ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

Gianfranco Sherwood

 

ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

 

 

 

Il racconto che vi state accingendo a leggere figura nella lista dei finalisti al Premio Alien 2006. Un risultato senz’altro meritato, perché l’architettura della storia riflette fedelmente la concezione che Gianfranco Sherwood ha della narrativa. L’approccio che il Nostro ha con le sue storie è in opposizione (se non addirittura in idiosincrasia) con certe tradizioni piagnone e pleonastiche della nostra cultura letteraria, dove sproloquio, l'ampollosità e lo sforzo emotivo risultano essere ingredienti abusati e assuefacenti.

Gianfranco Sherwood sa scrivere bene, non ha bisogno di riciclare simili espedienti né di far brutalmente leva sulle altrui introspezioni; poche chiacciere, descrizioni ridotte all'osso, non una parola in più di quante ne servano, la scorrevolezza intesa come stella polare della sua narrativa. Il contenuto, prima della forma. I fronzoli sono surplus.

Nelle poche cartelle di “Alla fine dell’arcobaleno” Gianfranco ha condensato una storia intelligente, intensa, scorrevole, godibilissima, che regala anche dei colpi di scena di enorme efficacia. Questi sono i racconti che si leggono con piacere.

Roberto Furlani

 

 

 

 

   Non bastava avere consumato un lasciapassare falsificato da dio per un primo contatto, di sera, addirittura nella zona riservata del centro, per non poi trovare nessuno in attesa davanti a quel bar: la piazza aveva anche cominciato riempirsi di gente, sazia e ben messa sì, ma che potevano essere se non Ospitanti? Infatti, seguirono le squadre antisommossa e, insomma, ero lì lì per filare, quando arriva di corsa un lungagnone tutto il tipo del nerd che, posato il portatile, mi fa trafelato: - Capitan Gennaio?     

   Sedemmo a un tavolino. - Bianchi e basta. Sei anche in ritardo - dissi a denti stretti, attento che nessuno badasse noi, e poi, sorridendo come se parlassimo di figa: - Non ti facevo così fesso, Marchi.   

   - Sì… Bianchi. È che non sono abituato a… - Tentò un sorriso.

   - Male, se vuoi durare. Come ci hai trovato?

   - A fatica, sai come va. Ma ti puoi fidare, sono pulito.

   Gli Ospitanti cominciarono a cantare sommessamente, gli antisom impugnarono le mazze piombate, i passanti restarono ad aspettare: da lì in avanti era destino. Meglio per noi, saremmo passati inosservati. - Almeno sembra. Ci risulta che fai il free lance, pagina locale per Il padano e robetta così. Quanto basta per cavartela. Hai persino un’assicurazione sanitaria decente.     

   Lui sospirò. - Rivoltato come un calzino, eh? - Non era poi tanto giovane con quelle rughe in faccia. Tipo tormentato, decisi.

   - Come facciamo con tutti quelli che ci cercano, nei limiti delle nostre possibilità. Hai detto di avere una storia?

   - Sì, ma è grossa, da far tremare il Direttorio. Solo voi potete diffonderla. Ammesso che ci stiate, perché è grossa sul serio.

   - Bene, è il nostro pane. Con Capitan Gennaio torna la vera informazione - recitai. - È lì? - Indicai il portatile.

   - In parte. Be’, dovreste anche aiutarmi a completarla.

   Gli Ospitanti crescevano, dai marciapiedi ne arrivavano di continuo. Una cosa pensata per essere grossa, come la reazione che avrebbe scatenato. - Mi dispiace, ma niente collaborazioni, dagli esterni prendiamo solo storie finite. 

   Si chinò sino a sfiorarmi il viso. - Bianchi, questa è una bomba, dovete aiutarmi.

