LE LACRIME DEI MOSTRI

Roberto Furlani & Annarita Petrino

 

LE LACRIME DEI MOSTRI

 

 

 

“Le lacrime dei mostri” appartiene alla schiera non amplissima di quei racconti di fantascienza la cui lettura soddisfa davvero, quei racconti, cioè, nei quali l'elemento drammatico della vicenda, il conflitto di persone e sentimenti nasce direttamente dal novum scientifico e tecnologico, si presenta come il suo prolungamento naturale, senza forzature, ed alla fine esplode in un finale a sorpresa graffiante. Si tratta anche di un racconto scritto a quattro mani nel quale Annarita Petrino e Roberto Furlani hanno messo insieme i loro rispettivi talenti generando un'ottima sinergia, nella quale la sensibilità della scrittrice si abbina alla competenza scientifica ed al tocco misurato del nostro Roberto.

Avendo io stesso tentato diverse volte esperimenti analoghi con diversi “colleghi”, vi posso dire che un racconto a quattro mani non è la cosa più facile da scrivere, creare una sintonia fra personalità diverse ha alte probabilità di non riuscire, ma quando questa fusione alchemica giunge a buon fine, spesso ne emergono opere dalla qualità inaspettata, e questo è certo il caso del racconto che state per leggere.

Fabio Calabrese

 

 

 

Un estemporaneo luccichio sulla superficie riflettente di una cella fotovoltaica lo abbagliò. Era una sensazione fastidiosa, ma in qualche modo gli procurava uno strano piacere.

Il Guardiano viveva lì da anni e probabilmente non avrebbe mai cambiato dimora. Era impossibile stancarsi di quel parco, una vasta area verde dove la luce solare veniva immagazzinata e convogliata verso la Centrale.

C’erano solamente piante a basso fusto per non intralciare il tragitto dei raggi solari verso le celle, ma la distesa verde si perdeva oltre l’orizzonte. L’erba appena tagliata, gli arbusti freschi di potatura e le piccole siepi coesistevano in perfetta armonia con le celle, quasi fossero parti diverse di un tutt’uno concepito agli inizi dei tempi. E il Guardiano si sentiva parte indivisibile di quel tutt’uno. Anche la sua abbronzatura dorata sembrava voler testimoniare l’appartenenza dell’uomo a quel luogo. Più volte si era chiesto se il colore della sua carnagione fosse un’eredità lasciatagli dai suoi genitori o frutto di qualche lieve accorgimento genetico subito inconsapevolmente quand’era un embrione.

La casa del Guardiano si trovava alle pendici di un pendio scosceso, e lui vi abitava assieme alla moglie e al figlio. Chissà se il suo bambino un giorno avrebbe voluto seguire le orme del padre e diventare a sua volta Guardiano. Non lo sapeva, ma segretamente lo sperava. E del resto non credeva che, una volta divenuto adolescente, suo figlio avrebbe deciso di abbandonare quel parco abbacinante di luce.

– Caro – lo chiamò una voce femminile.

Il Guardiano non si era accorto dell’arrivo della donna: quando le celle fotovoltaiche funzionavano a dovere si dedicava volentieri a lavori di giardinaggio e fino a quel momento era stato assorto nel sistemare un’aiuola.

 Anastasia – rispose lui, affabile. – Sei venuta a darmi una mano?

 No, a portarti una notizia.

 Di che si tratta?

 Di tuo fratello – disse la donna con un sorriso sarcastico. – Verrà a trovarci nel fine settimana.

Il Guardiano posò gli utensili, perplesso. – Si vede che ha voglia di guidare – concluse.

Alex era una brava persona. Peccato solo per quella sua grottesca e inutile stravaganza. Nonostante il teletrasporto fosse una realtà ormai consolidata, Alex continuava a spostarsi esclusivamente in automobile. Per andare a noleggiare un olo–film in centro città, come per fare una traversata continentale usava la sua automobile all’idrogeno, per nulla inquinante ma assurdamente ridicola.

Il Guardiano provava una malcelata vergogna e aveva cercato ripetutamente di convincere il fratello ad abbandonare la sua reticenza nei confronti del teletrasporto.

 Cosa aspetti a comprarti una cintura? – gli aveva domandato.

Aveva argomentato tirando in ballo la comodità e l’elevato grado di sicurezza della tecnologia, ma niente: ad Alex non andava giù l’idea di essere dematerializzato, nemmeno per una frazione di secondo. Così proseguiva nella sua bizzarria, provocando le risatine ilari di chi lo vedeva girare con quel cassone e i pettegolezzi maliziosi di chi lo conosceva più o meno bene.

