COME QUANDO FUORI PIOVE

Roberto Furlani

 

COME QUANDO FUORI PIOVE

 

 

 

Quando Roberto mi ha chiesto di scrivere queste righe in presentazione di un suo racconto, lo ammetto, ho avuto un po’ di paura. Mi sono subito chiesto: è possibile condensare in una manciata di parole l’altissima valenza morale di questa novella? Però ho accettato comunque il suo invito. L’ho accettato spinto dall’orgoglio, perché non capita tutti i giorni di poter spendere qualche parola su un racconto come questo. Un racconto cupo, grigio come il cielo malato e le strade deserte di Sofia che, in un futuro prossimo venturo, assiste impassibile alla storia di Dimitri Bulinov. La storia di una ricerca, di una caccia che più della vendetta ha per fine la verità. Un giallo fantascientifico, dunque, che prende le mosse da una situazione classica per sviluppare un discorso personale su temi di attualità scottante, spaziando dall’ecologia allo sviluppo. Ma a Come quando fuori piove (locuzione che richiama i 4 semi delle carte francesi) non è estranea nemmeno una buona dose di temi di valenza universale, dai legami familiari alla fortuna, tutti indagati per mezzo di personaggi di spessore, forti, incisivi, credibili anche quando assolvono al ruolo di deus ex machina.

Per dipingere il suo scenario di degrado e desolazione Roberto si è spinto attraverso i Balcani, verso l’Europa dell’Est, nelle sue parole “zona di confine tra la povertà del Terzo Mondo e la ricchezza dei Paesi Industrializzati, e quindi […] in perenne bilico tra due condizioni egualmente estreme”. Perché il Nostro non è uno di quegli scrittori che possono accontentarsi di storie facili o di ambientazioni suggestive, in cui basta che vi immergiate comodamente sprofondati nella poltrona del salotto per dimenticare il mondo fuori dalla vostra finestra. Roberto ha coraggio da vendere: lui prende il lettore per mano e lo porta a spasso tra le macerie della civiltà esponendolo senza scafandro alla pioggia radioattiva di Sofia, immergendolo nel fango fin sopra i capelli.

Sono proprio felice che Roberto Furlani abbia deciso di interrompere il suo silenzio che si protraeva ormai dallo storico numero 10 di Continuum, tornando finalmente su queste pagine che con una pazienza e una dedizione immani continua a curare di uscita in uscita, di anno in anno. Perché con lui si perpetua una tradizione di impegno e attenzione che affonda le sue radici nella New Wave e nella fantascienza sociologica di Sheckley, Pohl e Kornbluth. Leggete questa storia, lasciatevi guidare in un giro turistico nella periferia nuclearizzata dell’Occidente. E poi vedremo se anche voi riuscirete a venirne fuori con un sorriso sulle labbra, proprio come Dimitri Bulinov.

Giovanni De Matteo

 

                       

 

 

            La pressione leggera sul bacino del calcio della revolver, nascosta sotto lo scafandro giallo sbiadito, aveva un qualcosa di rassicurante.

Tirando un profondo sospiro Dimitri Bulinov sfiorò con la punta delle dita l’arma, quasi fosse un criptico rito per esorcizzare quella tensione che gli faceva pulsare così forte il cuore nel petto.

Aprì la porta del locale ed entrò, come aveva già fatto tante volte in vita sua, ma quella non sarebbe stata la solita serata trascorsa a sbronzarsi con gli altri clienti, lui ne era consapevole e forse anche qualcuno lì dentro lo sapeva bene.

Un uomo grasso e barbuto si voltò quando sentì la porta spalancarsi e non appena vide il viso sgusciare fuori dallo scafandro impermeabile fece un sorriso simile al ghigno di un demone.

-Ehilà, Dimitri!- esordì con voce rauca -È da un po’ che non ci si vede!-

-Già.- rispose l’altro mentre si liberava di quell’ingombrante soprabito -Ho avuto parecchio da fare ultimamente.-

-Davvero?- gracchiò il tizio dalla barba grigia -Non è che la pioggia ti ha fatto perdere la voglia di farti una bevuta?-

Dimitri appese lo scafandro ad un gancio incastrato nel muro ed ancora una volta accarezzò la pistola ficcata nella cintura, resa invisibile agli astanti dalla camicia larga -Come vedi sono qui, nonostante la pioggia.- tagliò corto.

Si avvicinò al suo interlocutore, seduto al tavolo di fronte ad un compagno di serata dal volto scarno e con un paio di rigogliosi baffi neri.

Ognuno dei due aveva accanto a sé un boccale di birra scura ed in mano cinque carte dal magico potere di riuscire a far svanire nel nulla le giornate vacue.

-Una anche per me.- disse Dimitri, rivolto all’uomo dietro il banco, indicando con un gesto della mano uno dei due boccali.

-Fai una partita con noi?- domandò il baffuto.

Dimitri fece un cenno di diniego: -Non è la mia giornata, Zoran.-

Al bancone era già pronta la sua birra fresca. Proprio quello che ci voleva: si sudava come animali sotto quel dannato scafandro.

Dimitri andò a prendere il boccale; estrasse dal portafogli un paio di monete e le lasciò vicino al sottobicchiere, poi bevve con avidità metà della birra appena comprata.

Si guardò attorno: come sempre c’erano pochi clienti, perlopiù impegnati a giocare e in certi casi a mettere sul piatto della bilancia il proprio futuro, al bivio tra la fine di un incubo e la più profonda delle disperazioni. C’era uno strano silenzio lì dentro, creato dai toni dimessi con cui parlavano i presenti, quasi fossero stati terrorizzati per una tremenda catastrofe che incombesse su di loro.

Il tichettio della pioggia sembrava in grado di sovrastare qualunque grido, ogni goccia che scendeva dal cielo pareva giungere a terra con un boato impossibile da accogliere con indifferenza persino per chi avrebbe dovuto esservi abituato.

Il grasso Itzkel cambiò una carta e pescò un Jack di cuori che probabilmente gli avrebbe fruttato qualche quattrino e niente più: né lui né Zoran avevano ambizioni migliori, per loro il poker era solamente una via di fuga dallo squallore in cui sarebbero vissuti per sempre, serviva solo a ravvivare giorni morti giocandosi i pochi averi di cui disponevano.

-Coppia d’assi e coppia di donne.- annunciò Zoran scoprendo le sue carte.

-Scala di cuori.- replicò Itzkel, sfoderando uno dei suoi ghigni beffardi.