   - Sarò più chiaro: corriamo il rischio solo se ognuno sta dalla sua parte. Ad esempio, sai perché mi espongo? Perché sotto torchio potrei fare solo i nomi di quelli della mia cellula, che intanto sarebbero già spariti. La sicurezza di Capitan Gennaio vale più di una soffiata su prigioni segrete, medicine scadute, cibi avariati o qualunque porcata tu pensi di avere annusato.  

   -  No, io parlo di quello. - Accennò gli Ospitanti. Ormai sui cinquecento, ora tacevano, completamente chiusi dagli antisom, nella luce netta dei lampioni. Pensai che senza vie di fuga sarebbe stato un macello, ma distrattamente, perché Marchi mi incuriosiva. - Mai mischiarsi con loro - dissi. - Uno su due è dei Servizi.

   - Così pare, e proprio da lì ho cominciato, chiedendomi perché.

   - Ah! Per la stessa ragione per cui non votiamo più, la gente non fa figli e si butta dalla finestra, l’acqua è razionata e mangiamo roba che neppure i cani vorrebbero, se in città ce ne fossero ancora, certo. Il mondo va sempre peggio, Marchi, e Capitan Gennaio rischia forte, pur di dirlo a tutti e salvare il salvabile. Perché non saranno le stronzate degli Ospitanti a cambiare la situazione. - Il tutto mormorato, sempre continuando a sorridere.

   - Lo so: gli alieni che osservano, indecisi se aiutarci o no, e che quindi vanno attratti con atti plateali, anche col martirio, se può servire a impietosirli… Eppure, per gli Ospitanti sono certezze. 

   - Buon per loro. Sai quanti martiri, oggi? 

   - D’accordo, anch’io li trovo assurdi. Però, con le chiese vuote e i loro raduni sempre più affollati, anche di chi ha soldi, ammetterai che rappresentano la sola fede rimasta.

   - Cazzi dei preti. O per te questo cambia qualcosa? 

   - Be’, no. Ma che mi dici delle luci? Il Direttorio parla di aerei, di scie chimiche, per gli Ospitanti sono le astronavi aliene. Se hanno ragione loro, il Direttorio ci vuole nascondere una verità inaudita.

   - Che gli alieni esistono? Verdolini con le antenne?

  Lui annuì, ignorando il mio sarcasmo. - Ho elaborato le rotte delle luci. Ti faccio vedere. - Aprì il portatile e mi mostrò schermate di traiettorie su carte uno a cinquantamila. Convergevano tutte in una vallata tra i picchi a nord. Batté l’indice. - Ecco da dove vengono. E lo sai cosa c’è qui?

   - Sì, mi pare - risposi - un poligono o qualcosa del genere. Dev’essere zona militare.

   - Così voglio farci credere, ma sotto c’è ben altro e io voglio scoprirlo. Mi aiutate ad arrivare lassù? - Aspettò torcendosi le mani, mentre riflettevo. Mentirei se dicessi che la faccenda mi era completamente chiara. E fu dopo parecchio che risposi: - D’accordo, sembrerebbe promettente, però…

   - Però? Però cosa?  

   Ormai il nostro era l’unico tavolino occupato. Tra noi e la piazza una fila di schiene e restare seduti significava esibirsi. Lo fissai negli occhi. Oltre la determinazione del timido, che c’era? - Perché lo fai? - chiesi. - Per vendere la notizia al Direttorio? Pagano bene, arriveresti al vertice.

   - No! Mio padre è morto di cancro ai polmoni, mia madre di setticemia, un taglio da niente andato in cancrena, cioè di inquinamento e mancanza di cure. Io lo odio il Direttorio, Bianchi, andrei all’inferno pur di trovare qualcosa che li danneggi. Voglio semplicemente la verità, a qualunque costo.

   E proprio in quell’attimo anche gli Ospitanti, infilate le cappe di polietilene verde che tenevano sempre in tasca e levate le braccia alla notte, cominciarono a scandire: - Verità, verità…

   - Meglio andare - dissi alzandomi.

