Ghost in the shell II – Innocence

Mamoru Oshii

 

Ghost in the shell II – Innocence

 

 

 

 “Ghost in the shell”, lungometraggio d’animazione realizzato circa dieci anni fa per la regia di Mamoru Oshii, ha indiscutibilmente scritto un pezzo sia dell’animazione nipponica, sia della fantascienza moderna. Scandagliando il concetto di anima e della sua esistenza come pietra di paragone tra l’umano e la macchina, il film ha lasciato un’impronta su quelle che erano state le tematiche care al cyberpunk e, al contempo, ha portato le stesse a evolversi verso meccanismi più complessi di quelli che le avevano precedentemente caratterizzate.

 

 Davanti a un simile capostipite, dunque, il rischio di infrangere il mito con un sequel era alto; è il caso però di dire subito che Oshii e la sua ciurma non solo sono stati all’altezza del compito, ma hanno realizzato un’opera, se possibile, quasi superiore all’originale. “Ghost in the shell II” è un capolavoro fin dalle prime scene, un lungometraggio che contrappone una trama tutto sommato semplice a una sceneggiatura estremamente complessa, ricca di spunti, citazioni, riflessioni; il tutto è presentato attraverso un comparto tecnico splendido, una vera gioia per gli occhi di ogni appassionato.

 

(la locandina del film)

 

 La storia è ambientata un paio d’anni dopo la fine del precedente lungometraggio; protagonista è stavolta il cyborg Batou, spalla del maggiore Kusanagi nel primo film, che fa ora coppia fissa alla Sezione 9 con il simpatico ma impedito agente Togusa. I due devono indagare su misteriosi omicidi-suicidi messi in atto dai gynoidi, bambole robot prodotte dalla Locus Solus. Le cose si complicano quando l’ispettore delle vendite dell’azienda viene brutalmente assassinato; sospettando il coinvolgimento della Yakuza, la mafia giapponese, Batou e Togusa irrompono nel loro covo compiendo una mezza strage; lo stesso giorno, un misterioso hacking ai danni di Batou mette in guardia lui e i colleghi: che l’incidente sia una manifestazione della volontà di Motoko, dispersa nella Rete? A ogni modo, i due agenti proseguono nelle indagini interrogando Kim, un hacker geniale ingaggiato dalla Locus Solus, e da questi scoprono che la fabbrica principale dell’azienda è allocata su una nave. (Attenzione, segue SPOILER) Raggiunta la nave in questione, Batou si trova a combattere contro una legione di bambole assassine inviategli contro perché non penetri nei segreti della Locus; in suo aiuto interviene Motoko, che carica il proprio ghost in un gynoide e si batte al fianco dell’ex collega. La verità che si cela dietro la produzione dei gynoidi è ben scioccante: la Locus Solus è infatti invischiata in un commercio clandestino di bambini rapiti e utilizzati come matrici per software umani da inserire nelle bambole, che ottengono così una sorta di ghost pirata efficiente e a basso costo. L’unico modo che i bambini in questione hanno trovato per convincere qualcuno a indagare sulla Locus è stato imprimere nelle loro bambole-copia la volontà di portare scompiglio; è questo il motivo che spinge i gynoidi a uccidere e suicidarsi. Ma è giusto, si domandano Motoko e Batou, che alla fine a pagare il prezzo più alto siano state proprio le bambole? (FINE SPOILER)

 

(il cyborg Batou in un primo piano

che non gli rende troppa giustizia)

 

 

 Estetica e tematiche sono assai meno cyberpunk, più orientate verso la fantascienza contemporanea; l’innesto meccanico nel corpo umano e la conseguente disumanizzazione lasciano spazio a una più genuina riflessione su ciò che distingue la persona umana da quella che è una sua creazione, ovvero il robot (androide, gynoide o come lo si vuol chiamare). L’attaccamento alla propria esistenza fa di un robot una creatura autocosciente, può esso rientrare nella categoria di “vivo”? Come sottolinea miss Halloway, coroner protagonista di uno dei dialoghi più intriganti del film, sostenere che umani e androidi siano diversi non è un pensiero più profondo che dire “il bianco non è nero”. Ma cosa spinge l’uomo a creare esseri che gli somigliano? Avere figli e costruire un androide potrebbero essere azioni simili?

 

 Rubando una riflessione a Neon Genesis Evangelion, citerei: “Noi creiamo bambole a nostra immagine e somiglianza. Se esistesse un dio, noi non saremmo forse le sue bambole?”; allo stesso modo, gli androidi di “Ghost in the shell” non sono che uno specchio deforme nel quale l’umanità si osserva, definendo se stessa per differentiam in contrapposizione alla propria creazione. Ed è qui che pian piano i concetti di “macchina/androide” cedono il passo a quelli di “bambola/simulacro”; tanto che, man mano che il film va avanti, la parola “gynoid” è sostituita integralmente con “ningyou”: appunto, “bambola”.

 

(uno dei gynoidi, le bambole robot)

 

 Sul finale, il film affonda le sue radici in quel territorio oscuro e sottaciuto dell’animo e della società, un mondo perverso nel quale la stessa psiche umana non è che merce di scambio e l’innocenza a cui si riferisce il titolo ha ormai perduto ogni ragion d’essere.

 

 Parlando di “Ghost in the shell II” dal punto di vista tecnico, come ho già detto, ci troviamo di fronte a un’opera di alto livello: animazione fluida, grafica eccellente; a volte fa un po’ storcere il naso la computer grafica, di cui si fa uso in abbondanza. L’inquietante colonna sonora di Hiroyuki Okiura commenta in modo ineccepibile ogni scena, mentre una piccola pecca, dal punto di vista della sceneggiatura, va imputata proprio all’eccessivo uso di citazioni: se è vero che queste arricchiscono il film grazie a una forte eterogeneità e attinenza agli argomenti trattati, lo è anche che, a lungo andare, vedere personaggi che si scambiano battute utilizzando solo e soltanto frasi altrui diventa seccante.

 

(Curiosità: questo cane appare in tutti

i film di Mamoru Oshii ed è uguale a quello

che il regista realmente possiede)

 

 Al momento “Ghost in the shell II” è (ovviamente) ancora inedito in Italia; lo si può trovare in versione sottotitolata, ma grazie all’eccellente lavoro dei fansubber (gente che merita più di un applauso) è possibile godersi il film con dettagliate traduzioni e sottotitolature sia dei dialoghi, sia di credits, canzoni ed eventuali scritte che appaiono di tanto in tanto nella pellicola (aspetti, questi, spesso trascurati nelle edizioni italiane).

 

“Un burattino di fronte a un palco, quando

i cavi si rompono, cade a pezzi.”

Citazione da Motokiyo Zeami nel film

 

 

 

Elena Di Fazio © 2006