Il volto di Zoran impallidì, dando l’impressione di essere più sciupato del solito. Probabilmente se non lo avesse conosciuto da anni Dimitri avrebbe pensato che Zoran fosse affetto da un tumore, invece era sempre stato così, con quelle guance infossate quasi fossero state scarnificate da un impietoso scalpello. Negli ultimi periodi, poi, il suo aspetto era obiettivamente peggiorato, di certo a causa della sua scelta di seguire la tendenza popolare del momento, abbandonando il lavoro da fabbrica in favore dell’artigianato. Mestiere frustrante per chi doveva incominciare dall’inizio.

-Mi dispiace, vecchio mio!- infierì Itzkel con una risata gutturale, mentre le sue mani si allungavano verso il piatto discretamente ricco -Stasera la buona sorte è con me.-

Zoran non si fece sfuggire un bisbiglio: prese il suo boccale e trangugiò un buon quantitativo del contenuto, probabilmente pensando che ne aveva abbastanza di giocare per quella sera.

Dimitri finì la sua birra e tornò dai due fissando il vincitore della partita.

-Chissà se la tua fortuna è buona solo nel poker.- disse.

-È una sfida?-

-Chiamala come vuoi.- ribatté Dimitri, impassibile.

-Sentito?- fece Itzkel con una risata gorgogliante, dando di gomito allo sconsolato Zoran -Il nostro giovane amico vuole sfidarmi.- tacque per un istante, poi si rivolse di nuovo a Dimitri e chiese, più seriamente -E allora a cosa vuoi giocare? Dadi?-

-Ho già detto che non è la mia serata.- rispose l’altro senza mutare il tono della voce -Quindi farei un gioco meno costoso. Conosci “pegno o verità”?-

-Mi prendi per il culo?- abbaiò Itzkel, visibilmente irritato.

-Consiste nel rispondere sinceramente alle domande poste da un altro giocatore, oppure preferire la penalità decisa dal giocatore che ha posto la domanda.- proseguì Dimitri, incurante della reazione del suo interlocutore.

-Smettila con queste stronzate, è un gioco per bambini delle elementari.- protestò infastidito Itzkel.

-Non direi.- dissentì Dimitri, sempre senza perdere la calma -Perché noi lo renderemo più interessante. Visto che oggi tu sei fortunato ed io no sarò sempre io a fare le domande. In compenso ti avviso in anticipo quale sarà la tua penalità nel caso non volessi rispondere.-

Estrasse la pistola dalla cintura, facendo impallidire Itzkel ben più di quanto fosse sbiancato in precedenza Zoran, cancellando repentinamente i rossori dell’alcool e dell’euforia per la vittoria di poco prima.

-Sei… sei pazzo.- borbottò l’uomo disarmato, in preda al panico.

Dimitri scosse a destra e a sinistra la revolver con la stessa naturalezza che avrebbe avuto se avesse mimato il “no” con un dito della mano.

-Mai stato più lucido.- replicò, poi si rivolse a tutti gli altri presenti (i quali seguivano compassati la vicenda, apatici come fossero stati abituati ad assistere ad episodi simili) e disse: -Nessuno si muova, per cortesia. È solo un gioco e non accadrà niente di male se avrò le risposte che cerco.-

Un invito superfluo: neanche uno di loro pareva avere la voglia di azzardare una reazione.

Dimitri posò nuovamente lo sguardo sullo spaventato Itzkel a cui tremavano convulsamente le guance flaccide e barbute per la nevrosi.

-Prima domanda.- iniziò -Quando hai visto per l’ultima volta mio fratello?-

Gli occhi dell’altro si persero in qualche angolo remoto dell’osteria: la paura gli impediva di guardare in faccia il suo sequestratore. -Non lo so di preciso.- balbettò -Sarà stata una settimana fa, ma esattamente non lo so, te lo giuro!-

-Te lo dico io allora. È stato giovedì sera: mi aveva detto che doveva incontrarsi qui con te, dopodiché è scomparso nel nulla. Vorrei saperne di più.-

-Ma che ne so?- sbottò Itzkel esasperato -Avremo bevuto qualche birra assieme, magari ci saremo anche ubriacati e avremo fatto un paio di partite, ma niente di diverso dal solito.-

-Fossi in te cercherei di ricordare meglio.- intimò Dimitri, mantenendo le pupille fisse su quel volto pallido, imperlato di sudore  e sconvolto da fremiti incontrollabili.

-Aspetta un attimo, Dimitri.- strillò quell’uomo in un acuto reso improbabile raucedine insita nella sua voce -Che motivo avrei per mentirti? Lo sai anche tu che io e Boris eravamo ottimi amici.-

-Perché “eravamo”?-

-Ho detto così per dire…- improvvisò Itzkel, sempre più terrorizzato -Non so come andranno le cose dopo quanto è accaduto oggi.-

-Ho capito.- annuì Dimitri sconsolato -Preferisci il pegno.-

Sollevò la revolver fissato da una manciata di uomini che parevano spettatori di un dramma teatrale a cui assistere passivamente, senza interferire con le scene in alcun modo, forse nemmeno formandosi un’opinione su quanto stavano vedendo.

La canna della pistola emanò un riflesso fievole ma affilato come la punta di una spada, mentre l’arma veniva puntata contro il grasso destinatario del prioettile, il riflesso di un lampo esploso nel cielo fuori dal locale, accompagnato da un tuono violento e dalla solita pioggia scrosciante ed inarrestabile.

-Ti prego, non farlo!- pietì Itzkel, le cui gote ispide erano umide di sudore e lacrime tali da acuirne il pallore -Parlerò!-

-Ti ascolto.- ribatté Dimitri imperturbabile, senza riabbassare l’arma.

-Sono stato costretto a farlo, credimi.- piagnucolò l’interrogato che ormai aveva completamente perso la padronanza di sé -Non avevo scelta, ho dovuto accettare di aiutarlo a catturare tuo fratello, non potevo combattere contro di lui.-

-Aiutare chi? A chi hai venduto mio fratello?-

Itzkel indugiò, sapeva bene che pronunciare quel nome sarebbe potuto costargli caro, forse sarebbe stato meglio ricevere adesso un proiettile in fronte piuttosto di svelare l’identità di un nemico troppo forte per essere affrontato.

La visione della pistola ancora spianata implacabilmente contro di lui, tuttavia, fu uno stimolo sufficiente a farlo bofonchiare: -All’Immortale.-

Dimitri sgranò gli occhi e abbassò la pistola, interdetto: le cose si mettevano male, la situazione era dannatamente più complicata di quanto si potesse immaginare.