   Cominciammo a sgusciare tra i curiosi, e gli antisom scattarono roteando le mazze. Sprizzò sangue. Stringendosi, il cerchio si lasciava dietro mucchi di carne tritata, alcuni immobili, i più capaci appena di trascinarsi, pochi in grado di barcollare via sul selciato cremisi. Gli idranti avrebbero poi lavato via tutto. E nessun giornale, nessuna televisione, nessun sito, tranne quello di Capitan Gennaio - perché qualcuno dei nostri c’era sicuramente - avrebbe riferito la mattanza. Poi, tra le stelle, apparvero le luci. Lente, a grappoli, con predominanze di indaco, scarlatto e giallo, iniziarono il lento periplo della notte. 

   - E va bene - dissi. - Ti aiuteremo.

 

   Avevo permessi turistici più veri dei veri ed era un viaggio di forse trecento chilometri, ma i posti di blocco e l’alimentazione della mia macchina - pessimo biogas che la faceva scoreggiare come un barbone fatto di metilico - lo resero un interminabile, ansiogeno percorso a tappe. Livido di paura, Marchi lo subì muto. Finalmente, mancava poco al tramonto, toccammo le montagne.  

   - E qui ci siamo, adesso manca solo il peggio - dissi fermando sotto un pino spelacchiato. La strada, alle nostre spalle vuota a perdita d’occhio, spariva dietro un ghiaione.  

   Marchi guardò i pendii aridi. - Dov’è la guida?

   - Scout? Oh, sarà qui a momenti. - Nel cielo cobalto, abbacinante e senza nubi, apparve un elicottero.

   - Ecco un problema - dissi. - Cannoncino rotante da venti millimetri con mirino a saturazione d’area. Dovrebbe covare la zona dei ricchi, vicino ai resti del ghiacciaio, ma ho idea che di notte arrivi sino al poligono. Be’, vedremo.  

   Un colpo di clacson e apparve un fuoristrada ammaccato. Segnalò con i fari, poi tornò dietro la curva. Lo seguii. Tra l’asfalto, ora un reticolo di crepe e ciuffi di erba gialla, e il piede roccioso della montagna, c’era una distesa d’auto sfasciate: finestrini rotti, cofani divelti, rivoli d’olio. Dai rottami spuntò Scout, uno grosso, con la barba bionda striata di grigio, in camicia a scacchi e pantaloni di velluto. Mi guidò tra le carcasse. - La macchina puoi metterla là vicino, qui non te la tocca nessuno - disse indicando il fuoristrada, in quel suo tono peculiare, capace, non so come, di essere contemporaneamente allegro e minaccioso.         

   Scendemmo e Marchi chiese: - Dove siamo?

   - In un deposito di bersagli - disse Scout. - Quando c’era ancora il poligono gli elicotteri portavano su le auto e gli aerei le bombardavano. Bum! - abbaiò spalancando le braccia.

   Marchi impallidì, riprendendosi però subito. - E adesso che c’è?

   - E io che cazzo ne so? - scattò Scout. 

   - Calma, ho solo chiesto. Ti credevo di queste parti.

   Scout mi guardò. - Non c’è più nessuno di qui - dissi. - Però lui è bravo a muoversi in montagna, anche se non conosce i posti.

   - Comunque un’occhiata l’ho già data. C’è un canalone comodo che porta sino in cima, basta arrivarci senza farsi vedere. - Ciò detto, Scout andò al fuoristrada. Io presi la borraccia e Marchi si mise a controllare l’obiettivo del suo cellulare, un aggeggio multifunzionale compatto e costoso. Poi osservò Scout, che messi zaino e cintura con fondina e guaina per il coltello, stava inserendo cartucce in un fucile a pompa con la canna larga quanto un pugno.

   - Ci sono così tante sentinelle? - gli chiese.

   Scout lo squadrò. - Chi ha parlato di sentinelle? 

   - Nessuno, ma quel cannone a che ti serve?  

