Horror Day e altro al 9° Far East Film Festival di Udine

Gianni Ursini

 

Horror Day e altro al 9° Far East Film Festival di Udine

 

 

 

 Studenti assassini, detective ghiotti di dolci e fanatici di videogame, samurai in lotta con terribili demoni, gangster, geishe e attrazioni fatali. Erano questi e molti altri ancora gli ingredienti della nona edizione del Far East Film 2007 in programma ad Udine dal 20 al 28 aprile 2007. Si tratta del più grande festival del cinema popolare asiatico in Europa. Anche quest’anno il carnet era ricchissimo di proposte per tutti i palati: 59 film recentissimi, provenienti da Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Filippine, Thailandia, Taiwan e Malesia, che spesso non hanno nulla da invidiare, in termini di spettacolarità o capacità di suggestione, al più blasonato e amato cinema americano. Sul fronte della retrospettiva, sono stati proiettati una trentina di film polizieschi girati negli anni ’70 dal talentuoso regista televisivo Patrick Tam, padre putativo di una generazione di registi come Wong Kar-wai poi affermatisi a livello internazionale e uno dei massimi protagonisti della New Wave hongkonghese. Purtroppo il cinema Visionario dove si svolgeva questa sezione del Festival era lontanissimo dal teatro Giovanni da Udine dove era in programma la parte principale della manifestazione, e così a malincuore ho dovuto rinunciare alla retrospettiva. Comunque quello che sono riuscito a vedere bastava ed avanzava anche per gli appetiti dei cinefili più esigenti. Infatti ho potuto gustare numerose produzioni in contemporanea con l’uscita nelle sale asiatiche, in anteprima assoluta. Si tratta di pellicole già di culto in Oriente, come il celebratissimo coreano The Host, horror intriso di commedia in cui un mostro marino emerge dal fiume Han e terrorizza Seoul, e Dororo, una storia di pura sword and sorcery con venature horror ambientata nell’epoca dei Samurai, tratta da un famoso manga di Osamu Tezuka, che ha sbancato i botteghini giapponesi. Non si può non citare la prima dell’attesissimo Confession of Pain, del duo di registi hongkonghesi Andrew Lau e Alan Mak, già autori di quell’Infernal Affairs diventato The Departed nelle mani di Martin Scorsese. Tra le altre pellicole molto apprezzate dal pubblico sono state: il poliziesco hongkonghese Eye in the Sky, con una trama che ruota attorno al tema molto attuale delle intercettazioni e delle tecnologie usate per tracciare le attività di un criminale, e My Name is Fame, dramma sulla celebrità, con la storia di una star del cinema in declino (l’adorato in patria Lau Ching-wan); dalla Cina la parodia The Big Movie, che prende in giro film hollywoodiani (Matrix, Forrest Gump) e asiatici (La foresta dei pugnali volanti), più una serie di commedie e love story che dimostrano l’apertura del governo di Pechino a film di intrattenimento e non più soltanto «utili al popolo»; dal Sol Levante sono arrivati blockbuster ricchi di effetti speciali come Umizaru 2: Test of Trust, sul salvataggio dei passeggeri di un traghetto speronato, e Sinking of Japan, in cui si immagina il catastrofico affondamento del Giappone in seguito alla collisione di due placche tettoniche, ma anche la commedia Arch Angels, su tre studentesse disinibite e un po’ maghe che cercano di ribellarsi in tutti i modi alle regole di un collegio cattolico; dalla Corea infine, si sono fatte notare la satira sulla chirurgia estetica 200 Pounds Beauty, il Thelma & Louise all’orientale A Day for an Affair, con protagonista la bellissima Kim Hye-soo che sarà presente a Udine, ed infine il gangster movie A Dirty Carneval, con un killer costretto a dividersi tra la famiglia, un omicidio su commissione e una consulenza per un film poliziesco per un amico regista. Ma andiamo per ordine e cominciamo a descrivere dettagliatamente le pellicole in programma. Come al solito per ragioni di spazio non mi occuperò di tutti gli incontri con attori e registi, e delle altre manifestazioni collaterali, ma mi limiterò a trattare dei film di genere fantascientifico, horror e soprannaturale.