“È solo un povero coglione” si era detto il Guardiano, una volta arresosi all’impossibilità di persuadere il fratello a prendere una decisione sensata.

Il Guardiano si avvicinò alla moglie e le massaggiò delicatamente le spalle.

– Stasera  prepariamo tutto, in modo da accoglierlo come si deve – disse. – E mi raccomando: facciamo in modo che nessuno sappia della sua visita.

 

Stephan uscì correndo dal portone della sua abitazione.

– Mi raccomando, sta attento! – gli gridò sua madre da dentro la casa, ma lui era già lontano.

Gli sembrava di avere le ali ai piedi e non vedeva l’ora di arrivare al parco, l’unica area della città in cui la luce del sole splendeva in tutta la sua potenza. Sarebbe potuto rimanere lì delle ore a godere dell’effetto del calore sulla sua pelle o ad ammirare i giochi di luce. In nessun’altra zona della città poteva avere quella sensazione, dal momento che una cupola la ricopriva e impediva agli incontrollabili agenti atmosferici di turbarne l’equilibrio. Tutto in essa rifletteva la perfezione, a cominciare dagli edifici, che però a Stephan non piacevano. E comunque quelle costruzioni stranamente piatte non destavano certo la sua attenzione. Erano altre le cose che lo interessavano. I cartelloni pubblicitari per esempio, così grandi, così colorati…

La sua corsa si arrestò a pochi passi dal gruppo di linee mobili principali, che da lì si snodavano verso le più importanti zone della città. Saltò su quella che portava al parco e cominciò a muoversi velocemente tra le persone che l’affollavano, sfruttando tutta l’agilità che i suoi nove anni gli conferivano. Non gli piaceva aspettare che fosse la strada a portarlo a destinazione. Voleva arrivarci prima di lei e poi non voleva che la gente gli facesse delle domande. La mamma gli ripeteva sempre di non dare confidenza agli sconosciuti. Alle sue orecchie giunsero i borbottii seccati della gente, ma lui non ci fece caso. Era tutto concentrato a scorgere il cartello che gli avrebbe indicato che era ora di scendere.

Quando lo intravide, abbandonò la strada mobile diretto verso l’ingresso del parco, sperando che Maximilian non fosse nei paraggi. Non appena oltrepassato il cancello, però, udì la sua voce odiosa.

– Hey mostro! Ancora da queste parti? – disse il figlio del Guardiano, mentre si avvicinava in compagnia dei suoi due inseparabili compagni.

Stephan si irrigidì, mentre un innaturale silenzio scendeva intorno a lui. Sapeva che ora tutti lo stavano fissando e cercavano di guardarlo dritto negli occhi, quegli occhi di un celeste spento che gli restituivano solo una minima parte della realtà che gli altri riuscivano a vedere.

– Perché mi chiami sempre così?

– Perché è quello che sei! Un mostro! Mio padre me lo dice sempre che tua madre avrebbe dovuto gettarti via, quando ne aveva l’occasione!

Stephan strinse i pugni e con le lacrime agli occhi gridò – Be’ la mamma dice che tuo padre avrebbe dovuto fare lo stesso, se solo si fosse accorto in tempo di quanto saresti stato stupido!

Maximilian avanzò minaccioso. – Adesso ti faccio rimangiare tutto quello che hai detto, mostro!

Ma Stephan si spostò velocemente di lato e iniziò a correre più forte che poteva. Trovò rifugio tra gli arbusti che conosceva molto bene. Sapeva che lì sarebbe stato al sicuro. C’erano punti del parco che solo lui poteva raggiungere, perché non aveva paura della luce e non gli dava così fastidio come, invece, accadeva agli altri. Sarebbe rimasto lì fino a quando Maximilian non si fosse levato di torno, poi sarebbe tornato a casa. Gli era passata la voglia di stare nel parco.

 

Si stava approssimando l’imbrunire, e con esso si cominciava ad avvertire una leggera brezza. Più in basso, alle pendici del promontorio, le onde si schiantavano fragorosamente contro la scogliera.

Paradorn amava quella vista: si sentiva sovrastare dalla maestosità del mare ed era una sensazione che lo estasiava. Spesso si inerpicava lassù per perdere il proprio sguardo nella distesa azzurra e ogni volta rimaneva incantato, nonostante vivesse presso il promontorio da più di trent’anni.

