosa di simile, quando uscì sugli schermi nel 1968, ma rivista oggi dopo aver fatto nel corso del tempo un'abbuffata di effetti sanguinari, non spaventa, irrita, e sicuramente non migliora molto le cose Troll Hunter del norvegese Andrè Ovredal, una discutibile deviazione sul fantasy che è la storia di un cacciatore di troll.

A risollevare le sorti, per fortuna ci sono i russi e gli italiani, è infatti la serata di Focus Russia e di Spazio Italia.

Focus Russia presenta tre film, e vuole essere una celebrazione dei primi cinquant'anni del volo spaziale; è infatti passato giusto mezzo secolo dall'impresa del sovietico Jury Gagarin, che nel 1961 fu il primo uomo nello spazio.

Focus Russia consta di tre pellicole che sono Dreaming Space, First on the Moon e Paper Soldier (piccolo dubbio, perché non tradurre i titoli direttamente in italiano invece che in inglese?).

In precedenti edizioni abbiamo assistito alla proiezione di vecchi film sovietici; opere senza dubbio scopertamente propagandistiche, piene di retorica, ottimismo, eroismo, fiducia nel futuro e chi più ne ha più ne metta, che però finivano per non spiacere, che consentivano di rivivere il clima di fiducia nel futuro di mezzo secolo fa, soprattutto a confronto con le angosciose teratologie che abitano oggi il grande e il piccolo schermo. Queste tre pellicole sono invece espressione della nuova Russia post-sovietica. Dreaming of Space di Alexey Uchitel e First on the Moon di Alexey Fedorchenko sono del 2005, Paper Soldier di Aleksei German jr. è del 2008. Soprattutto i primi due, Sognando lo spazio e Primi sulla Luna ci chiariscono che l'esperienza sovietica è tutt'altro che rinnegata dalla nuova Russia, in particolare in un campo come l'esplorazione spaziale dove sono stati raggiunti traguardi importanti come il primo uomo inviato nello spazio. A giudicare dalla pellicola di Uchitel, Gagarin è ancora un mito intramontabile. La storia, ottimista e romantica ha come sottofondo la radiocronaca dell'impresa di quello che rimane ancora oggi forse il più amato degli eroi sovietici.

Primi sulla Luna è una sorta di racconto ucronico che immagina che i sovietici siano arrivati sul nostro satellite già poco prima della seconda guerra mondiale, ma forse Soldato di carta è l'opera più interessante e meno convenzionale delle tre, sui rimorsi e gli scrupoli di coscienza di un medico delle missioni spaziali, che deve occuparsi di uomini che sono considerati sacrificabili.

Spazio Italia, la piccola rassegna dedicata alla cinematografia fantascientifica italiana che – udite! - dopotutto esiste, è stato “spalmato” sulle tre giornate da venerdì a domenica. Stasera tocca a L'ultimo terrestre di Gianni Pacinotti, seguito dal masterclass (così hanno chiamato gli incontri in sala fra autore e pubblico) dello stesso Gipi.

Ci voleva un italiano per fare di un'invasione extraterrestre il pretesto per una storia intimista, saldando la minaccia cosmica ai problemi esistenziali del protagonista, ma Pacinotti se la cava abbastanza bene.

Un discorso a parte, poi è rappresentato da The Show must go on del croato Nevio Maraskovic. L'idea è senz'altro accattivante. Sappiamo di vivere in un'epoca mediatica nella quale la televisione prende sempre più spazio nella vita delle persone e i reality televisivi catturano un segmento importante del pubblico. Cosa accadrebbe in una casa tipo Grande fratello se tutto attorno nel mondo scoppiasse l'olocausto nucleare?

