L’ALTRO FESTIVAL. SCIENCE FICTION CAFÉ 2011

 

Premessa

Come da tempo avviene, e com’era auspicabile, anche l’edizione 2011 di Science plus Fiction ha riservato un ampio spazio alle iniziative collaterali.

Purtroppo la riduzione del calendario a quattro giornate di Festival ha fatto sì che molti appuntamenti si sormontassero, sicché gioco forza uno spettatore doveva compiere una scelta su cosa vedere e cosa no.

Naturalmente di questo la Cappella Underground non ha nessuna colpa: è già stato illustrato più volte (in questa e in altre sedi) l’impatto che i tagli dovuti alla Crisi globale hanno avuto sulla manifestazione, ma che si sia dovuto fare qualche rinuncia è un dato di cronaca privo di qualsiasi spunto polemico.

Per questa ragione nel presente articolo si focalizzerà l’attenzione sugli incontri tenutisi all’Hotel Continentale di via S. Nicolò 25 l’11 e il 12 novembre nell’ambito del Science Fiction Café, tralasciando gli altri eventi che pure avrebbero magari meritato di essere raccontati.

Possiamo limitarci a segnalare in sede di premessa in cosa sono consistiti. Il 10 novembre è stato presentato presso la sala Comunale d’Arte (piazza Unirà d’Italia 4) il CuBIT, di Alessio Iurman, un inedito “abaco” per il calcolo logico elementare, con funzioni solo in parte simili a quelle che la storica Tavola Pitagorica riveste per il calcolo aritmetico.

Per tutta la durata del Festival, invece, in Piazza Sant’Antonio si trovava una cupola allestita per proporre al pubblico di S+F un viaggio virtuale interplanetario realizzato con la tecnica dello spherical rendering, un formato panoramico con visuale a 360° in computer graphic capace di ricreare, tramite molteplici proiettori digitali ed un software rivoluzionario, un "ciclorama" video perfetto. L’intento era quello di regalare ai visitatori un’esperienza unica nel suo genere, prendendo spunto dall'ipotetico ritrovamento di un disco volante nel sottosuolo, la cui tecnologia, intatta, permetteva ai passeggeri di decollare dalla Terra e visitare l'intero sistema solare in poco più di quaranta minuti, giocando coi concetti di Spazio e Tempo.

Infine va menzionato il masterclass di venerdì 11 novembre, svoltosi nell’Aula Magna “Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori”, dove George Romero ha partecipato a una tavola rotonda in compagnia di Paolo Longhi e Lorenzo Codelli.

Degli eventi sopra citati non si dirà null’altro in seguito.

E ora possiamo versarci del caffè.

 

1. Un caffè con Leonardo Gandini, Kim Newman e Gipi

1.1 Presentazione de “Il cinema americano attraverso i film” a cura di Leonardo Gandini (Carocci, 2011)

Quando si diceva che il calendario ridotto ha portato a una compressione dei programmi, si stava parlando sul serio.

L’appuntamento di venerdì 11 novembre è una dimostrazione evidente di ciò, visto che consiste in una staffetta di tre tavole rotonde nel giro di un’ora e mezza.

Sovvertendo l’ordine iniziale previsto dall’opuscolo di S+F 2011 il primo caffè offerto agli intervenuti è quello con Leonardo Gandini affiancato da Roy Menarini e Roberto Nepoti.

Leonardo Gandini

Leonardo Gandini

Gandini presenta il suo libro “Il cinema americano attraverso i film” (Carocci, 2011) un volume la cui origine non affonda nella sci-fi, ma che parla comunque di film conformi alla linea editoriale del Festival come “Inception”, “Wall-E”, “L’invasione degli Ultracorpi” e “La notte dei morti viventi” (che non poteva mancare, in un’edizione sotto il segno di Romero).