Ancora una volta nella serata inaugurale di venerdì 20 aprile per aprire la manifestazione è stato scelto un horror-fantasy. Devo dire che Dororo del giapponese Shiota Akihiko mi ha leggermente deluso: ma forse sono io ad essere eccessivamente esigente. La fantasy impazza, straborda e domina sia nelle librerie che nella sale cinematografiche, ed i giapponesi sarebbero dei pazzi a non approfittarne. Dororo racconta la leggenda di un samurai costretto a lottare contro 48 demoni per riacquistare altrettante sezioni del proprio corpo. In realtà il corpo del protagonista Hyakkimaru è una specie di simulacro vivente fabbricato da un mago erborista che non ha una vera consistenza reale. Molti anni prima sue parti umane furono vendute ai demoni dal padre snaturato per acquistare potere, ed ogni volta che egli ne uccide uno, ridiventa un pochino più umano. Come si vede, non mancano i riferimenti ai classici della fantascienza, da Frankenstein di Mary Shelley a L’isola del dottor Moreau di Wells. Ambientato in un Giappone medievaleggiante che non ha nessun rapporto con la realtà storica e geografica del Paese reale (infatti il film è stato girato in Nuova Zelanda), Dororo vorrebbe essere un film visionario e spettacolare girato con uno stile scanzonato che tenta di essere simpatico ma in realtà alla fine diventa stancante e ripetitivo. Per il resto rimane da notare che anche codesto film è tratto da un fumetto (e ti pareva!) e che grazie ad un mix di effetti meccanici e computer graphic i demoni sono realizzati molto bene. Alcuni sono volutamente grotteschi e ridicoli, mentre altri, tra cui una specie di ragno gigante, sono genuinamente terrificanti. Però dopo un poco il pubblico si stanca di tutta questa parata di mostri, e vorrebbe vedere qualcosa di maggiormente originale. Per fortuna circa a metà del primo tempo entra in scena Dororo, il personaggio che dà il titolo al film e ne risolleva le sorti in maniera decisa. Dororo è una ladra professionista, una ragazza minuta e pestifera che sembra uscita dalle pagine di alcuni dei migliori racconti di Fritz Leiber appartenenti al ciclo del Mondo di Newhon. La sua decisione di diventare l’aiutante del serissimo Hyakkimaru mentre lui cerca in tutti i modi di liberarsene, dà vita ad una serie di divertenti schermaglie che fanno sorridere il pubblico e rendono sopportabile la visione di questo polpettone della durata di ben 135 minuti (un po’ troppi!). E passiamo alla serata di sabato 21 che si è svolta all’insegna del catastrofismo e della fantascienza. Cominciamo con il giapponese Umizaru 2: test of trust di Hasumi Eiichiro, una via di mezzo tra La tragedia del Poseidon e Titanic ambientato su un enorme traghetto in avaria che affonda lentamente nella baia di Tokio con quattrocento passeggeri a bordo. Riusciranno gli eroici sommozzatori della guardia costiera giapponese soprannominati Umizaru (letteralmente: scimmie del mare) a risolvere la situazione? Come Dororo, anche questo film è tratto da un popolare manga, e come suggerisce il titolo, non è altro che il sequel di un mediocre filmetto uscito nel 2004 con scarso successo. Ad Hollywood con ogni probabilità avrebbero lasciato perdere, ma i giapponesi sono testardi ed hanno deciso di riprovarci investendo nel progetto fior di quattrini. Ed hanno avuto ragione, perché Umizaru 2: test of trust si è rivelato uno dei più grandi successi cinematografici dell’anno, con un incasso di oltre 60 milioni di dollari. Lento e convenzionale nella prima parte nonostante i favolosi effetti speciali, il film riprende quota nella seconda, quando il traghetto affonda completamente trascinando con sé un gruppo di sommozzatori i quali rimangono imprigionati in una sacca d’aria assieme ad alcuni sfortunati passeggeri. A questo punto l’azione diventa frenetica, una vera lotta contro il tempo piena di colpi di scena che fanno letteralmente saltare gli spettatori sulle loro sedie. Insomma, nonostante l’happy end dolce amaro abbastanza scontato, posso dire di avere passato un paio d’ore piuttosto piacevoli. Attendiamo ora con terrore che il film venga rifatto dagli americani ambientandolo magari a New York oppure a S.Francisco. E veniamo a quello che a mio giudizio è stato il più interessante film delle giornata, nonché una delle poche pellicole di vera fantascienza proiettate nel corso di tutto il Festival. Il sud-coreano The Host (l’Ospite) di Bong Joon-ho è il classico film di mostri che però mi ha lasciato piuttosto perplesso. Per mettere in difficoltà americani e giapponesi ci vogliono bestioni grandi come grattacieli (vedi il recente remake di Godzilla), mentre per terrorizzare tutta Seoul è sufficiente una creatura mutante, un pesce-mostro anfibio e carnivoro lungo appena cinque o sei metri. Ma questi sud-coreani, sono proprio così sprovveduti? Forse il problema sta nel fatto che la bestiolaccia color bitume si muove con una velocità impressionante, più di un uccello pigliamosche dalla coda biforcuta, ed a causa della sua mole ridotta