Appena era divenuto abbastanza grande da decidere del proprio futuro aveva lasciato la casa paterna e aveva costruito un rifugio su un lembo di terra vergine. Si trattava di un edificio rustico, dove turisti e viandanti si fermavano per consumare un pasto o per pernottare. Erano le stelle che avevano disposto così e lui non aveva fatto altro che seguire le loro indicazioni, ricevendo in cambio una vita serena e appagante.

Aveva messo su famiglia, guadagnato più denaro di quanto gli servisse, incontrato persone straordinarie e imparato molto. C’era sempre molto da imparare dal mare e dalla scogliera.

Non ricordava momenti di scoramento o di particolare tristezza, nel suo passato. A parte uno, naturalmente… Di tanto in tanto rivedeva la scena del suo bambino che scivolava nel dirupo, troppo distante perché lui potesse afferrarlo.

Un piede appoggiato male su un punto friabile della roccia, il piegamento innaturale della caviglia e il volo del piccolo nel vuoto. Un deja–vu doloroso che faceva male come una morsa d’acciaio che premesse il torace dell’uomo fino quasi a frantumarlo.

In fondo suo figlio era stato fortunato: era caduto su uno sperone stabile e si era salvato. Purtroppo, però, aveva subito dei danni permanenti, una gamba gli si era spezzata in tre punti e c’erano stati dei traumi anche alla colonna vertebrale.

Un neurochirurgo era riuscito miracolosamente a restituire al giovane la facoltà di camminare, ma quella camminata non sarebbe mai più stata normale. Il figlio di Paradorn sarebbe stato per sempre uno zoppo, uno storpio, e come tale sarebbe stato dileggiato da molti.

Povero David, che cosa era diventato! Chissà quanto ne soffriva.

Se solo non si fosse arrampicato su quelle rocce a cui lui gli aveva chiaramente vietato di avvicinarsi, David si sarebbe risparmiato anni di angosce e frustrazioni e avrebbe evitato tante preoccupazioni alla sua famiglia.

Paradorn credeva di non riuscire nemmeno a immaginare quanti bocconi amari il suo ragazzo dovesse mandar giù, quante volte dovesse far finta di niente per non peggiorare la propria situazione. Ma David sarebbe cresciuto e, a poco a poco, avrebbe imparato a convivere con la sua condizione.

Forse un giorno avrebbe trovato qualcosa di positivo persino nell’essere uscito vivo dall’incidente. Era un giovane capace e con la buona volontà avrebbe avuto modo di sopperire agli invalicabili limiti del proprio corpo e a trasformare le occhiate di repulsione in sguardi di ammirazione.

Il profluvio dei pensieri venne fermato da un rumore di passi: Paradorn si girò e vide dietro a sé un uomo di mezz’età.

– Salute – disse questi.

– Salute – rispose Paradorn.

– Ha un letto da offrire a un viandante?

Paradorn abbandonò definitivamente l’idea di starsene a contemplare il mare e si avvicinò allo sconosciuto.

– Certamente – replicò. – Mia moglie e io saremo lieti di averla con noi.

L’uomo sorrise e porse all’altro la mano.

– Splendido. Io mi chiamo Joachim, tanto piacere.

Il proprietario del rifugio afferrò la mano del viandante. – Paradorn. Il piacere è tutto mio.

Paradorn condusse il suo ospite al rifugio, lo presentò alla moglie e gli mostrò la stanza dove avrebbe soggiornato.

– Quanto ha intenzione di fermarsi da noi? – domandò, una volta accomodatosi in soggiorno con il viandante.

– Una sola notte – rispose Joachim. – Domani riprenderò il mio cammino.

– Verso dove si dirige?

– Verso est. Ci sono delle acque termali corroboranti di cui ho sentito parlare molto bene e che sono curioso di visitare.

Paradorn allargò un sorriso. – Mi auguro allora che il viaggio sia appagante.

– Il viaggio è sempre appagante – asserì Joahim.

Paradorn annuì. – Le preparo una tisana – disse.

– La ringrazio. Lei è molto gentile.

Paradorn si recò in cucina e mise sul fuoco l’infuso. Si trattava di erbe naturali, a cui l’uomo aveva aggiunto qualche goccia di Heather, il fiore di Bach destinato a chi si sentiva smarrito in un dedalo di solitudine.

Forse Joachim non ne aveva bisogno, ma i viandanti trascorrevano buona parte della loro vita da soli, con l’unica compagnia dei loro pensieri. Se il fiore poteva aiutare quell’uomo nel prossimo viaggio, non vedeva perché rifiutarglielo.