Infilò la revolver nella cintura, poi si girò e andò a sganciare mestamente lo scafandro dal muro, mentre il tremibondo Itzkel tirava un sospiro per lo scampato pericolo e sentiva le pulsazioni del cuore iniziare a tornare ad una frequenza regolare.

-Mio Dio.- sussurrò a denti stretti -Cosa ho fatto? Sono finito.-

-Andrò a cercare l’Immortale.- annunciò Dimitri solenne nonostante la malcelata preoccupazione, indossando lo scafandro -Preferirei che il gioco di oggi restasse qui dentro per avere un piccolo vantaggio. Il che converrebbe anche a voi, vista la pericolosità di quell’uomo.-

Fece per andarsene sotto gli sguardi della gente della taverna, ma prima di uscire si voltò a guardare colui che per quella sera era stato il suo avversario, ancora estenuato dal terrore provato fino a poco prima.

-I miei complimenti.- gli disse -Hai preferito la verità al pegno ed hai vinto la partita.-

Itzkel borbottò qualcosa d’indecifrabile che aveva tutta l’aria di essere un insulto o una maledizione.

-Per quanto possibile vedrò di evitarti un gioco ben più rischioso di quello di stasera.- proseguì Dimitri -Augurami buona fortuna.-

Itzkel riuscì per la prima volta dall’inizio dell’interrogatorio a guardare l’altro negli occhi. Se non fosse stato così shoccato sarebbe esploso in una delle sue risate rauche: cosa voleva evitargli lui? Quel pivello, vissuto sempre negli orti a zappare la terra, pretendeva davvero di battere l’Immortale?

Peccato per lui, miserabile presuntuoso, che non si rendesse conto di essere già morto da quando si era messo in testa l’idea di tastare quel terreno minato. Anzi, erano già morti entrambi, si trattava solo di aspettare il colpo di pistola o la coltellata che avrebbe confermato quello sviluppo inevitabile.

-Dimitri.- latrò invece Itzkel -Dimmi una cosa: se io non avessi parlato tu mi avresti veramente sparato?-

Sul volto del più giovane Bulinov si dipinse l’abbozzo di un sorriso privo di calore, quasi di scherno nei confronti dell’ingenuità di un giocatore che chiedeva quali fossero le strategie dell’avversario al diretto interessato.

-Chi lo sa? Quella sarebbe stata un’altra partita.- rispose alla fine Dimitri -Ma tutto sommato devo ammettere che forse avevi ragione: può darsi che questa sia davvero la tua serata fortunata.-

Si coprì anche la testa e aprì la porta del locale, dal quale uscì senza aggiungere una parola.

S’incamminò sotto la pioggia incessante, le cui gocce grosse come bilie picchiavano sulla superficie dello scafandro in un martellamento costante e senza sosta.

I passi sprofondavano pesanti in un fango composto in parte da quello che doveva esser stato cemento ed ora era indistinguibile dal materiale organico.

Non vedeva l’ora di tornare a casa a riposare, prima di giocarsi il tutto per tutto in una sfida persa in partenza.

 

            Dall’orecchio del dobermann il cui anello era marcato col numero undici iniziò a zampillare un fiotto di sangue scuro, accompagnato da uno straziante guaito dell’animale.

Aggirandosi furtivo tra la folla dell’arena, Dimitri constatò di aver fatto male a scommettere su di lui, perché il numero tredici pareva destinato ad avere la meglio, alleggerendo l’uomo di qualche credito.

Ma dopotutto non gli importava un granché: lui era lì per fare domande agli scommettitori lì in giro a proposito dell’Immortale, spesso ricevendo risposte vaghe ed inutili. Del resto si poteva capire quei poveracci: quale persona sana di mente avrebbe osato mettersi contro un uomo celebre per la sua fantomatica imbattibilità?

Forse soltanto qualcuno che non avesse nulla da perdere, qualcuno la cui sorte fosse indissolubilmente legata al percorrimento di una strada proibitiva ma senza alternative.

Qualcuno come Dimitri Bulinov.

Tra le urla estasiate del pubblico il dobermann numero undici stramazzò al suolo esanime, il sangue proveniente dall’orecchio mutilato e dalla gola aveva imbrattato la pista ed i canini del vincitore.

Il brusio risultante dalle imprecazioni per la propria sfortuna e dalle risate colme di autocompiacimento per la propria abilità nel giocare riempiva completamente l’arena, era quasi impossibile farsi sentire da un interlocutore vicino se non accostando la bocca all’orecchio dell’altro, ma presto tutto sarebbe finito.

Per quella sera i combattimenti erano terminati, la gente cominciava ad indossare gli scafandri e ad uscire, mentre i dipendenti minori dell’organizzazione smontavano il palcoscenico.

Dimitri si adeguò, tanto quella non era evidentemente l’occasione più propizia per strappare informazioni su dove si celasse il suo prossimo avversario, ma di certo non si sarebbe arreso così facilmente e avrebbe continuato a cercare con ostinazione di scoprire quanto gli serviva.

Raggiunse l’uscio facendosi largo tra la gente che si accalcava per andarsene o per riscuotere la vincita della scommessa.

Fuori dall’arena l’aria era umida, gravida dell’acqua sporca che non era riuscita a far precipitare il giorno prima, ma non pioveva e così sembrava dover essere almeno per un paio d’ore ancora.

Ciononostante muoversi per le strade senza lo scafandro sarebbe stato imprudente ed in effetti erano pochi i folli disposti ad accettare il rischio di ammalarsi di cancro per l’incapacità di sopportare l’ingombro ed il soffocamento dell’armatura.

Bastava dare un’occhiata fugace alle mura di uno dei ruderi della periferia di Sofia per formarsi un’idea credibile di come quella pioggia avrebbe potuto corrodere l’esistenza di un uomo non adeguatamente protetto.

Quelle abitazioni presentavano dei profondi solchi, macchie allungate di uno scuro innaturale, sembravano capaci di annientare l’anima di qualsiasi cosa attraversassero e forse era proprio così.

Ruscelli luridi scorrevano rapidi lungo le logore strade di tutto il cosiddetto “secondo mondo”, costituito dalle regioni molto meno ricche dell’Occidente industrializzato ma molto meno povere del Terzo Mondo, inglobando la totalità dell’Europa dell’Est e del Medio Oriente.

Altrove le cose erano diverse: nelle porzioni prospere del pianeta le piogge acide derivanti dall’inquinamento erano state sensibilmente ridimensionate grazie all’utilizzo di depuratori atmosferici, catalizzatori ecologici atti a isolare il vapor acqueo dagli altri elementi chimici; nelle zone della miseria, invece, il problema non si era mai posto, poiché erano da sempre assenti le ciminiere che ammalavano il cielo.