trova sempre facilmente rifugio fra le infrastrutture della periferia cittadina. A questo aggiungiamo il fatto che la zona dove si muove la creatura è fortemente antropizzata, mentre scoppiano continuamente dei conflitti burocratici fra polizia, esercito e varie autorità cittadine. Insomma, nonostante le meraviglie della scienza e della tecnica del secolo ventunesimo, siamo ancora fermi alla legge della jungla. Eccellente la parte iniziale, quando una tranquilla giornata di sole con decine di cittadini che prendono il sole sul lungofiume si trasforma in un incubo con un essere nerastro dalla bocca smisurata che salta come una cavalletta facendo strage degli ignari bagnanti. Successivamente il film perde nerbo e si sfilaccia occupandosi delle vicende di Hee –Bong, proprietario di un piccolo chiosco di pesce fritto e della sua famiglia. Solo nella parte finale, piena di tensione e con un significativo messaggio ecologico, il film ritorna ad essere appassionante, ma questo non giustifica l’enorme successo al box-office che ha infranto tutti i record, con enormi ripercussioni a livello internazionale. Comunque rispetto a certe stupidaggini che ci giungono continuamente dagli USA il film di Bong Joon-ho può tranquillamente essere considerato come uno dei capolavori della storia del cinema. Giornata grassa anche quella di domenica 22, quando alle ore 9,30 del mattino è stato proiettato il film giapponese Sinking of Japan (Il Giappone affonda) di Higuchi Shinji. Per la sua spettacolarità e la sua forza secondo me codesto film avrebbe dovuto essere proiettato nelle ore serali, ma evidentemente gli organizzatori hanno deciso diversamente. Forse c’era troppa carne sul fuoco. Sinking of Japan è il remake di un vecchio film giapponese di fantascienza catastrofica girato nel 1974 da un certo Shiro Moritani e distribuito in Italia con il titolo di Pianeta Terra: anno zero.Devo dire subito che fra i due film c’è un abisso, non solo di anni, ma anche di qualità. Tratto da un romanzo di successo di Komatsu Sayo, il film del 1974 nonostante il budget notevole di 500 milioni di yen, rimase un’operina mediocre che si perse nella gran massa dei film di mostri che a quel tempo in Giappone si producevano a raffica. Voglio dire, i modellini erano gli stessi, gli effetti speciali idem, solo che il Giappone invece di essere devastato dai soliti mostri giganteschi, questa volta veniva distrutto dalle forze della natura ed invaso dalle acque, ma insomma, era sempre la solita musica. Il discorso cambia completamente per il film del 2006, per realizzare il quale sono stati utilizzati dei trucchi che nel 1974 erano assolutamente impensabili. Si tratta di un’opera appartenente al filone catastrofico con un andamento della trama abbastanza simile a quello del famoso film di Roland Emmerich The Day after Tomorrow (2004). C’è lo scienziato lungimirante che prevede avvenimenti spaventosi ma nessuno gli crede, a cominciare dai rappresentanti del governo. Ci sono le scene di massa con popolazioni terrorizzate che fuggono dalle zone del disastro ed infine i capi di stato costretti a prendere atto della situazione quando ormai è troppo tardi. Solo che invece di cambiamenti climatici repentini e catastrofici come succedeva nel film di Emmerich, qui assistiamo addirittura alla collisione tra due placche tettoniche continentali nell’oceano Pacifico. Il risultato è un inferno di terremoti e vulcani che uccidono milioni di persone e che costringono il governo giapponese ad organizzare un’evacuazione di massa. Molto bello e realistico nella parte iniziale con un terremoto di enormi proporzioni che riduce in macerie la città di Numazu, il film poi rallenta il ritmo con uno stile simile alle vecchie pellicole di fantascienza degli anni ’50, alternando le scene di azione a intermezzi sentimentali conditi con improbabili spiegazioni pseudo-scientifiche. Colpisce la caratterizzazione commovente ed eccentrica del primo ministro giapponese, che invece di correre a salvarsi per primo come fanno alcuni suoi colleghi, decide di restare a morire con il suo Paese, come il capitano del transatlantico Titanic. La salvezza arriva in extremis dopo innumerevoli sfracelli, grazie agli scienziati “buoni” che stipulano un armistizio con i militari fermando la catastrofe a colpi di bombe termonucleari subacquee. Come in Umizaru 2 anche qui le riprese sottomarine sono girate con grande mestiere, come si conviene ad un Paese che conta milioni di sub, professionisti e non. Ottimo nelle scene di massa ed anche nelle parti recitative, il film però diventa insopportabile quando si trasforma in un veicolo di propaganda politica. Comunque Sinking of Japan rimane uno dei migliori film di fantascienza che ho visto negli ultimi dieci anni. Naturalmente con le proiezioni pomeridiane è seguito l’inevitabile ritorno delle storie orrorifiche e del genere fantasy. Devo dire che il tanto osannato Death Note (Appunti di morte) di Kaneko Shusuke non mi è sembrato niente di speciale. Questo