Luce dell’universo

Luce dell’universo

Di M. John Harrison

 (Light, 2002)

Urania Speciale 26, 2006

Traduzione di Vittorio Curtoni

352 pagine

€ 4,10

 

 

 

 

È uscito in sordina quello a cui forse possiamo guardare come alla più importante novità fantascientifica del 2006 (almeno per quanto riguarda l’Italia). Accompagnato da uno strillo di copertina che una volta tanto sembrava rispecchiare la sostanza, è infatti arrivato in edicola come supplemento al numero di febbraio di Urania Luce dell’universo di M. John Harrison, pubblicato in Inghilterra nel 2002 e vincitore l’anno seguente del Premio James Tiptree, ex-aequo con Storie da uomini di John Kessel.

Il romanzo dipana quattro storie parallele su tre diversi piani di narrazione, sviluppando premesse che non possono non affascinare il lettore. Frattali, manipolazione genetica, effetti quantistici e anomalie scientifiche vengono affrontate con disinvoltura nelle sue densissime 340 pagine. Ma Harrison trova il modo di non annoiare mai il lettore, circoscrivendo il dominio delle scienze applicate e della matematica a un ruolo di puro contorno, che comunque riesce a illuminare la scena con chiarezza folgorante. Luce dell’universo viene così a essere un viaggio caleidoscopico sospeso tra il passato recente e il futuro remoto dell’umanità, il cui punto di arrivo (e di partenza) è la scoperta del Fascio Kefahuchi e della tecnologia per raggiungere i suoi margini frastagliati comunemente noti come “la Spiaggia”, già frequentati nel passato da innumerevoli civiltà e per questo disseminati di spesso incomprensibili ma comunque sempre preziosissimi manufatti alieni. Mistero, azione e avventura spaziale sono gli ingredienti estremi che Harrison mescola in questo cocktail esplosivo, confezionando un tour de force adrenalinico ai confini dell’immaginazione intorno a personaggi cinici e disillusi, quando non proprio moralmente deplorevoli. Luce dell’universo travolge così il lettore in un turbine caleidoscopico che strizza l’occhio a modelli letterari del calibro di William S. Burroughs e Thomas Pynchon, omaggiati implicitamente nella frammentarietà dell’azione e nel registro espressivo modulato tra l’iperrealismo scientifico e i toni del vaudeville. La riuscita dell’operazione deve molto anche alla grande esperienza dell’autore, alla sua attenzione stilistica, alla sua straordinaria capacità di gestire gli eventi, dosando l’azione e le rivelazioni in maniera da tenere sempre ben desto l’interesse del lettore e senza mai scadere nel facile gioco fine a se stesso o nello sterile esercizio di stile.

Le sue doti speculative hanno portato M. John Harrison a interpretare le tendenze più vive, sebbene sotterranee, della fantascienza, come quando ha anticipato il cyberpunk un decennio prima dello storico Neuromante di William Gibson, prefigurandone scenari, situazioni e moduli stilistici in The Centauri Device, romanzo del 1975 mai pubblicato in Italia. Harrison, che attualmente scrive critica per il Times Literary Supplement, è stato definito da un astro nascente della SF come Richard K. Morgan “il più grande stilista nella prosa che operi nella lingua inglese in ogni genere”. E questo giudizio rende merito dell’opera di traduzione svolta dal grande Vittorio Curtoni, capace di conservare il potere evocativo e la cura scientifica del testo originario.

Di Harrison, purtroppo, oltre a La città del lontanissimo futuro (uscito nel lontanissimo numero 809 di Urania) non si è visto molto altro in Italia, se si esclude qualche occasionale racconto. Ma dalle note sull'autore curate da Giuseppe Lippi in chiusura di Luce dell'universo si evince la volontà di Urania di curare la riscoperta di un autore che finora è stato penalizzato, in maniera del tutto incomprensibile, dalla scarsa visibilità. E per l'appassionato questa potrebbe essere l'occasione per capire (rubando le parole a Curtoni) dove la fantascienza sta volando...

 

Giovanni De Matteo