Alla luce dell’invivibilità di aree come la penisola balcanica e di una frazione considerevole dell’Asia si erano sviluppate negli anni delle correnti migratorie verso l’Africa settentrionale, i cui costi erano però spesso abbastanza esosi da far rassegnare la gente comune a morire nel loro luogo natale, udendo il tichettio della pioggia rifuggita sin dalla nascita.

I pedaggi pretesi dalla pirateria turca (marina o terrestre che fosse) per attraversare il passaggio obbligato dell’Anatolia erano infatti superiori ai risparmi di una vita della gran parte di chi voleva emigrare alla volta di ragioni più salubri, quei luoghi laddove solo sparuti disperati cercavano di arrivare clandestinamente eludendo la sorveglianza dei pirati, con la pressoché certezza di venir catturati e sgozzati come porci nel più crudele dei destini si potessero immaginare.

Ma per quanto pochi fossero quelli con il denaro o l’incoscienza necessari per andarsene di lì, l’esodo era palpabile come il pulviscolo tossico dell’aria bulgara: ovunque pullulavano abitazioni abbandonate, residui lasciati da persone andate in cerca di fortuna altrove portando con sé l’essenziale e lasciando il resto agli sciacalli.

L’Immortale era uno di questi, un volgare parassita degli appartamenti evacuati, ma non era uno dei tanti, anzi aveva acquisito una sorta di diritto di prelazione e gli altri sciacalli badavano bene a non pestargli i piedi.

Quell’uomo era protetto dalle stelle, meglio concedergli quanto chiedeva senza fare troppe storie se si voleva salvare la pelle.

Le origini del nome e dell’ascesa al livello di fuorilegge più temuto e rispettato dell’intera Bulgaria dell’Immortale risiedevano nelle tre (ma c’era chi diceva quattro e persino chi giurava di aver assistito ad una quinta) roulette russe che aveva vinto, trovandosi ogni volta vivo e vegeto a guardare con sollievo il cranio spappolato dell’avversario che aveva perso l’ultima fatale scommessa.

Le probabilità di riuscire nel suo folle azzardo erano state nettamente contro di lui, ma ora era chiaro a chiunque che ciò non contava nulla: le percentuali al governo del caso perdevano ogni significato davanti a chi si era accattivato la fortuna in modo così palese ed inequivocabile.

L’asfalto molle cedeva con deboli scricchiolii sotto i piedi di Dimitri; sopra l’orizzonte si condensava una coltre di fumo proveniente dall’industria siderurgica di Vladimir Maskin, una delle più affermate del Paese.

Quelle fabbriche che avevano dilaniato una fetta del mondo proseguivano ad esalare a pieno ritmo volumi incalcolabili di anidride solforosa, indifferenti alle migliaia di tumori provocati dalla loro esistenza.

Ma, benché si trattasse di un dramma comune ad una manciata di popoli, gli stabilimenti dei vari Vladimir Maskin del pianeta non erano al momento la maggior preoccupazione di Dimitri.

Che ne era stato di suo fratello?

Boris Bulinov era un uomo di quarantacinque anni, per quanto la folta barba che cominciava ad ingrigire ed il fisico corpulento lo facessero sembrare un po’ più vecchio.

Molti anni prima, quando esistevano ancora delle oasi coltivabili nelle campagne bulgare, era riuscito con molti sacrifici ad acquistare un fondo sul quale aveva dato vita ad una piccola impresa agricola per la quale lavorava anche Dimitri.

In seguito le piogge erano cambiate, non irroravano più i campi ma li avvelenavano e Boris sembrava costretto a lasciare la propria attività; l’uomo tuttavia non si arrese e si cimentò nelle coltivazioni controllate in serra, un tentativo estremo ma dal buon esito, a giudicare dall’ottimo fatturato dell’impresa.

Quanto al resto si poteva dire che Boris era un uomo burbero, forse persino scontroso, nonostante fosse dotato di un’indole fondamentalmente magnanima e generosa.

Trascorreva la quasi totalità delle sue giornate a lavorare, per poi concedersi un paio di ore di relax in qualche taverna dove beveva parecchio, trascurando così la moglie ed il figlio di dodici anni.

D’altro canto tutti si comportavano in questa maniera, chiudersi in qualche luogo a trangugiare alcool era un prezioso conforto per chi abitava in una terra in cui l’aria aperta rappresentava una minaccia mortale.

Al contrario della maggior parte degli altri, però, Boris non era un giocatore, molto difficilmente accompagnava la bottiglia con una partita a poker e l’abitudine ad astenersi dall’azzardo unita ai buoni profitti della sua attività gli avevano permesso di raccimolare un bel po’ di soldi.

Abbastanza da poter intravedere la possibilità di abbandonare in futuro Sofia per stabilirsi in un Paese del nord Africa assieme a tutta la famiglia, Dimitri compreso, realizzando così il sogno proibito di sempre.

Poi c’era stata la misteriosa scomparsa, da un giorno all’altro l’uomo si era volatilizzato inesplicabilmente, mandando di colpo in frantumi la serenità raggiunta con tanta fatica dai Bulinov.

Cosa poteva volere uno come l’Immortale da Boris?

Le loro vite erano diametralmente opposte, a Dimitri non era mai risultato che ci fosse un legame tra il suo fratello, integro e stachanovista, e lo sciacallo in perpetuo bilico tra onnipotenza e disgrazia.

La vicenda assumeva sempre più i connotati di un rompicapo, ma Dimitri aveva giurato a se stesso di sbrogliare la matassa e di ritrovare Boris a qualunque costo.

E proprio mentre si stava rinnovando quel giuramento si accorse che la strada cupa e dissestata, ottenebrata dagli inarrestabili sbuffi tossici provenienti dallo stabilimento siderurgico poco distante, non era più deserta: tre uomini, regolarmente rinchiusi nei loro scafandri, si stavano dirigendo verso di lui con un incedere lento ma costante.

Dimitri si chiese se fossero lì per un caso fortuito o se volessero qualcosa da lui, ma il dubbio si risolse quando furono abbastanza vicini ed uno di loro gli si rivolse.

-Salve, amico. Sei tu il tipo che va in giro a fare strane domande sull’Immortale?-

Dimitri si strinse nelle spalle. Sapeva di rischiare molto ficcandosi in circostanze del genere, ma d’altra parte non poteva permettersi di non tentare.