thriller con pretese orrorifiche proveniente da Giappone tradisce le sue origini fumettare lontano un miglio, e narra l’improbabile storia di una ragazzina che raccoglie il libretto di appunti smarrito nientemeno che da uno dei messaggeri della Morte in persona. In pratica: ogni individuo il cui nome venga scritto sul famigerato libretto deve morire per cause apparentemente naturali nell’arco di 24 ore, e la sentenza è inappellabile. Naturalmente dopo le prime perplessità la ragazzina si accorge che la cosa funziona molto bene, e lungi dal rimanere inorridita comincia a togliersi parecchie soddisfazioni, eliminando tutti quelli che le danno fastidio. Questa epidemia di cadaveri non lascia indifferente la polizia che però non riesce a venire a capo di niente, perché la ragazzina sempre più spietata comincia ad uccidere sistematicamente tutti quelli tentano di avvicinarsi alla verità, senza guardare in faccia nessuno, né amici, nè conoscenti, e neppure parenti più o meno stretti. A questo punto si materializza il demone della morte in persona che le fa i complimenti per l’ottimo lavoro, e le propone di diventare collaboratrice a tempo pieno. Ma ci sono altri demoni, ed alcuni di loro stanno diventando invidiosi per la fortuna del collega…Proprio in questo momento sullo schermo compare la parola “Fine”, e per sapere come andava a finire questa storia a dir poco sgangherata, avrei dovuto aspettare fino alle dieci di sera per sorbirmi il seguito diretto dallo stesso regista ed intitolato Death Note: The last name. Mi sono rifiutato di farlo perché già il primo capitolo di questa opera sconclusionata destinata evidentemente ad un pubblico adolescenziale mi aveva stancato considerevolmente. Molto meglio il secondo film pomeridiano, il sud coreano The Restless (Anima senza pace) di Cho Dong-ho. Qualcuno si ricorda del film americano Al di là dei sogni diretto nel 1998 da Vincent Ward ed interpretato da Robin Williams? Narrava le avventure di un defunto alla ricerca della moglie in un aldilà ispirato alla morale cristiana, pieno di effettacci coloratissimi e soffocanti. E’ stato definito come uno dei peggiori film di fine millennio, ed io concordo pienamente. Mi domando che cosa ne abbiano capito i seguaci di altre religioni, probabilmente poco o nulla. Beh, la stessa cosa è successa al pubblico di Udine con The Restless. Il grande guerriero Yi gwak perde la sua amata compagna So-hwa in battaglia, e non esita a recarsi nel mondo dei morti per ritrovarla. Ma giunto colà si trova coinvolto in un colossale scontro tra le forze del Bene e quelle del Male, una lotta dall’esito incerto che cambierà completamente il suo destino. Il film si distingue per le bellissime scenografie ed i sontuosi costumi, realizzati dai migliori studi artistici della Corea del sud, ma i produttori si sono proclamati giustamente fieri soprattutto per gli impressionanti effetti speciali, che hanno impegnato ben 12 aziende sud coreane specializzate nella computer graphic. Purtroppo nonostante tutti i soldi spesi a profusione, codesta rivisitazione del mito di Orfeo in salsa coreana soffre degli stessi difetti del già citato Al di là dei sogni: trama inconsistente e recitazione approssimativa, e per queste ragioni il film è stato giustamente punito dal pubblico del suo paese d’origine, che ha disertato le sale cinematografiche. E’ superfluo aggiungere che The Restless per il pubblico occidentale è un’opera assolutamente incomprensibile, e che quasi sicuramente in Italia non lo vedremo mai. Vista l’assoluta mancanza di pellicole con elementi fantastici e soprannaturali nella giornata di lunedì, passiamo direttamente a martedì 24 aprile, con due assurdi film cinesi uno dei quali mi ha fatto arrabbiare talmente tanto che sono scappato dalla sala cinematografica prima della fine delle proiezioni. Si trattava di The Case di Wang fen, il quale ruota attorno ad una valigia piena di membra umane congelate che un locandiere trova nel giardino di casa sua. Nessuna spiegazione logica viene data per il macabro ritrovamento, ma chiaramente la cosa è fonte di estremo imbarazzo per il protagonista Dashang, che cerca di liberarsi in tutti i modi dei reperti anatomici senza avvisare la polizia locale. La vicenda si complica con l’arrivo nella locanda di due ospiti inattesi, una donna misteriosa e sensuale con il marito eternamente costretto a letto. Forse sono collegati con la famigerata valigia, oppure no. Comunque a questo punto la vita di Dashang diventa un vero inferno: oppresso dalla moglie autoritaria nei cui confronti nutre uno strano complesso di colpa, ed attratto dall’ospite ammiccante e sfuggente, il povero locandiere non sa più che pesci pigliare, senza contare che la famigerata valigia è ancora nascosta nella ghiacciaia, e la storia probabilmente avrebbe un epilogo tragico se il regista non decidesse di risolvere tutto con uno degli espedienti narrativi più vecchi del mondo: alla fine si scopre che era tutto un incubo creato dal protagonista a causa