Si vede che nonostante la fine della Guerra Fredda certe paure sono tutt'altro che morte, perché il tema di un post-olocausto nucleare torna di prepotenza anche nell'americano Nuclear Family di Kyle Rankin, dove è una giovane coppia con una figlia (e un figlioletto scomparso di cui sono alla ricerca) che deve sopravvivere alle difficili condizioni del dopobomba, ma anche sfuggire ai berserker, uomini inselvatichiti e cannibali che non sono poi tanto diversi dagli zombi. Abbiamo appreso che la pellicola presentata a ScienceplusFiction è l'episodio pilota di un serial. E' un pensiero che non è per nulla rassicurante. E nulla, proprio nulla di diverso ci dice Stake Land di Jim Mickle. Se non sono zombi, sono vampiri, se non è zuppa è pan bagnato.

Negli ultimi tempi, lo sappiamo, le invasioni extraterrestri sono di moda, da Skyline a Falling Skies. Almeno arrivare a trovarcisi in mezzo in un clima da commedia brillante dopo essersi portato a letto una ragazza, come accade nello spagnolo Extraterrestrial di Nacho Vigalondo!

Qualche parola bisogna dirla anche sui corti, in programmazione sempre nella densissima giornata di venerdì, e poi in quella di domenica: si tratta di opere di lunghezza inferiore ai 15 minuti. Talvolta si tratta di lavori che avrebbero meritato un ben maggiore sviluppo, ma il più delle volte, anche quei pochi minuti di pellicola sono francamente sprecati. Vi faccio due esempi. There is Work for you in the Sky: See Mars di Paolo Zaninelli: l'idea è simpatica, un ex astronauta stabilitosi su Marte che vende hot dog ai marziani. In Scusa amore di Diego Caponnetto troviamo invece una coppia di fidanzati che sta scappando da un branco di zombi affamati. E meno male! Dato il tono prevalente di questa edizione del festival, una cosa del genere proprio ci mancava!

Fra i ScienceplusFiction Cafe, gli incontri mattutini all'hotel Continentale, quello di sabato 12 novembre alle ore 11.00, è stato una vera e propria tavola rotonda cui hanno partecipato Giuseppe Lippi direttore di Urania, il giornalista Fabio Pagan, gli scrittori Tullio Avoledo e Maico Morellini.

Forse il nome di Tullio Avoledo non dice molto ai lettori di fantascienza, almeno a quelli che leggono solo fantascienza etichettata come tale e basta. In effetti è un autore che ha scelto di pubblicare i suoi libri senza etichettarli come “di genere”, cosa che per altri versi ne avrebbe limitato la diffusione, ma si tratta di una decina di opere fantascientifiche scritte nell'arco di una dozzina di anni, a cominciare dal suo romanzo d'esordio, L'elenco telefonico di Atlantide, ed era più che opportuno farlo conoscere anche al pubblico degli appassionati. (Confesso che finora non l'avevo letto neppure io. Cosa volete, non ho conoscenti ad Atlantide, e perlopiù la lettura degli elenchi telefonici mi annoia: poca trama e troppi personaggi).

Maico Morellini è un esordiente, ed è il vincitore dell'ultimo premio Urania con il romanzo Il re nero che è venuto a presentare qui, e che è in edicola proprio in questo periodo.

Sempre sotto la consumata regia di Giuseppe Lippi, Fabio Pagan ha presentato Era una gioia appiccare il fuoco, la più recente antologia di Ray Bradbury (il titolo deriva dal fatto che essa include il racconto che è stato il primo embrione di Fahrenheit 451). Poi Lippi ha dedicato alcune parole commosse alla rievocazione di Vittorio Curtoni, già direttore di “Robot” e recentemente scomparso.

Le proiezioni di sabato partono con la replica di Nuclear Family, seguita da quella di Extraterrestrial (il Cinecity è un multisala e può accadere che due o tre pellicole siano proiettate contemporaneamente, e dato che lo spettatore di solito non possiede il dono dell'ubiquità, queste repliche sono indispensabili per non farsi un'idea troppo parziale della manifestazione; certo, la cosa riesce alquanto dispersiva e caotica). Più tardi ci saranno quelle di Monsters e di The Show must go on.