Si tratta di un volume piuttosto agile in cui si parla di dodici film « scelti » ci dice Nepoti « secondo il criterio della rappresentatività piuttosto che quello della qualità. »

Ciò che forse accomuna i film selezionati è l’elusività, intesa come l’attitudine a chiudere una narrazione senza chiuderne il senso. Ma non è questo l’unico criterio adottato da Gandini.

« Ho lasciato perdere i registi già consacrati come intellettuali, privilegiando quelli erroneamente bollati come autori di film di intrattenimento. »

La cosa significativa, come rileva Roy Menarini, è che ben quattro dei dodici film trattati nel libro siano ascrivibili al genere fantastico.

Film che, secondo Gandini « si distinguono per la straordinaria complessità. “La notte dei morti viventi” e “L’invasione degli Ultracorpi” passarono praticamente inosservati, tanto che il secondo non venne nemmeno recensito dal New York Times, però appartengono a quella ristretta famiglia di film che hanno prodotto un alone, un filone socio-culturale antecedente o successivo. »

Per capire meglio il concetto espresso da Gandini, basta pensare a un paio di esempi: così come “Wall-E” rappresenta l’apice della ricerca estetica della Pixar (seguendo perciò quello che Gandini definisce “alone antecedente”), “La notte dei morti viventi” ha generato proseliti, dando il la a quello che lo scrittore chiama “alone successivo”.

Le ultime parole vengono riservate a “Inception”, la cui analisi conclude anche “Il cinema americano attraverso i film”. Una pellicola che, osserva Nepoti, « apre scenari molto più di film maggiormente celebrati, soprattutto per la contaminazione di linguaggi quali videogame e sogno. »

Ma Gandini preferisce tornare al discorso dell’elusività e a quello degli aloni culturali: « “Inception” si sviluppa in senso orizzontale anziché verticale. Il protagonista è un instabile, quindi non sappiamo se ciò che vede lo vede veramente, oppure se è frutto di un’allucinazione o di un sogno. Appartiene, insomma, alla scia di film quali “Shutter Island”. »


1.2 Presentazione di “Nightmare Movies: Forty years of Fear” a cura di Kim Newman (Bloomsbury Publishing, 2011)


Si continua a parlare di cinema nella seconda tavola rotonda di venerdì 11 novembre, ma stavolta l’epicentro della discussione non è il criterio della rappresentatività, e nemmeno quello degli aloni socio-culturali antecedenti o successivi. Qui il filo conduttore è il genere d’appartenenza: l’horror.

Il libro in questione è “Nightmare Movies: Forty years of Fear”, mastodontico volume a cura di Kim Newman, habitué del Festival.

Kim Newman

Kim Newman

Si tratta di una nuova edizione rispetto a quella pubblicata in passato dallo scrittore inglese (“Nightmare Movies: A critical history of the horror film, 1968-88”), che conta qualcosa come trecento pagine in più rispetto alla prima versione.

« La mia idea era quella di scrivere un nuovo libro piuttosto che un’integrazione di quello precedente, ma l’editore ha preferito questa soluzione perché riteneva che un libro distinto non avrebbe venduto. » spiega Newman, seduto accanto ad Alan Jones e a Lorenzo Codelli.

Pur nella continuità, per così dire, logica e cronologica che sussiste che esiste tra i due libri di Newman, alcune differenze appaiono evidenti. Anzitutto nel nuovo lavoro ci sono fotografie più esplicite rispetto a quelle contenute nel primo “Nightmare Movies”, il cui editore (in seguito fallito) non approvò delle immagini particolarmente crude, come quella di una donna appesa con dei ganci per i seni.

Inoltre, proseguendo con la lettura si trova un aumento quantitativo del testo scritto a fronte di una diminuzione di foto.

E poi, ma forse lo si poteva dare per scontato, nel “Nightmare Movies” più recente sono stati corretti degli errori presenti nella prima edizione, come spesso accade quando un libro conosce più versioni.