della propria insoddisfazione sessuale. Sono rimasto talmente male che senza aspettare la parola “Fine” sono uscito a mangiarmi un panino con la salsiccia accompagnandolo con un po’ di buona birra austriaca: tutta roba molto soddisfacente che mi ha fatto dimenticare certe insulse cineserie cinematografiche. Molto meglio The Matrimony di Xin Zhong You Gui, proiettato a notte fonda. Film interessante soprattutto perché stabilisce un precedente importante. E’ la prima volta dopo molto tempo infatti che sugli schermi cinesi appare una compiuta storia di fantasmi. Per molto tempo i censori della Repubblica Popolare Cinese avevano posto il veto assoluto su questo genere di film, quale parte di una politica mirata a scoraggiare le “vecchie superstizioni” e le “pratiche dannose”. Secondo me si tratta di una sonora sciocchezza, evidentemente residuo della politica nefasta della famigerata Rivoluzione Culturale. Vista l’apertura cinese alla globalizzazione, questo andazzo non poteva durare. Infatti sulla scia del pubblico asiatico che ha accolto entusiasticamente gli horror giapponesi, sud coreani ed hongkonghesi, sembra proprio che il mercato della Cina continentale abbia manifestato le sue ineluttabili pretese, quindi i registi ed il potentissimo Film Bureau sono stati costretti ad abbozzare e a comportarsi di conseguenza. Il risultato è una commedia soprannaturale abbastanza gradevole e divertente, ambientata a Shangai negli anni ’30, senza nessun collegamento con il mondo attuale, così si salvano capra e cavoli, ma piuttosto interessante, soprattutto per l’originale ed inquietante triangolo amoroso fra marito, moglie ed amante fantasma. Questa volta sono rimasto in sala fino alle ore piccole, e devo dire che ne valeva la pena. Tralasciando il 25 aprile, giornata nella quale ho lasciato perdere il cinema per fare il mio dovere partecipando alle cerimonie per l’anniversario della Liberazione, passiamo direttamente a giovedì 26, detto anche “Horror Day”, la giornata che ci interessa di più. Come negli “Horror Day” degli anni precedenti, anche questa volta i patiti dello “splatter”, “stripper” e “slasher” sono rimasti delusi. Nei film horrorifici orientali non ci sono quasi mai quegli sbudellamenti che piacciono tanto ai brufolosi adolescenti nostrani, ma non è detto che per questo facciano meno paura. Anche questa volta quello che io giudico il più bel film della giornata è stato proiettato alle nove di mattina in una sala semivuota, e devo dire che la cosa mi ha scocciato un po’ tanto che ho pensato: S.P.Q.O.! (Sono Pazzi Questi Organizzatori ). Ben, bon, pazienza. Comunque devo dire che il thailandese DORM (Il dormitorio) di Songyos Sugmakanan è veramente un bel film di fantasmi, anche se ricalca alcune tematiche già viste nell’ottimo El Espinazo del Diablo (2001) senza però buttarla tanto in politica come Guillermo Del Toro. Anche qui abbiamo un bambino mandato in collegio dal padre severo ed intransigente perché non riesce abbastanza bene a scuola. Spalleggiato dalla madre affettuosa, Chatree vive codesta situazione come un’enorme ingiustizia, e tronca ogni rapporto con il genitore, ma non c’è niente da fare. Agli occhi del bambino, l’istituto privato appare come un luogo gelido e squallido, mentre i compagni di classe lo prendono in giro e tentano di terrorizzarlo con cupe storie di fantasmi. Ma Chatree è un bambino forte che non crede ai fantasmi, e poi ha trovato un nuovo amico, Vichien, che lo ha preso subito in simpatia e gli racconta vecchie storie affascinanti e paurose. Peccato che Vichien sia un bambino molto riservato: non parla con nessuno e la gente sembra non prestargli alcuna attenzione. A questo punto lo spettatore smaliziato ha già capito quello che sta succedendo, ma al regista evidentemente la cosa non interessa: egli vuole raccontare la vicenda fino in fondo dal punto di vista di un ragazzino, e ci riesce perfettamente. Questa volta non abbiamo a che fare con spettri vendicatori e rancorosi che non obbediscono alla logica di noi poveri mortali e continueranno ad infestare il mondo per tutta l’eternità ed oltre. Il bambino fantasma di DORM è uno spirito gentile costretto a ripetere compulsivamente tutti gli atti che lo hanno portato alla morte per annegamento, è che è rimasto tra noi solo per tentare di liberare la sua insegnante preferita, che lo adorava, da un terribile complesso di colpa. Lui vorrebbe trovare la pace, ma prima deve liberarsi di alcuni conti in sospeso. E per farlo ha bisogno di aiuto. La soluzione arriva grazie a Chatree che si rivela un ragazzo coraggiosissimo il quale riesce a superare certe situazioni che avrebbero fatto venire i capelli bianchi anche ad un killer della mafia. Nel finale il nostro eroe riesce pure a riconciliarsi con il padre in un happy end che non è consolatorio, ma la giusta conclusione di un viaggio iniziatico di crescita e maturazione. In una intervista concessa subito dopo la proiezione, il regista Songyos Sungmakanan ha ammesso di essersi ispirato in