Tra Nuclear Family e Extraterrestrial assistiamo alla proiezione del franco-britannico-indiano The Prodigies 3D, di Antoine Charreyron, una pellicola di animazione che, devo essere sincero, a me è sembrata una versione cartoon de Il villaggio dei dannati.

E' poi la volta del documentario Flow, For Love of Water e di L'arrivo di Wang (finalmente un titolo che non sia in inglese!) dei nostri Manetti Bros che fa parte di Spazio Italia, ma devo essere onesto, la pellicola mi è sembrata piuttosto statica e “la trovata” non è un gran che. Una traduttrice cinese che non riesce nel tentativo di effettuare una traduzione “al buio” (letteralmente in una stanza buia) delle parole di un misterioso “signor Wang”. Quando si accende la luce, si scopre che Wang è un extraterrestre.

Continua l'abbinamento italo-russo, quasi una sorta di alleanza per tenere un po' a freno il dilagare dello zombismo made in USA, al film dei Manetti segue Target di Alexander Zeldovich, una pellicola interessante e problematica che ci parla dei nuovi ricchi della nuova Russia, gente a cui è rimasto un solo desiderio da realizzare: contrastare l'invecchiamento fisico, e allo scopo può forse servire una dimenticata invenzione dei tempi sovietici...

Arriviamo a quello che dovrebbe essere il momento clou dell'intero festival, il conferimento dell'Urania d'argento a George A. Romero da parte del suo amico e vincitore di una passata edizione dello stesso premio Dario Argento (che l'aveva a sua volta ricevuto, suppongo, per nessun altro motivo se non l'assonanza del suo cognome e il nome del premio). Confesso di aver disertato la manifestazione: che volete, entrambi questi personaggi e le loro truculente pellicole mi danno sui nervi, ma non abbiate paura, immagino che Gianni Ursini che è pure riuscito a farsi fotografare insieme a Romero, vi relazionerà abbondantemente su di essa.

Io mi limito a notare che da quando è stato istituito questo premio Urania d'argento, non è stato mai, dico mai assegnato a registi di fantascienza, ma solo di horror e, scusatemi, ma è un po' come se la corona di Miss Italia venisse data solo a travestiti. Mi sembra di sentire le ossa di Giorgio Monicelli che si rivoltano nella tomba e, visto che siamo in tema di zombi, forse i morti è meglio non andare a stuzzicarli.

Non poteva mancare la zombata di turno, e la premiazione è stata seguita dalla proiezione che ho del pari accuratamente evitato, di Dawn of the Dead, il prequel de La notte dei morti viventi. L'unica cosa che mi permetto di far notare è l'incoerenza del titolo, infatti normalmente l'alba segue alla notte, non la precede, ma visto che siamo nell'ambito di assolute incoerenze logiche...

Passiamo poi a Spazio Italia con The Gerber Syndrome di Maxi Dejoie (certamente uno pseudonimo e, data la tematica della pellicola, il massimo della gioia davvero!), un film pseudo-documentario sullo scoppio improvviso a livello mondiale della sindrome di Gerber, un'epidemia devastante e mortale. Ne abbiamo viste diverse in questi anni: la SARS, l'aviaria, la suina, peccato (per fortuna!) che si sono rivelate tutte delle bufale. Un tocco di humor che contribuiva ad alleggerire la cosa, una cartolina distribuita all'ingresso del Cinecity con i consigli di un medico da fumetti, Topo Tino, per evitare il contagio.