-Può darsi.- rispose dopo un istante -Perché? Ne sapete qualcosa?-

-Sappiamo che è meglio non dargli fastidi.- replicò l’altro, caustico -Chi gli mette i bastoni fra le ruote ci rimette la pelle.- inserì una mano in un invisibile pertugio della corazza con disinvoltura, in un gesto troppo trasparente per essere frainteso. -E tu non fai eccezione.-  aggiunse puntando la pistola verso Dimitri, i cui occhi si dilatarono come stessero per esplodere.

Istintivamente il bersaglio si gettò a terra, precedendo di un niente lo sparo e rotolò su se stesso per impedire al nemico di prendere la mira; una raffica di proiettili volò verso di lui, proiettili sparati da tutte e tre le armi con il compito di assassinarlo, sino a quando Dimitri scomparve dietro l’angolo di una piccola casa fatiscente.

-Figlio di puttana.- blaterò uno dei killer.

-Tranquillo.- sussurrò l’uomo accanto a lui -Sono sicuro di averlo colpito, non farà tanta strada.-

I tre camminarono nella direzione in cui era sparito Dimitri, a passo sostenuto ma con circospezione: se veramente era stato colpito doveva essere nei paraggi, forse sdraiato con la faccia in una pozzanghera a morire dissanguato e a rimpiangere di non esser morto sul colpo.

Poco male, adesso sarebbe stato accontentato e avrebbe cessato di soffrire.

Svoltarono l’angolo, ma al contrario di quanto si sarebbero aspettati la strada era desolata come se Dimitri fosse improvvisamente svanito nel nulla.

Per un attimo rimasero interdetti, poi uno di loro si accovacciò a terra: le gocce di sangue confuse nella poltiglia di catrame avrebbero rivelato il nascondiglio della preda.

Uno sparo proveniente dall’alto interruppe la ricerca del sicario, che cadde al suolo esanime.

Da una bassa finestra balzò Dimitri che piombò dietro uno dei due nemici rimasti, lo afferrò alla gola con l’incavo del gomito allo scopo di usarlo come scudo da opporre al terzo uomo, il quale però sparò senza indugi nel momento stesso in cui partì la pallottola dalla revolver di Bulinov.

La pistola scivolò dalla mano del killer, che si accasciò subito dopo con un gemito: era stato ferito nella zona della clavicola, una ferita sicuramente molto grave per quanto l’uomo fosse ancora vivo.

Lo scudo di Dimitri, invece, era servito al suo scopo: il proiettile gli era finito nello stomaco, letale.

Dimitri lo lasciò cadere con noncuranza e zoppicò verso il superstite, prono a terra e dal respiro affannoso.

Si chinò su di lui con fatica: le ferite fresche gli facevano un male infernale e aveva già perso più sangue di quanto ne avesse mai spanto in vita sua.

Lo girò, delicatamente per quanto potè, con il naso in su, e vide il buco sulla corazza da cui sgorgava copiosamente un fiume sanguigno, i cui affluenti solcavano lo scafandro nella sua interezza.

Il sicario diede un colpo di tosse e stralunò gli occhi, quasi nel tentativo di cercare qualcosa di lontano ed inarrivabile.

-Bravo.- disse con un filo di voce -Sei sopravvissuto all’imboscata di tre professionisti…- annaspò -Forse le tue stelle…-

-Puoi ancora salvarti.- sussurrò Dimitri. Anche a lui parlare costava uno sforzo immane -Dimmi dove si trova l’Immortale e ti porto da un medico.-

L’altro fece un sorriso fievole ma allo stesso tempo irrisorio. -Non c’è un “dove”- rispose -In questo momento potrebbe essere ovunque.-

Dimitri annuì: avrebbe dovuto immaginarlo. L’Immortale era riuscito ad assumere una parvenza di soprannaturalità persino con chi aveva rapporti diretti con lui, e ciò era favorito di certo dal suo continuo spostarsi in tutto il territorio bulgaro, dove s’era conquistato il potere d’insediarsi in qualsiasi casa abbandonata volesse temporaneamente abitare.

-Va bene.- convenne Dimitri. La debolezza cominciava a schiacciarlo e lui aveva quasi voglia di abbandonarvisi -Adesso cerco aiuto e quando ci rimetteremo in sesto tu mi darai una mano a trovare questo Immortale.-

Ma il killer non sentiva più, parlava lentamente in un delirio privo dei segni della follia, divagazioni tranquille e confuse prima dell’ultimo respiro.

-Forse solo tu puoi…- riuscì a bisbigliare in modo appena percettibile. Poi basta, smise di cercare disperatamente l’aria, reclinò il capo e spirò senza un rantolo.

Dimitri si alzò sorreggendosi al muro: ormai era inutile rimanere lì, quell’uomo aveva resistito solo qualche minuto in più degli altri due assassini e non avrebbe mai potuto dargli informazioni utili.

Guardando le pareti logore dell’abitazione, Dimitri pensò a quanto era stato fortunato. Quella casa abbandonata era stata la sua salvezza, se non avesse avuto la finestra scassinata da qualche rude sciacallo lui non avrebbe potuto nascondersi lì dentro e usare il davanzale come postazione di tiro.

E poi era un miracolo che fosse sopravvissuto a quella pioggia di pallottole sparate dai sicari, per quanto le sue condizioni non fossero delle migliori.

Sapeva di avere una pallottola incastrata in una spalla ed una in prossimità della tibia, mentre il fianco era stato colpito solamente di striscio.

Tuttavia non poteva permettersi di festeggiare la buona sorte, se non si muoveva di lì immediatamente sarebbe morto dissanguato e la lotta di poco prima sarebbe risultata perfettamente inutile.

Si avviò a passi lenti, pregando il buon Dio di farcela a raggiungere il vecchio dottor Lojkev la cui casa si trovava nelle vicinanze, sebbene in quel momento poche centinaia di metri apparissero a Dimitri una distanza siderale.

Era tardi e l’uomo se ne rammaricò, non tanto perché probabilmente avrebbe dovuto svegliare Lojkev (in fondo quella era un’emergenza e sarebbe stato un preciso dovere di medico aiutarlo anche se lui fosse stato uno sconosciuto) quanto perché a quell’ora non c’era lì in giro neanche un cane di mendicante che potesse aiutarlo in cambio della promessa di una lauta ricompensa.

Muoversi costava a Dimitri dei dolori lancinanti, avrebbe desiderato fermarsi un po’, sedersi per qualche minuto sul gradino sfaldato all’ingresso di una casa e sdraiare la gamba che non gli dava pace, ma se avesse ceduto alla tentazione si sarebbe fatto avviluppare dal silenzio tentacolare della morte.

Continuò a barcollare verso la destinazione, sofferente, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue.