questo suo secondo lungometraggio alle proprie esperienze infantili nel dormitorio della scuola, e non stento a crederlo. Raramente mi è capitato di vedere una storia di fantasmi realizzata così bene, con un’atmosfera sottilmente inquietante ed al tempo stesso coinvolgente. Mi ha impressionato quasi quanto quel capolavoro indiscusso del cinema spettrale che era Suspense (1961) di Jack Clayton. Naturalmente anche questa è un’ottima pellicola che in Italia difficilmente verrà distribuita al pubblico. Requiescat in pacem. Amen. Passare dalle suggestioni sottili e delicate di DORM alla violenza del filippino SUKOB (Il Maleficio) di Chito Roño è stato come ricevere in faccia una secchiata d’acqua bollente dopo essere stato per due ore chiuso in una ghiacciaia. Molte volte ho notato che l’anima latina ed allegra del popolo filippino li porta a non prendere troppo sul serio le storie di fantasmi, ed a presentare le pellicole che affrontano l’argomento con uno stile tra il serio ed i faceto. Non è questo il caso del regista Chito Roño che si era già fatto apprezzare al Festival di Udine nel 2005 con l’ottimo horror geomantico Feng Shui (Lo specchio maledetto). Niente geomanzia questa volta, ma una vera e propria casa infestata da spiriti inquieti che tormenta i sogni della protagonista Sandy, la quale vorrebbe solo sposarsi al più presto con l’amato Dale. Ma non ha tenuto conto delle innumerevoli superstizioni del popolo filippino raccontate dalle vecchie comari che per la povera ragazza si rivelano un vero e proprio calvario. Se a questo si aggiungono degli spettri vendicatori che appaiono all’improvviso trascinando le infelici vittime verso dimensioni terrificanti, si può capire che il film di Chito Roño è una girandola di colpi di scena uno più sconvolgente dell’altro, fino al terribile e catastrofico finale che lascia agli spettatori con un po’ di amaro in bocca, ma anche con la consapevolezza di avere assistito alla proiezione di una pellicola di qualità eccellente. E con questo abbiamo esaurito il primo round mattiniero, che non era niente male. Mezz’ora di tempo per rifocillarmi, ed eccomi di nuovo in sala alle ore 14.30 in attesa del pubblicizzatissimo film malese Chermin (Lo Specchio)di Zarina Abdullah. Questo perché i rappresentanti della casa di produzione presenti ad Udine hanno letteralmente inondato il Festival con decine di depliant, fotografie, opuscoletti e cartoline pubblicitarie. Come prevedevo, quando un film viene tanto pompato ed osannato, di solito si rivela una delusione. E Chermin non era certamente all’altezza delle aspettative. Storia di maledizioni stregonesche tramandate attraverso uno specchio maledetto, il film faceva acqua da tutte le parti rivelandosi un insopportabile polpettone mèlo nella prima parte, e scivolando verso una squallida imitazione del vecchio film L’Esorcista di William Friedkin (1973) nella seconda. Unico motivo di interesse era la peculiarità dell’ambientazione islamica. Confesso candidamente che non avevo mai visto un film dell’orrore girato dal punto di vista maomettano, forse perché gli integralisti considerano questo tipo di cinema frutto della decadenza occidentale, e lo evitano accuratamente. Andiamo molto meglio con il sud-coreano Roomates (Compagne di stanza) di Kim Eun – kiung. Certo che il sistema scolastico della Corea del Sud deve essere qualcosa di mostruoso. Se non vai bene a scuola ti sbattono in qualche istituto speciale dove vengono effettuati dei corsi di recupero a ritmo bestiale, e dove vige una disciplina da campo di concentramento. E’ quanto succede ad un gruppo di ragazze del liceo che sono state bocciate all’esame di ammissione annuale all’ università. Vengono mandate dalle rispettive famiglie in una specie di accademia per studenti recalcitranti dove il portone d’ingresso è sempre chiuso a doppia mandata. Tutto quello che possiedono viene confiscato (anche i telefoni cellulari) e messo in scatole contrassegnate dal loro nome. Poi sono costrette ad indossare un’uniforme orrenda (felpe grigie e pantaloni asessuati) ed infine vengono fatte marciare nell’androne e condotte in camere dai muri di cemento con letti a castello e scrivanie, dove, in gruppi di quattro, vivranno per i prossimi dieci mesi. La permanenza di qualche mese in una galera simile sarebbe più che sufficiente per mandare fuori di testa delle persone perfettamente normali, figurarsi delle ragazze ognuna delle quali ha alle spalle una storia familiare difficile, e così l’inevitabile accade. Qualche studentessa più sensibile delle altre tenta il suicidio, altre diventano catatoniche, ed altre ancora mostrano un comportamento sempre più distruttivo, questo fra la più completa indifferenza degli insegnanti e degli stessi genitori, fino a quando una mano ignota appicca il fuoco all’edificio che brucia in un rogo immane assieme a tutti gli ospiti. In seguito, dopo che ogni cosa è stata messa a tacere, nel giro di alcuni di mesi la scuola viene ricostruita, fornita di nuovi insegnanti, e