Il volume presentato da Kim Newman a Science plus Fiction 2011 termina ai giorni nostri, ma ha come punto di partenza il 1968, esattamente come il lavoro precedente.

« Perché tutte le altre filmografie parlavano dell’horror tra gli anni ’30 e il ’68. » precisa l’autore. « Oltretutto il ’68 è l’anno in cui è morto Karloff, che segna uno spartiacque tra l’horror classico e quello moderno. (1)»

Ciononostante, per quanto Newman consideri fondamentali certi film recenti e per quanto “Nightmare Movies: Forty years of Fear” ne parli con dovizia di particolari, il gusto dell’autore rimane orientato verso pellicole più datate come “Non aprite quella porta”.

Nemmeno lui, però, è insensibile al fascino delle scie culturali di cui parlava Gandini.

« Se dovessi scegliere un film per cominciare a parlare dell’horror del ventunesimo secolo opterei per “The Blair Witch Project”, perché è stato più volte ricalcato e dunque ha cambiato il modo di fare cinema dell’orrore. »

Newman offre poi la propria visione in merito all’approccio che a suo avviso dovrebbe tenere la critica, cinematografica e non: « Non voglio fare come molti colleghi che si fermano alle cose che hanno amato in passato. Sono aperto a “Twilight” e a ciò che verrà, anche perché un film può essere importante anche senza essere buono. Del resto ci vogliono anni per misurare il valore di una critica, se è vero che ai festival ogni anno si dice che l’anno prima erano stati proiettati film migliori. »

Un’ultima battuta sulle serie TV: « Non le seguo molto, ma spero possano catalizzare la cinematografia horror come avvenne negli anni ’70. Nel libro non ho potuto esimermi dal parlare di “Buffy” e “X-Files”, che sono estremamente importanti. »


1.3 Incontro con Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)


Chiude la mattinata l’incontro con Gian Alfonso Pacinotti, noto tra gli appassionati di fumetto con lo pseudonimo Gipi.

>Gian Alfonso Pacinotti  (Gipi)

Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)

Tali appassionati rimarranno forse dispiaciuti nell’apprendere che Pacinotti inizia il proprio intervento asserendo che come scrittore e disegnatore di fumetti si ritiene defunto.

Di certo non lo si sarebbe visto nei paraggi di Science plus Fiction se il produttore Domenico Procacci non gli avesse chiesto di scrivere un film. È così nato “L’ultimo terrestre”, di cui si è parlato nell’editoriale del presente Continuum, un passaggio che il regista giustifica affermando che la sua « ossessione è raccontare, indipendentemente che il veicolo sia la musica, il fumetto, il cinema o il teatro. »

E la pura scrittura?

« È una cosa troppo seria » risponde Pacinotti, il quale però confessa che, a causa di un impellente bisogno finanziario, in passato ha proposto un romanzo pornografico (poi mai pubblicato) a Einaudi, Fandango e Rizzoli.

Il passato di Gipi lontano dalla macchina da presa non è stato tutto rose e fiori, insomma. Persino il successo ottenuto con i suoi fumetti ha avuto contraccolpi pesanti, poiché lo ha destabilizzato al punto da condurlo a sottoporsi a cure psichiatriche.

Ma neanche l’esordio alla regia è stato indolore, visto che “L’ultimo terrestre”, pur apprezzato dalla critica, a suo tempo andò malissimo ai botteghini.

Ciononostante Procacci ha proposto a Gipi un secondo film, sicché presto vedremo sui grandi schermi la sua seconda fatica cinematografica come regista.

In questo momento, dunque, Pacinotti sta sposando completamente il cinema e la propria carriera da regista, anche perché ha abbandonato altre attività come la striscia satirica su Internazionale.

A tal proposito Pacinotti asserisce: « La satira è morta. È roba di vecchi che parlano a vecchi che la pensano come loro e si indignano a comando, un po’ come i lettori del Fatto Quotidiano. »

Un’ultima curiosità: perché nella sua prima avventura alla regia Gian Alfonso Pacinotti ha deciso di firmarsi con il nome autentico anziché con lo pseudonimo che forse avrebbe potuto attrarre chi già lo conosceva come fumettista?