Degli ultimi due film della serata, l'olandese Saint di Dick Maas e l'italiano Morituris (miracolo, non è inglese, è latino!) di Raffaele Picchio si può parlare insieme, la tematica è praticamente la stessa: un gruppo di individui violenti uccisi in circostanze drammatiche che periodicamente risorgono dalle tombe per fare a pezzi i vivi sfortunati che capitano sulla loro strada. Cambia l'ambientazione storica: nel primo caso una masnada di briganti medievali, nel secondo antichi gladiatori ribelli (da cui il titolo che evoca il celebre “morituri te salutant”) fatti mettere a morte dallo stesso Spartaco. Entrambi sembrano scopiazzature dei Resuscitati ciechi della vecchia serie spagnola di Amando De Ossorio. In ogni caso, roba che con la fantascienza c'entra come i cavoli a merenda. Saint però presenta una variante: il capo degli spettrali cattivi, altri non è che San Nicola-Babbo Natale, forse allo scopo di venderlo come film natalizio.

Uno spazio, magari piccolo, ma vista la tradizione del festival, il Giappone lo doveva avere, e infatti domenica arrivano due pellicole nipponiche, l'una il seguito dell'altra, Gantz e Gatz: perfect Answer entrambe di Shinosuke Sato e (come ci hanno ormai abituati da tempo i Giapponesi) quell'elemento scientifico-razionale che dovrebbe caratterizzare la fantascienza si trova proprio all'altro capo della galassia, ma tutto sommato ci sentiamo quasi inclini a perdonarlo ai nostri amici dagli occhi a mandorla assieme all'inevitabile stile fumettistico: almeno non hanno l'insopportabile truculenza degli Americani. La storia è questa: due giovani muoiono investiti dal treno di una metropolitana mentre cercano di salvare un ubriaco caduto fra i binari e si ritrovano in una sorta di valhalla assieme a altri giovani eroi deceduti. Un valhalla che funziona come un videogioco: devono eseguire un certo numero di missioni contro alieni cattivi e raggiungere un certo punteggio per potersi reincarnare. Non è il peggio che ci attende al varco.

Dopo la replica de L'arrivo di Wang ricominciano le zombate. Oltre a un incontro col pubblico dell'ineffabile Romero, sono in programma i seguiti de La notte dei morti viventi: Survival of the Dead e Diary of the Dead, in più un inedito di Romero, Martin, che non ci parla di zombi ma (pensate un po!) di vampiri e sempre per rimanere in tema, le repliche di Stake Land e di Saint, a cui si aggiungono in tarda serata la replica di The Gerber Syndrome e The Thing, che non è il classico di John Carpenter, ma un suo prequel firmato Matthijs van Heijningen jr. che, oddio, sarà fantascienza, ma la più granguignolesca che si possa immaginare.

Dribblando per evitare gli zombi, ho seguito il Masterclass di Tullio Avoledo. Onestamente, non ho elementi per giudicarlo come autore, ma certamente è un conversatore brillante. Ci siamo trovati un pubblico non numeroso ma scelto (a parte il sottoscritto, ovviamente) comprendente tra gli altri Fabio Pagan, Lorenzo Codelli, Carlos Aguilar, al punto che Giuseppe Lippi si è stupito dell'assenza di Gianni Ursini che io sapevo che in quel momento si stava vedendo la replica di Saint.

Mi sono sentito in dovere di dire due parole in difesa del nostro Gianni: c'è una suddivisione di competenze, una specie di accordo fra me e lui: mentre io mi godo le cose intellettuali, lui – poveretto – si sorbisce i bum, bang, crash.

Alla conclusione della serata, le premiazioni e proiezione del film vincitore del premio Asteroide, che è risultato essere Monsters in modo, a mio parere, assolutamente meritato. Premi minori per L'arrivo di Wang, per il cortometraggio Out of Erasers e per Stake Land.

Una conclusione è difficile da trarre. Di grande interesse la parte dei documentari scientifici, buona complessivamente la parte riguardante le pellicole europee e russe, interessanti gli ScienceplusFiction Cafe e i Masterclass, eccellente e apprezzabile lo sforzo organizzativo dello staff della Cappella Underground, ma per l'amor del Cielo, basta con gli zombi, e lo vogliamo dare prima o poi un Urania d'argento a un regista o a un autore di fantascienza?

 

Fabio Calabrese

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