– Ottimo – constatò Joachim sorseggiando l’intruglio. Poi posò la tazza ancora piena, infilò le mani all’interno della sua bisaccia e ne estrasse delle carte.

– Mi sento in dovere di ricambiare la sua cortesia – disse. – Posso leggerle il futuro?

Paradorn tentennò un attimo, poi annuì. – Perché no?

Il viandante mescolò i tarocchi con fare sapiente, poi chiese all’altro di tagliare il mazzo e di scegliere tre carte senza vederne le figure.

Dispose le tre carte scelte da Paradorn al centro del tavolo e attorno ad esse mise i tarocchi rimanenti, appoggiandoli uno a uno in senso orario.

– Lei è un uomo fortunato – sentenziò alla fine Joachim. – Vedo la serenità nel suo cuore e nel suo avvenire. C’è solo una questione che le dà tormento, dico bene?

Il padrone del rifugio rimase in silenzio per qualche secondo.

– Sì – ammise infine.

Joachim annuì.

– La capisco. Devo essere sincero con lei. Suo figlio attraverserà ancora dei momenti difficili. Vivrà un periodo di autentica disperazione, da cui uscirà con molta difficoltà.

– Ma ne uscirà? – chiese Paradorn, che cominciava a sentire l’apprensione risalirgli dalle viscere.

– Ci vorrà tempo e grande fatica, ma ce la farà – rispose il viandante. – E lo farà proprio in questa terra, grazie all’amore dei suoi genitori. Dopo un lungo peregrinare alla ricerca dell’autonomia, troverà nelle proprie radici la serenità.

Paradorn non sapeva se sentirsi atterrito per il tunnel in cui David stava per entrare o sollevato per l’uscita che un giorno il ragazzo avrebbe intravisto.

Di certo si sentiva spiazzato e confuso, quasi l’impatto con uno squarcio di futuro avesse sconvolto i punti fermi della sua realtà. E si sentiva arrabbiato con David, come gli capitava sovente: perché diavolo non gli aveva obbedito, quel maledetto giorno di tanti anni prima? Ma forse Joachim si stava sbagliando, forse non ci sarebbe stato alcun tunnel da cui uscire…

Il viandante finì di bere la tisana e si alzò in piedi.

– Bene, se non le dispiace io vado a dormire.

Anche Paradorn si alzò.

– Ci mancherebbe – convenne. – Faccia come fosse a casa sua.

– La ringrazio – fece Joachim. Il viandante raggiunse l’uscio del soggiorno, ma prima di andarsene si voltò ancora una volta verso l’altro.

 In un mio viaggio di qualche tempo fa ho conosciuto un bambino ipovedente capace di correre in zone di un parco di celle fotovoltaiche inaccessibili a chiunque altro – disse. – Non tema: la perfezione è fragilità. È nell’imperfezione che risiede la vera forza.

L’uomo sparì, lasciando Paradorn solo e attonito.

– Grazie… – mormorò tra sé e sé il padrone del rifugio.

 

– Presto! – esclamò Rosemary. – Sta arrivando mia madre!

David raggiunse in fretta la finestra e la spalancò. Poi guardò giù e sentì venire meno il coraggio.

– Meno male che doveva stare via per tutto il pomeriggio – commentò sarcastico.

In quel momento la porta della stanza si aprì e la figura alta e slanciata di Rebecca Artworth comparve sulla soglia.

– B... Buongiorno signora – balbettò il ragazzo visibilmente in imbarazzo.

La donna dapprima lo fissò con i suoi occhi di un azzurro gelido, poi parlò: – Buongiorno a te, David. Immagino tu sappia che ti trovi in un'area della casa, in cui ti era stato espressamente vietato di rimettere piede.

– Sì, signora.

– Bene, dimostri dunque di avere scarsa intelligenza oltre al resto... Questo è l'ultimo avvertimento. Se ti farai sorprendere di nuovo in questa stanza, trascorrerai le tue vacanze estive in un istituto di correzione. Sono stata chiara?

– Madre... – iniziò Rosemary.

– Non osare prendere le sue difese! – la interruppe la donna. – Con te farò i conti dopo.

La ragazza tacque, rossa in viso. David sospirò, quindi si avviò lentamente verso l'uscita con la sua andatura claudicante. Rebecca Artworth si scostò per lasciarlo passare, seguendolo con il suo sguardo fiero. Era sicura che quella sarebbe stata l'ultima volta che se lo trovava davanti. Nessuno osava mettersi contro la famiglia Artworth.