« La Fandango avrebbe voluto ammazzarmi » ammette il diretto interessato. « L’ho fatto perché la mia prima otto millimetri mi è stata regalata da mio padre, e mio padre si chiamava Pacinotti. Era una dedica che gli dovevo. »


2. Un caffè con Giuseppe Lippi, Maico Morellini e Tullio Avoledo

La tavola rotonda di sabato 12 novembre viene introdotta da Daniele Terzoli, compiaciuto di poter ospitare l’ultimo Premio Urania, com’era avvenuto nelle precedenti due edizioni.

Quest’anno in particolare la presenza della narrativa italiana di fantascienza con il Premio Urania Maico Morellini e con lo scrittore friulano Tullio Avoledo pare decisamente appropriata, alla luce di una rassegna che dà parecchio spazio alla fantascienza italiana.

Oltretutto, come non manca di segnalare Giuseppe Lippi, al Science Fiction Café del 12 novembre si incontrano due tipi di fantascienza: quella “specifica” con Maico Morellini e quella “contaminata” con Tullio Avoledo.

Da sinistra: Maico  Morellini, Giuseppe Lippi, Fabio Pagan e Tullio Avoledo

Da sinistra: Maico Morellini, Giuseppe Lippi, Fabio Pagan e Tullio Avoledo

I romanzi di quest’ultimo, infatti, hanno come attori protagonisti la sf, ma anche il mistero e l’occulto.

Del resto, come ammette Avoledo, pochi autori riescono a coniugare la scienza a grandi plot, e non è un caso che scrittori del calibro di Isaac Asimov siano stati anche grandi divulgatori.

« Non ho la capacità di parlare di superstringhe e neutrini » chiosa l’autore.

Un limite, questo, che probabilmente ha giovato alla carriera dello scrittore friulano, visto che gli editori generalisti sono ben disposti a pubblicare fantascienza purché non compaia sotto l’etichetta “fantascienza”. Lo rileva in quest’occasione Giuseppe Lippi, ma è in realtà un’opinione piuttosto diffusa e consolidata nell’ambiente. Lasciando perdere (almeno per il momento) le volte in cui l’argomento è stato discusso in convention, articoli, mailing-list e social network, si pensi che un anno fa ne parlò Alberto Cola a Science plus Fiction 2010.

Agli autori che invece non vogliono lavarsi il marchio della fantascienza resta una collana editoriale che è ben più di un ripiego: Urania.

È la strada che ha scelto Maico Morellini, vincitore del Premio Urania 2010 con “Il re nero”, romanzo dalle tinte thriller ambientato in una Polis Aemilia rimasta unico baluardo della civiltà.

La contaminazione sf-thriller è particolarmente in voga negli ultimi anni, ma Morellini non ha strutturato così il suo romanzo nell’inseguimento di una tendenza, bensì perché secondo l’autore questa scelta consentiva di risaltare particolarmente bene tratti dell’antagonista e dell’ambientazione.

Ambientazione che si configura in un’Emilia futuribile, quasi in un tributo dell’autore alla propria regione, nella quale si sente molto radicato.

Se la Polis Aemilia di Morellini è, come si diceva, l’ultimo baluardo della civiltà, in “Un buon posto per morire” (Einaudi, 2011) scritto a quattro mani da Avoledo e Davide Dileo, il tema centrale è l’apocalisse.

Incidentalmente, Davide Dileo è il tastierista dei Subsonica. Nel 2009 a S+F era stato proiettato “Shadow” di Federico Zampaglione, cantante dei Tiromancino. Magari il prossimo anno ci ritroveremo su queste frequenze a parlare dell’esordio fantascientifico di Albano o di Orietta Berti: speriamo di no, la fantascienza italiana ha già sofferto abbastanza.