tutto ricomincia daccapo come se nulla fosse successo. Un vero incubo coreano. Raccontata così sembrerebbe che la storia abbia ben poco di soprannaturale, ma vi assicuro che i fantasmi ci sono, ed anche molto cattivi. Inoltre Roomates è stato l’unico film della giornata che indulgeva in scene veramente sanguinarie e raccapriccianti. Ma la cosa che mi ha entusiasmato di più è stata la capacità espressiva delle giovani attrici che sembravano davvero sull’orlo del tracollo psicofisico e della pazzia. Speriamo che qualche buon samaritano voglia distribuirlo in Italia, ma ne dubito assai. E così finisce il pomeriggio dell’“Horror Day”. Torniamo in Thailandia con il primo film della serata, l’ottimo The Unseeable (L’invisibile) di Wisit Sasanatieng. Siamo nei primi anni Trenta: in una zona periferica, squallida e deprimente, la povera Nualjan, incinta, vaga fra casolari abbandonati e campi incolti in cerca del marito Chob, partito “per pochi giorni” e mai più ritornato. Trova rifugio nella villa di Madame Ranjuan, una vedova bellissima che dopo aver perso il marito vive reclusa, assistita dall’acida governante Miss Somijt, che fin dall’inizio non nasconde la sua antipatia per Nualjan. Che in quella casa ci sia qualcosa che non va ce lo dice lo stesso regista fin dalla prime inquadrature, ma poi egli gioca con il pubblico sfidandolo a scoprire i segreti dei vari personaggi inquietanti che vi appaiono nel corso della narrazione. Servendosi esclusivamente di trucchi cinematografici appartenenti alla sfera dell’ottica e della meccanica, apparentemente senza toccare il computer, il regista thailandese riesce a comunicare agli spettatori un genuino senso di alienazione e di paura per l’incomprensibile e l’inesplicabile. Le riprese effettuate con angolature assurde sono accompagnate da fosche illuminazioni dal basso in alto e da musiche sottilmente ipnotiche che generano un sentimento di angoscia. E ancora: l’andamento apparentemente insensato della trama non fa che acuire nel pubblico una somma di curiosità e di straniamento che sfocia nell’orrore totale di un finale assolutamente terrificante. Veramente un buon film, anche se non molto comprensibile per il pubblico occidentale, visto che tratta di storie, superstizioni e tradizioni tipicamente orientali. La serata è proseguita alla grande con la proiezione del film giapponese The Slit–Mouthed Woman (La donna dalla bocca tagliata), di Shiraishi Kôji, il cui titolo contiene un’ aperta citazione del romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride (1869) e dell’omonimo film di Paul Leni (Germania 1928), interpretato da Conrad Veldt. Ma la citazione resta limitata alle prime battute, perché la trama del film giapponese non è certamente quella di un polpettone romantico ottocentesco. Il protagonista infatti è un fantasma femminile vendicativo trasformatosi in un feroce demone che invade le menti delle vittime mutandole in assassini spietati. In questo modo esse si trasformano fisicamente in una donna mostruosa con le guance tagliate dal bisturi fino ad esporre i denti e la parte interna della bocca, al punto che tutta la faccia si contrae in un orrendo rictus cadavericus. L’ambientazione contemporanea nulla toglie alla suggestione paurosa della caccia al demone che si rivela impossibile da eliminare, perché appena un invasato viene ucciso, immediatamente avviene un’altra possessione psichica ancora peggiore di quella precedente, con conseguenze terribili. Se aggiungiamo il fatto che le vittime preferite della “donna dalla bocca tagliata” sono i bambini innocenti, avremo dipinto un quadro piuttosto fosco della situazione. In effetti, la vicenda si dipana fra cacce spietate e delitti efferati fino ad assumere le dimensioni di un vero incubo. Devo dire che codesto andazzo truculento non è dispiaciuto ai giovanissimi fan del cinema horror presenti in sala, i quali hanno provveduto ad esprimere in modo rumoroso la loro approvazione senza aspettare la fine delle proiezioni. Insomma, per il pubblico vedere il film è stato come gustare un ottimo piatto di bistecche (umane) al sangue. La giornata si è conclusa a notte fonda con l’ennesimo film tailandese intitolato 13 – BELOVED (Il Beneamato 13), diretto da Chookiat Sakwirakul, e tratto dal famoso fumetto The 13 Quiz Show (ancora fumetti: bastaaa!). Si trattava di una commedia ridanciana basata su uno di quegli strani giochetti per i quali gli orientali vanno pazzi. Satana si sta annoiando laggiù nel suo Inferno, ed allora studia nuovi metodi per tormentare gli uomini, basandosi sulle meraviglie della tecnica moderna. Il protagonista, in uno dei giorni più sfortunati della sua vita riceve una misteriosa chiamata al telefono cellulare: una voce anonima gli propone di partecipare ad un bizzarro gioco a premi: egli dovrà superare 13 prove ognuna delle quali incrementerà il suo conto in banca, fino ad arrivare alla cifra astronomica di 100 milioni di Baht (2,8 milioni di dollari). I promotori del gioco sembrano onnipotenti