   - Mosche - ghignò tetro Scout. - Bianchi, se il fighetto si caga sotto prima di cominciare, dopo che succede? 

   - Ce la fa - dissi - possiamo andare, ma senza correre, eh?

   Invece ci toccò salire il ghiaione secondo il suo passo più svelto, grondando sudore e bestemmiando. Il perché fu chiaro la volta che l’elicottero ci fece scappare dietro un masso. Arrivammo finalmente a una cengia; da lì partiva il canalone, una fenditura ripida tra tronchi rinsecchiti. Scout sedette sui talloni, il fucile messo di traverso sulle ginocchia. - Bevete,  pisciate e prendete fiato - disse. - Dopo sarà tutta una tirata.

   Diedi la borraccia a Marchi, che bevve, osservando prima il cielo, già striato di nero a est, poi Scout. - Di’, l’amico non si esalta un po’ troppo a fare l’uomo dei boschi? - mi bisbigliò.      

   - È fatto a modo suo - concessi. - Ma non c’è montanaro o passeur che lo valga. A Capitan Gennaio piace, ci fidiamo di lui.

   Marchi strinse le spalle poi gironzolò sinché non vide qualcosa che lo colpì. - Ehi! - chiamò, e lo raggiungemmo. In basso, a forse duecento metri, c’era una borgata abbandonata da chissà quanto: i muri di sassi reggevano ancora, ma i tetti erano tutti sfondati.

   - A quelli la siccità ha fatto male subito - disse. 

   - E non solo - borbottò Scout. - Muoviamoci.

   Risalimmo il canalone mentre la luce svaniva. Quando fu buio Scout distribuì visori notturni e la notte diventò un acquario verdastro in cui nulla si muoveva, tranne noi tre con in testa Scout, che ora si guardava attorno, puntando lo shotgun. Poi Marchi si bloccò. - Là, ho visto qualcosa - sussurrò.

   Su una roccia saettò una sagoma. Scout ci spinse contro la parete del canalone. - Statemi dietro - ordinò. Ululati rabbiosi troncarono il silenzio della montagna, altre sagome guizzarono facendosi branco. Scout sparò e sparò nel mucchio. Alcune bestie schizzarono indietro uggiolando, per restare immobili, le altre rincularono sino a svanire. Scout si mise a ricaricare lo shotgun, io e Marchi andammo a vedere cosa ci aveva aggredito. - Cani! - gridò Marchi calciando una carcassa. - Figli di puttana di cani!  

   - Ce n’è, di inselvatichiti - disse Scout allegro. - Quassù non vive altro e gli tocca sbranarsi tra loro, ma come possono cambiano subito dieta. E pensare che in città li metterebbero subito in pentola. Sarà diventato buffo il mondo.

   - Potrebbero tornare - disse Marchi guardando attorno.

   - Certo che tornano, ma per mangiarsi i morti. Noi possiamo stare tranquilli: sono bestiacce furbe e finché sanno che siamo armati, girano alla larga. Be’, diamoci una mossa.

   Ce ne andammo svelti. E subito, dietro di noi, un ringhiare furioso: il branco si disputava già il pasto. Il resto della salita lo facemmo in silenzio. Marchi - lo tenevo d’occhio - dimenticò subito i cani. Non che fosse calmo, mentre ci avvicinavamo alla cima: borbottava tra sé e controllava di continuo il cellulare. Poi sulle nostre teste passò un gran bagliore multicolore, un po’ come le luci intermittenti sulle facciate delle case quando usava ancora il Natale. Salì obliquo, rimpicciolendo tra le stelle.

   Scout si fermò. - Dietro quella cresta c’è la valle, pochi metri e volendo uno scopre cosa c’è sotto. Voi fate come vi pare, il mio motto è ignorante ma vivo e vi aspetto qui.

   Dalla valle salì un altro ammasso di luci.     