 

            Appena il dottor Oleg Lojkev aprì la porta Dimitri gli cadde tra le braccia, esausto.

Prima di perdere i sensi Bulinov percepì l’altro borbottare qualcosa di incomprensibile, ma il tono della voce bastava a rivelare tutta la preoccupazione del medico.

In effetti quel ragazzo era davvero malconcio, doveva aver perso un sacco di sangue e bisognava agire subito prima che fosse troppo tardi.

Lojkev spogliò il ferito e lo sdraiò su un letto. La sonnolenza provata dopo esser stato svegliato bruscamente era svanita all’istante quando aveva visto Dimitri, barcollante e semi-incosciente completamente sporco di sangue fluente, non coagulato.

Le ferite, mostrò il corpo denudato del giovane, non interessavano punti vitali, ma ciò non serviva a farlo considerare fuori pericolo, alla luce dell’emorralgia iniziata chissà quanto tempo prima.

Il medico cominciò ad operare Dimitri: non c’era tempo per arrivare ad un ospedale e del resto Lojkev disponeva nella sua abitazione di un laboratorio sufficientemente attrezzato per affrontare situazioni del genere.

Oltretutto quelle erano ferite da arma da fuoco e portare Dimitri in un luogo pubblico poteva voler dire condannarlo a morte. In fin dei conti Lojkev non poteva sapere chi era il nemico del suo paziente.

Il dottore spese quasi tutta la nottata con il bisturi in mano, senza poter contare sul supporto di altri medici ed infermieri.

L’intervento non ammetteva imperfezioni, bisognava estrarre le due pallottole con un’attenzione assoluta per evitare di lacerare i tessuti.

Uno sforzo notevole per un medico di età pensionabile.

Quando ebbe finito l’uomo si sedette su una sedia, stanco ma soddisfatto del proprio lavoro, nell’attesa che Dimitri si svegliasse.

Fu un sollievo vederlo aprire gli occhi, alle prime luci dell’alba.

Dimitri era stordito dall’operazione: non capiva dove fosse né come fosse arrivato sino a lì, poi i suoi occhi incontrarono quelli sfiniti ed infossati del dottor Lojkev ed iniziò a ricordare.

-Oleg.- bisbigliò.

L’altro sorrise amichevolmente. -Buongiorno.- disse -Spero che la prossima volta che deciderai di venire a trovarmi mi porterai una scatola di sigari invece di due proiettili.-

Dimitri rispose al sorriso. Per quanto i suoi sensi fossero ottusi dall’anestesia, avvertì un lieve crepitio proveniente da fuori: aveva ricominciato a piovigginare.

-Devo andarmene da qui.- asserì lui con un filo di voce.

-Non ora.- rispose il dottor Lojkev -Hai appena subito un intervento chirurgico e fino a poche ore fa rischiavi di morire dissanguato. Sarei un imbecille a permetterti di uscire in queste condizioni.-

Il paziente sospirò: Lojkev aveva ragione, fare qualsiasi cosa diversa dal riposare in quello stato poteva solamente nuocergli.

Peccato però che il vecchio non conoscesse tutta la verità e che anzi ignorasse il fatto più importante.

-Se restassi quelli che mi cercano mi troverebbero presto.- osservò Dimitri -Ed in tal caso passeresti un sacco di guai anche tu.-

Il dottor Lojkev si avvicinò guardandolo con uno sguardo severo, simile a quello di un padre non disposto a fare concessioni al figlio capriccioso. -Correrò il rischio.- replicò, risoluto -Non ti troveranno se resti qui un paio di giorni, non possono setacciare tutta Sofia. In fin dei conti non sei mica braccato dall’esercito.-

-No, dall’Immortale.- rispose Dimitri, laconico.

Lojkev sussultò e assunse l’espressione di chi aveva appena assistito ad una catastrofe di fronte alla quale si poteva soltanto rimanere inermi e sconvolti.

-Che cazzo hai fatto per inimicarti l’Immortale?- domandò il medico quando fu in grado di articolare di nuovo una frase di senso compiuto.

-La domanda giusta è cos’abbia fatto l’Immortale per inimicarsi me.- lo corresse Dimitri dopo un istante: gli era dura parlare e si rese ancor più conto di quanto sarebbe stato proibitivo proseguire la sua caccia -Mio fratello è sparito e l’Immortale è la causa di ciò. Forse l’ha ucciso, ma se Boris è ancora vivo lo ritroverò, dovessi passare sul cadavere dell’Immortale.-

La spiegazione di Dimitri servì solamente ad aumentare lo stupore di Lojkev. -Ho capito.- concluse questi dopo un po’ -Sei stanco di vivere.-

-Ora sai perché devo andarmene immediatamente.-

-Già.- annuì il medico -Per andare alla ricerca di Boris, che magari a quest’ora si starà godendo il sole di Tunisi dopo aver patteggiato con quel criminale e avervi lasciati tutti nella merda.-

Dimitri rimase allibito da quelle parole: tra Lojkev e Boris c’erano stati degli screzi ultimamente, erano volate parole grosse e nessuno dei due si era mai liberato dalla rabbia verso l’altro, dovuta agli eccessi alcolici di Boris che il dottore criticava senza lesinare asprezza e mancanza di tatto, ma il vecchio non poteva pensare l’altro capace di tanto.

In fin dei conti Lojkev conosceva i fratelli Bulinov da quando erano nati.

-Lo sai che non è così.- fece Dimitri, contrariato.

-Sì, lo so, ma non m’importa. È meglio che tu pensi che tuo fratello ti abbia fregato piuttosto di combattere uno come l’Immortale.-

-Mio Dio!- proruppe il giovane -Sei un uomo di scienza. Non dirmi che ritieni l’Immortale invincibile!-

Lojkev scosse vigorosamente il capo. -Non alludevo al gioco d’azzardo.- rispose -Prima di arrivare a lui sarai già stato fatto a pezzi e servito in bocconcini ai cani da combattimento. Una volta l’hai passata liscia, ma dubito verrai ancora a buttarmi giù dal letto nel cuore della notte.-

Era vero, a Dimitri era andata sin troppo bene nell’occasione dell’agguato, ma la partita non era ancora finita.

Quella sfida non ammetteva pareggi, sicuramente l’Immortale aveva sguinzagliato i suoi scagnozzi e Dimitri aveva le ore contate.

Egli tacque, sentendosi impotente come non gli era mai parso di essere.