Rosemary si spostò vicino alla finestra e osservò David zoppicare lungo il vialetto.

– Non voglio che tu frequenti quel ragazzo – disse la voce dura della madre. Rosemary si girò a guardarla senza dire nulla e lei proseguì: – Hai capito quello che ti ho detto? Non voglio più vederlo in questa casa. Tu meriti di meglio.

– E tu che ne sai? – ribatté la ragazza con voce rotta.

– Sono tua madre. So cosa è bene per te e per la nostra famiglia. Non ti permetterò di rovinare tutto quello che abbiamo conquistato.

– Io lo amo, madre.

– L'amore non conta con un patrimonio genetico come il tuo. Tu sei perfetta, Rosemary, e sei ancora troppo giovane per sapere cosa vuoi.

La donna lasciò la stanza e la ragazza si buttò sul letto con le lacrime agli occhi. Lo sguardo le cadde sul quadro appeso proprio di fianco alla finestra. Conteneva il suo certificato di nascita. Era stata sua madre a volerlo incorniciare con una cornice molto preziosa e, quando lei aveva compiuto tredici anni, aveva insistito affinché lo tenesse nella sua stanza. Una copia autenticata era stata depositata presso la Biblioteca Centrale e molti bramavano di poter vedere l'originale. Quando le sue amiche venivano a trovarla il loro sguardo veniva sempre, irresistibilmente, attratto da quella cornice. Solo David non gli aveva mai dato grande importanza e, come Rosemary, lo aveva considerato un semplice pezzo di carta. In realtà esso testimoniava il successo di Rebecca Orwell e Jason Artworth, esponenti delle due famiglie più importanti di tutta la città, dotate di un patrimonio genetico superiore alla norma. Entrambe le dinastie, infatti, si erano sottoposte ad accorgimenti genetici, che avevano apportato sempre nuovi miglioramenti. Un matrimonio combinato  tra Rebecca e Jason aveva permesso la  nascita di Rosemary e il raggiungimento della perfezione. A livello embrionale lei era già unica.

La ragazza iniziò a piangere, senza riuscire a fermarsi. Andò avanti per un po’, poi abbandonò ogni indugio e portò a compimento la sua decisione.

– Attivare registrazione – disse, con voce flebile. Si sentiva ogni minuto più debole, ma al tempo stesso avvertiva che tutto il suo essere diveniva più leggero.

Il palmare poggiato sul comodino applicò il riconoscimento vocale e aprì un nuovo file. – Caro David, questo messaggio è per te. Spero che te lo lasceranno avere. Mi dispiace per come ti ha trattato mia madre. Mi ero illusa che potesse capire, ma mi sbagliavo. Crede di sapere cosa è meglio per me, ma non è vero. Le sta a cuore solo il buon nome della famiglia. Io non sono quello che pensa... Non sono perfetta – la ragazza fece una pausa e cercò di girarsi su un fianco, senza riuscirci. Sospirò e riprese: – Mi dispiace tanto, David, per come sono andate le cose. Voglio solo che tu sappia che ti amo, ti amerò sempre! Fine registrazione.  

Una spia luminosa sul palmare prese a lampeggiare, segnalando che un file vocale era in attesa di essere ascoltato.

Ad ascoltarlo per prima fu Rebecca Orwell, quando il chiarore del giorno ebbe lasciato il posto alle tinte della sera. La donna rimise lentamente il palmare al suo posto. Gli ultimi minuti le erano sembrati ore, anche se solo un leggero tremolio della mano testimoniava la sua commozione. Lacrime amare premevano sugli occhi, ma lei non era donna da lasciarsi andare facilmente. Le seccava dover ammettere di aver avuto torto, le seccava terribilmente. Le tornò in mente lo sguardo che aveva sua figlia, quando le aveva detto che non avrebbe più rivisto David. Quel David! Con la sua andatura zoppicante, che le dava così sui nervi. La sua bambina meritava molto di più. Con il suo patrimonio genetico poteva permettersi di scegliere chiunque… Nella cerchia dei cugini di primo grado, in modo che nulla di quello che era stato conquistato andasse perso. Fissò il copriletto inzuppato di sangue. Come poteva la sua bambina aver versato tutto quel sangue?

Con un gesto di stizza spostò lo sguardo sulla certificato di nascita.

“Tanto lavoro per nulla” pensò.

Toccava a lei porre rimedio alla cosa, come sempre… All’interno della famiglia era lei quella che aveva sempre pensato a tutto. Suo marito non avrebbe fatto altro che contribuire.