   Marchi esitò brevemente, poi annuì e partì di corsa su per l’ultimo tratto di pendio. Io gli lasciai qualche attimo di vantaggio prima di seguirlo. Quando lo raggiunsi era già sdraiato tra i rilievi della cresta. Lo vedevo bene perché dalla valle veniva una chiarore diffuso. Il visore non serviva e me lo tolsi, come aveva già fatto lui.

   - Cazzo, cazzo - stava mormorando, intento a riprendere col cellulare.           

   Perché c’era davvero di che meravigliarsi. Le fotoelettriche svelavano un intero aeroporto. Hangar, torre di controllo, piste segnate da indicatori pulsanti, maniche a vento, antenne radar e radio: non mancava niente. Ora stava rullando un grosso cargo costellato di fari saldati nella fusoliera. Marchi inquadrò a lungo il personale in divisa che sgambettava tra gli edifici: esseri umani a tutti gli effetti. Poi riprese il decollo. Appena lasciata la pista, l’aereo emise infiniti fasci di luce, intermittenti e variamente colorati. Un altro cargo imboccò la pista.          

   - Cambio angolazione - disse Marchi con la smania del ragazzino che ha appena sbirciato sotto la gonna della sorella. Io restai ad aspettare. Rombavano i motori in basso, ma colsi un breve sibilo al limite dell’ultrasuono. Marchi tornò subito dopo. - Per me può bastare - dichiarò.

   Cominciammo a scendere in silenzio, e poiché adesso pareva serio e impensierito, gli chiesi a bruciapelo: - E così?

   Trasalì. - Oh, dici l’inchiesta? Be’, ci devo pensare, sul momento non saprei cosa dire. Mi dispiace, vi siete dati da fare, ma… - Scrollò le spalle. - Ho bisogno di un po’ di tempo per chiarirmi le idee. Mi rifaccio vivo io, in città, tra un paio di giorni.  

   Lo presi per un braccio. - Fammi capire: vorresti dire che quello che hai ripreso non ti basta per sputtanare il Direttorio?  

   - Ma non può bastare. Rifletti: la notizia è enorme, troppo, al punto che, se non sveliamo anche lo scopo della messinscena, il Direttorio non avrebbe problemi a saltarne fuori negando tutto. E francamente, per me è buio totale. Non ci capisco niente.

   Salì un altro aereo, l’ultimo. Al passaggio del fulgore, colsi la sua espressione tesa. - Io invece un’idea me la sono fatta. Dimmi se sei d’accordo. Con il mondo ridotto a un guscio marcito, la gente non spera più in niente. Potrebbe finire come con i selvaggi in America che, dopo Colombo, si sono lasciati morire piuttosto che vivere sotto gli spagnoli. È già nell’aria, sai. Così il Direttorio ha deciso di offrire il miraggio di un miglioramento, un’illusione che deve affascinare restando inafferrabile. Non per bontà, è chiaro, ma solo per continuare a esistere, perché senza sudditi, non ci può essere neppure un regno. Né chi lo comanda. Ti convince?     

   - Sarebbe la carota che guida l’asino, insomma. - Scosse deciso la testa. - No, non ha senso, finirebbe male lo stesso. 

   - E con ciò? Supponi che in cima pensino, no, che siano certi che il pianeta è destinato comunque a collassare. Considerando che nei naufragi chi sta in cima è l’ultimo ad affondare, non farebbero di tutto per mantenere il potere? Io dico che l’hanno pensata bene. Molto bene. Al punto di creare anche gli Ospitanti.

   - E persino di perseguitarli? Andiamo, è assurdo.  

   - Al contrario. Se ci pensi, sono solo un po’ di botte date a casaccio ogni tanto. Semmai attirano simpatia e lasciano il movimento intatto e libero di crescere finché vuole. 

   Marchi, tacque, fissando il vuoto. - Sì, può essere  - disse. Mi passò il cellulare. - Per me è troppo, meglio se fate voi. Forse Scout mi ha inquadrato bene, non sono il tipo.