-Non andare in cerca di rogne, ragazzo.- disse Lojkev interrompendo i pensieri dell’altro -Vattene da Sofia e resta nascosto per un po’. Tra qualche tempo potrai persino tornare, tanto sei un pesce piccolo e l’Immortale si sarà dimenticato di te e del tuo affronto, ma non buttare via la tua vita così scioccamente.-

Nel viso del medico Dimitri scorse la pietà per un condannato a morte, quel tipo di commiserazione la cui sollecitazione avrebbe fatto fare di tutto ad un uomo pur di salvare l’altro dalla forca.

-Non posso.- rifiutò lui con un leggero cenno di diniego -Trovare Boris è troppo importante per me.-

Lojkev annuì. -Lo immagino.- disse -È l’affetto fraterno che ti spinge a suicidarti inutilmente, vero?- gli fiorì un sorriso sarcastico -No, sappiamo entrambi che non è così. Boris è un ubriacone ed un idiota, non ci sarebbe una ragione al mondo per desiderarlo vivo se non fosse anche un eccellente imprenditore. Senza di lui la vostra attività andrebbe a puttane e tu non potresti emigrare. Ho ragione?-

Dimitri non mutò espressione: quelle parole non lo avevano stupito e tantomeno offeso. -È umano.- ammise, placido -Chi vorrebbe rimanere qui anche solo un minuto di più?-

L’altro si strinse nelle spalle: in effetti era vero, non si poteva amare quell’inferno, lì la vita era una pena troppo pesante da sopportare per chiunque.

Nessuno avrebbe biasimato Bulinov per le sue motivazioni. Il più onesto degli uomini non avrebbe esitato ad ammazzare la propria madre per venderne gli organi sul mercato nero pur di lasciare quel luogo, pur di non vivere più con la paura di scoprirsi un giorno affetto da un male incurabile.

-Ma non fraintendermi.- proseguì Dimitri -Io sono legato a mio fratello, sarei contento di saperlo vivo anche se non potessimo emigrare.-

“Ma in tal caso non ti daresti tutto questo daffare. pensò il medico, il quale però preferì non dire nulla: in fondo era stato sin troppo duro con un povero malato.

Si ammorbidì e propose, più indulgente: -Facciamo così: rimani a riposarti finché non riesci a muoverti un po’ meglio, tanto in questo momento verresti sopraffatto da un cucciolo di chihuahua. E poi nessuno potrebbe scovarti in uno o due giorni, nemmeno l’Immortale.-

Già, riprendere l’inseguimento adesso avrebbe significato prenotare la bara da occupare a breve, ma il giovane non poté fare a meno di rimanere interdetto dalle parole di Lojkev: quell’uomo per aiutarlo si era appena infilato il cappio al collo.

Una prova d’amicizia dinanzi la quale non seppe far meglio di dire a bassa voce: -Grazie.-

L’altro fece un gesto d’assenso e si allontanò. -Adesso cerca di riposarti.- suggerì -Ne hai bisogno. Vado a fare una dormita anch’io, ma se ti serve qualcosa chiamami.-

I due si salutarono ed il medico lasciò la stanza.

Dagli intercapedini delle persiane filtrava una luce fioca, quasi fuori dalla finestra ci fossero state un paio di lunghe lampade verticali al neon. Era il grigiore del mattino, ben diverso dal colore plumbeo della gran parte dei pomeriggi o di quello antracite delle nottate.

Anche la pioggia era mutevole: talora scendeva in tichettii, altre volte in scrosci violenti, oppure (al contrario) era assente ma incombeva come un predatore infallibile celato tra gli arbusti di una foresta rigogliosa.

Qualunque fosse la sua veemenza, comunque, la pioggia conservava il suo messaggio di morte, quella minaccia spaventosa con cui la gente aveva imparato a convivere.

Ci si abitua anche ad avere paura, con il tempo.

Ben presto, con naturalezza, Dimitri si addormentò.

 

            Non c’era un luogo tra i confini della Bulgaria in cui Dimitri potesse sentirsi al sicuro, ma di certo ovunque sarebbe stato meno pericoloso per lui della propria casa.

Se l’Immortale era al corrente dell’identità dell’uomo che si era messo sulle sue tracce, infatti, avrebbe senza dubbio cercato di stanarlo nella sua tana.

Eppure Dimitri non aveva potuto esimersi dal fare una visita fugace alla sua abitazione, per recuperare alcuni effetti personali e per informare la cognata di quanto aveva saputo negli ultimi giorni.

In realtà aveva preferito non scendere nei dettagli: quella donna era già terrorizzata per la scomparsa del marito e per il modo in cui era rientrato Dimitri (claudicante e sofferente), gli era sembrato decisamente inopportuno allarmarla ulteriormente dicendole chi era il nemico della loro famiglia.

Dimitri si era limitato a dire che dire che qualcuno di molto potente voleva la sua testa, quel qualcuno coinvolto nella sparizione di Boris.

-Va’ con tuo figlio lontano da qui. Ecco, va’ da tua cugina e restaci fino a quando non risolvo questa situazione.- le aveva consigliato, ma il tono della voce faceva pensare ad un ordine anziché ad una proposta.

-E tu?-

-Me la caverò. E se Boris è ancora vivo te lo riporterò, promesso.-

La donna era scoppiata in un pianto nevrotico per calmarsi solo dopo un paio di minuti, durante i quali Dimitri le aveva chiesto di farsi coraggio con la maggior delicatezza di cui egli fosse disposto.

In seguito lei aveva preparato frettolosamente la propria valigia e quella del figlio e aveva abbracciato il cognato lievemente, prestando attenzione a non fargli male.

-Abbi cura di te.- era stata la sua raccomandazione.

C’erano stati i saluti tra Dimitri e gli altri due che poi se ne erano andati, lasciando l’uomo da solo nella casa.

Ora era lì, a raccogliere lo stretto necessario per stare fuori da casa per un tempo indeterminato: uno scafandro nuovo in sostituzione a quello crivellato dai colpi dei sicari, abiti, proiettili, denaro, un mazzo di carte e poco altro. Il resto avrebbe potuto acquistarlo successivamente.

Cacciò quanto gli serviva in uno zaino avvertendo contemporaneamente il riacutizzarsi del dolore ai punti operati e una voglia irrefrenabile di dileguarsi immediatamente.

Una voglia forse superiore alla soglia dello scrupolo indispensabile, in quanto presumibilmente se l’Immortale avesse individuato in Dimitri una fonte dei suoi attuali fastidi sarebbe andato a cercarlo subito lì, mettendo a soqquadro la casa e spaventando la moglie di Boris ben prima del rientro dello stesso Dimitri.