Ad ogni modo i film e i libri catastrofici si sono moltiplicati come conigli all’approssimarsi del 2012. Ma Tullio Avoledo crede nell’apocalisse?

« Non ho paura dell’apocalisse degli asteroidi, ma in quella degli idioti: basta vedere come le banche hanno distrutto l’Islanda. Ma per quanto non ci creda, l’apocalisse fa il mio gioco. »

È curioso che “Un buon posto per morire” sia nato per… sms. I due autori, infatti, si sono a lungo scambiati messaggi tramite BlackBerry per passarsi la palla l’un l’altro, come in una sorta di partita a ping pong. Più interessante, per i lettori di Continuum, è forse che Tullio Avoledo nei suoi romanzi citi spesso i grandi classici della fantascienza, e quindi autori del calibro di Clifton, Simak o Brown, proprio per fare “pubblicità” a scrittori che meritano che l’interesse sulle loro opere rimanga acceso.

Non è dato sapere, invece, se Morellini farà altrettanto in futuro; per ora sta scrivendo un romanzo storico ambientato nella Vienna del ‘700, che ha qualche elemento fantasy.

E Giuseppe Lippi? È presente a questo Science Fiction Café in qualità di direttore di Urania, certo, ma anche come curatore del volume “Era una gioia appiccare il fuoco”, titolo che è ripreso dall’incipit di “Fahrenheit 451”.

« È una raccolta di racconti di Bradbury basati sull’anti-umanesimo » dice Lippi. « Racconti che condannano la civiltà di massa che pratica anti-umanesimo. »

A parere del direttore di Urania, gran parte delle profezie contenute nella raccolta si sono verificate, a cominciare dall’incendio dei libri, visto che nella civiltà mediatica il volume cartaceo è ormai stato accantonato. (2)

L’antologia curata da Lippi presenta spunti molto interessanti. Non tutti sapranno, infatti che “Fahrenheit 451” è stato ricavato dal racconto “Il pompiere”, a sua volta versione edulcorata di un altro racconto bradburiano intitolato “Molto dopo mezzanotte”.

>Vittorio Curtoni

Vittorio Curtoni

Il caffè, così come il presente articolo, si conclude con un doveroso ricordo di Vittorio Curtoni, storico curatore di Robot, scrittore e traduttore che recentemente ci ha lasciati, stroncato da un infarto dopo una lunga malattia.

Lippi racconta dell’ideale di fantascienza di Curtoni (un genere che mettesse al centro del proprio interesse la Terra e, in particolare, l’uomo. Posizione in passato contestata dallo stesso Lippi) per poi parlare delle sue esperienze ad Armenia, Robot e per i molti anni trascorsi a tradurre.

Nell’ultimo periodo, però, Vittorio aveva deciso di non occuparsi più di traduzione per dare più spazio all’antico amore per la scrittura, che lo ha visto autore di opere pregevoli come il romanzo “Dove stiamo volando” (Galassia, 1972) e le antologie “Retrofuturo” e “Ciao futuro”, fino al recente “Bianco su nero” (Delos Books, 2011), dove forse si trovano alcuni dei suoi racconti migliori.

Quello che è sicuro è che Vittorio Curtoni è stato una figura di riferimento per la fantascienza italiana a cui era giusto tributare una fetta di Science plus Fiction 2011.

E di Continuum n°36.


(1) Qui c’è un refuso di Newman: in realtà Karloff morì nel 1969.

(2) L’accostamento proposto da Lippi pare probabilmente un po’ azzardato. Infatti mentre in “Fahrenheit 451” la scomparsa del libro mirava a ocludere la cultura e la conoscenza, internet e le nuove forme di comunicazione sono orientate all’estensione e al potenziamento delle stesse.

 

Roberto Furlani

Ancora con voi Continuum, rivista di fantascienza telematica.

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