ed onniscienti, e si accorgono di tutto quello che succede, senza che apparentemente vi siano dei mezzi visibili di spionaggio. La prima prova è molto semplice, quasi ridicola: si tratta di ammazzare una mosca noiosa, ma poi…Sconsigliato alle persone deboli di stomaco, 13-BELOVED prosegue con delle prove sempre più schifose e rivoltanti, come mangiare la cacca, ammazzare un cane, uccidere una persona utilizzando come arma una zampa di maiale, trasportare sulla schiena un cadavere in avanzato stato di putrefazione eccetera eccetera. Una vera discesa negli inferi che sembra non fermarsi mai, il tutto condito da un umorismo macabro degno del migliore Alfred Hitchcock. Man mano che la storia procede il pubblico viene sempre più coinvolto nella vicenda ed aspetta ansiosamente di sapere quale sarà la tredicesima domanda, ma io non posso rivelare il finale veramente stupefacente per il semplice motivo che ad un certo punto ho ceduto alla stanchezza e mi sono addormentato, nonostante le urla e gli strepiti provenienti dallo schermo. Dopo una giornata passata in sala a vedere un film dietro all’altro, con quasi 10 ore di proiezioni su gobbo, anche il fisico più allenato può soccombere a qualche momento di debolezza, e quindi prima della fine dello spettacolo, verso le due di notte me ne sono andato a letto. E’ finito così l’ “Horror Day” del 2007, ma non i film di genere fantastico. Infatti la mattina successiva ho avuto il piacere di gustarmi una simpatica commedia giapponese fantasy dal titolo chilometrico, Kisarazu Cat’s Eye:SAYONARA GAME (La partita d’addio del Cats). In una successiva intervista il regista Kaneko Fuminori ha affermato di essersi ispirato molto al film americano L’uomo dei sogni (1989) di Paul Alden Robinson interpretato di Kevin Costner, e vi posso dire che è assolutamente vero, anzi, secondo me si tratta di un vero e proprio remake giapponese in versione umoristica. Oltre che il remake di un film americano, il film è anche il sequel di una precedente pellicola giapponese intitolata Kisarazu Cat’s Eye (2003), basata sulle assurde vicende di un gruppo di strampalati giocatori di baseball nella cittadina balneare di Kisarazu. Nulla viene risparmiato dalla irriverente satira giapponese: il mondo dei morti viene sbeffeggiato, ed il film abbonda di fantasmi alcolizzati, spiriti allegri e soldati americani trasformati in zombies che non farebbero del male ad una mosca, ma desiderano solo giocare un’ultima partita di baseball in santa pace. Insomma, uno spettacolo piacevole e divertente. Complimenti al Giappone. Nel pomeriggio ha assistito alla proiezione di un altro film spiazzante proveniente dalla Corea del Sud. Si tratta di 200 Pounds Beauty (95 chili di bellezza) di Kim Yong-hwa, ispirato chiaramente al film americano Il professore matto (1986) di Tom Shadyac, interpretato da Eddie Murphy, che a sua volta era un rifacimento del film di Jerry Lewis Le folli notti del dottor Jerryl (1963). Che strano. Una volta certe operazioni ambigue venivano chiamate con il loro vero nome, e cioè imitazioni, scopiazzamenti e plagi. Adesso invece si chiamano “remake”. Abbiate pazienza: sono solo un povero vecchio che non sa adattarsi ai tempi moderni. Insomma, il film inizia con la citazione di un altro famoso film americano: Cantando sotto la pioggia (1952) di Stanley Donen. Hanna è una cantante obesa che presta la sua voce dietro le quinte alla star dello spettacolo che è una donna molto bella ed appariscente, ma stonata come una campana rotta. Dopo uno scherzo crudele nel quale Hanna viene messa in ridicolo, la ragazza sparisce e si rivolge ad una famosa clinica di chirurgia estetica, dove nel giro di alcuni mesi viene compiuto un vero miracolo: La grassona sparisce ed al suo posto viene alla luce una strepitosa fanciulla con un fisico da porno-star che ha pure conservato intatte tutte le proprie capacità canore. A questo punto Hanna assume una nuova identità ed inizia a vendicarsi di tutti quelli che l’avevano presa in giro. Naturalmente qui l’ispirazione fantascientifica è solo una scusa per mettere in piedi una graziosa commedia degli equivoci, ma nonostante tutto ho trovato il film abbastanza simpatico e divertente. E con questo credo di avere esaurito l’elenco dei film fantastici e fantascientifici presenti al 9° Far East Film Festival di Udine. Nessuno di essi è stato premiato dal pubblico nelle votazioni organizzate dopo le proiezioni. Per la cronaca, il primo premio è stato attribuito alla killer story sud coreana No mercy for the rude di Park Chul –hee. Quinto posto per 13 Beloved ed addirittura settimo per The Host. Ed a questo punto sorge la fatale domanda: quanti di codesti film tutti di ottimo livello troveranno la strada per essere distribuiti in Italia? Penso che non lo sappia nemmeno il mago Bakù, mai io non nutro molte speranze. Comunque ora ho finito: mi auguro di non essere stato troppo lungo e noioso e arrivederci ad Udine nell’aprile 2008 alla decima edizione del Far East Film Festival.