   Mi misi il visore, poi gli strappai di mano il suo. - E i tuoi compari? - chiesi. - Che tipi sono?

   Vidi il suo viso, ora spettrale, contrarsi. - Che compari? - boccheggiò.     

   - Quelli a cui hai spedito le immagini poco fa.

   Scosse la testa, cercando una bugia che potesse convincermi.

   - Me ne sono accorto perché me l’aspettavo - proseguii. - Sei troppo inetto per essere convincente. E anche se il tuo file d’identità è ben falsificato, solo un idiota crederebbe alla storiella dei genitori morti male da vendicare. E così, pensavi di squagliartela come se niente fosse. Be’, ti sei sbagliato, è il momento di mettere le carte in tavola. Per chi lavori?  

   - D’accordo, ho qualcuno dietro, ma non è come pensi, non faccio la spia di mestiere. Soprattutto, non sono dei Servizi.

   - Oh, ma questo lo sapevo già. Io sono dei Servizi.

   Arretrò stupefatto. - Cosa?

   - Marchi, o come cazzo ti chiami, ti svelerò un altro segreto fondamentale: anche Capitan Gennaio è un’invenzione dei Servizi. Te l’ho detto che ci tocca pensarle tutte per mettere un po’ di pepe al culo alla gente. Sai come dicono: fare la corda e l’impiccato. Il che ci riporta a noi. Niente di personale, non ho neppure chiaro chi ti manda, anche se i miei pensano a uno dei gruppi che mirano a sostituire il Direttorio, però so che devi finire qui. Ora.

   - No! Se mi tocchi, tu sei finito, il nuovo Direttorio te la farà pagare. Unisciti a noi. Vinceremo e sarà un bene per tutti, perché non vogliamo il potere, ma solo fare il possibile per migliorare la situazione, soprattutto di chi sta peggio. È ancora possibile, credimi.   

  - Mi piacerebbe sapere come. Ma poi, non è lo stesso programma di questo Direttorio? E di quello che ha ribaltato e così via… Comunque, non mi interessa. Un gruppo costretto a usare un niente come te è troppo debole per spuntarla.

  - Lo era! - gridò Marchi trionfante. - Prima di ricevere le mie immagini! Ora ha il Direttorio in pugno. Hai ragione, l’avevano pensata bene la faccenda delle luci, ma gli esploderà in mano.

    - Ah, voi dilettanti - sospirai. - Eppure ti ho appena detto che non abbiamo mai creduto alle tue storie. Ti ho portato qui solo perché volevamo tracciare la trasmissione del tuo cellulare. Ormai li abbiamo incastrati, tutti, e tu non hai più nessuno che possa trattare per te. Ed è un vero peccato, sai, perché Scout non ti trova per niente simpatico.

   Marchi schizzò via. Lo guardai inciampare, cadere, rialzarsi, sparire tra le rocce. Poi raggiunsi Scout.

   - Già fatto? - chiese, levando l’auricolare del ricetrasmettitore satellitare.

   - Più o meno, ci vorrà poco. Tu cos’hai saputo?

   - Li hanno presi, con le immagini e tutto. Stanno arrivando congratulazioni a pioggia dall’alto. Poi promettono riconoscimenti più sostanziosi.

   - Vorrei vedere. Non che sia stata questa gran una gran cosa, ma mi ha stancato. Sì, mi ci vuole una bella dormita.

   Si levò un abbaiare frenetico e cattivo. Seguirono le urla di Marchi. Scout alzò l’indice della destra e ascoltò attento le urla scemare in un flebile piagnucolio. - Ma il cane non era il miglior amico dell’uomo? - chiese.

   - Sì, per la pelle - dissi. Ci venne da ridere. Ed eravamo ancora di buon umore quando arrivammo alle macchine.

   Sopra di noi ardeva già il sole attinico.