Tuttavia il più giovane dei fratelli Bulinov non poteva permettersi di lasciare nulla al caso, partiva già in svantaggio per diversi motivi (come la debolezza correlata all’operazione e il non poter contare su qualche guardaspalle simile a quelli che erano andati vicini a fargli la pelle) e fare all’Immortale il favore di rimanere sedentario sarebbe stata un’ingenuità davvero eccessiva.

Se tutto faceva pensare che lui avrebbe avuto la peggio, perlomeno Dimitri voleva giocare tutte le sue carte.

Gli tornarono alla mente le parole del dottor Lojkev mentre i due si stavano accomiatando.

-Cerca di evitare movimenti troppo bruschi, se puoi.- lo aveva avvertito Lojkev, la cui aria seria faceva capire bene quale fosse l’apprensione del medico -Non so come ti passi per la testa l’idea di correre dietro all’Immortale così conciato.-

Dimitri aveva appoggiato una mano alla maniglia. -Tranquillo.- aveva risposto, ostentando una sicurezza ben maggiore di quella reale -Non ho intenzione di morire.-

Lojkev aveva ricambiato quelle parole con un’affettuosa pacca sulla spalla sana. -Sii prudente.- aveva detto -Lotta soprattutto per non farti ammazzare: da morto non puoi riportare a casa Boris.-

Lottare per la sopravvivenza! Per un bulgaro si trattava di routine, anche se non sempre ci si ritrovava con così poche speranze.

E poi di solito si poteva contare su degli alleati impareggiabili come il whisky e le carte grazie a cui ci si dimenticava di star correndo su un ponte dalle travi sconnesse, mentre Dimitri doveva assolutamente rimanere lucido, con la guardia alzata, attimo per attimo.

E proprio il suo perenne stato d’allerta gli fece dissolvere questi pensieri in un baleno, quando udì un rumore proveniente da fuori. Una sorta di schiocco, ma meno repentino e appariscente: un suono sospetto.

Dimitri agguantò la revolver e andò con cautela verso la porta. Se si trattava di un agguato avrebbe venduto cara la pelle.

Si nascose al lato della porta, schiacciandosi con le spalle al muro e pronto a balzare fuori con la pistola spianata.

Sentì un paio di passi, poi ogni rumore smise d’essere: qualcuno era fermo, appena oltre quella porta.

Dimitri la spalancò d’improvviso e si ritrovò davanti una persona che al contrario di lui non impugnava nessuna arma.

Si trattava di una figura ben più bassa di lui, i cui occhi dalle ciglia di lunghezza e nero artificiali facevano trapelare una paura che un killer non avrebbe avuto.

Lo scafandro era di un rosa dall’eccezionale pallore, simile a quello delle albe malate sul Danubio al di là del quale cominciava la Romania, ed era abbastanza largo da ospitare ogni tranello.

-Chi sei?- domandò brusco Dimitri mantenendo la revolver puntata contro l’inatteso visitatore.

-Ti prego, non sparare!- strillò una voce femminile -Non voglio farti del male.-

Dimitri la squadrò ancora un secondo e lei gli parve del tutto innocua: volle crederle.

-Non mi hai ancora risposto.- disse abbassando l’arma -Chi sei?-

La donna si tranquillizzò un pochino. -Mi chiamo Jelena.- rispose. Le sue parole erano ancora scosse da un tremolio molto evidente. -Vengo per conto dell’Immortale.-

Il senso di angoscia tipico del topo in trappola che probabilmente avrebbe dovuto provare Dimitri fu soppiantato da un sorriso sardonico.

-Apprezzo la tua onestà.- asserì l’uomo -Pensavo l’Immortale mi mandasse un paio di energumeni dal grilletto facile piuttosto di una ragazza in visita di cortesia.-

Stette a fissarla, continuando a stringere la pistola come volesse sincerarsi di poterla utilizzare in qualsiasi momento.

Lei reggeva lo sguardo straordinariamente bene per essere una che poco prima aveva visto quella pistola dalla posizione più scomoda possibile.

-Non hai nulla da temere. Ho solo bisogno di parlarti.- assicurò.

-E adesso cosa dovrei fare?- chiese Dimitri senza smettere il suo sarcasmo -Offrirti un caffè?-

-Magari.- replicò Jelena con un’inedita disinvoltura, facendo un passo in avanti. D’un tratto aveva acquisito una fiducia inizialmente impensabile -Posso entrare?-

Bulinov allargò le braccia, sorpreso dalla faccia tosta di quella donna. D’altra parte non credeva che lei nascondesse nello scafandro un chilo di tritolo collegato ad un timer impostato ad un minuto da quel momento, valeva la pena sentire cos’avesse da dirgli.

Entrarono, ma Dimitri non si sognò neppure di mettere via la revolver.

-Posso mettermi comoda?- domandò Jelena.

-Fa’ pure.- assentì lui senza fare il minimo sforzo per risultare cortese -Ma niente scherzi.-

-Ti ho già detto che sono venuta solo per parlare.- ribatté la donna, per niente irritata.

Si tolse il pesante involucro, dal quale uscì un corpo meravigliosamente sinuoso, le cui forme delicate e allo stesso tempo scultoree erano evidenziate da un abito succinto alquanto accattivante.

Jelena aveva una capigliatura mora ed ondulata, una pelle bronzea e degli occhi allungati la cui femminilità era accentuata dal trucco.

Una ragazza molto più bella di quanto avrebbe immaginato Dimitri.

Questi però cercò di archiviare tali considerazioni e l’ammaliamento: non era paranoico sospettare che l’Immortale contasse di usare proprio il fascino della ragazza per togliersi il sassolino nella scarpa rappresentato da Dimitri.

In fondo quell’uomo aveva dimostrato di esser disposto a non andare troppo per il sottile pur di ottenere i suoi scopi, ed i resti dei tre tizi assoldati per assassinare Bulinov erano una prova eloquente di ciò.

Dopo aver appeso lo scafandro Jelena si sedette su una sedia davanti a Dimitri che fece altrettanto.

-Ti ascolto.- la esortò lui, imponendosi la diffidenza.

Stava maneggiando la pistola, forse per ricordare all’interlocutrice i loro ruoli, secondo i quali lei era una subordinata del suo nemico e di conseguenza una sua probabile nemica.

-L’Immortale vuole vederti e mi ha chiesto di portarti da lui.- annunciò la donna, schietta.

-Ne sono onorato.- replicò Dimitri, ma non c’era traccia di soddisfazione nel suo atteggiamento -E cosa vuole da me?-

-Chiarire la vostra situazione.- rispose la donna -Sarebbe utile per entrembi.-

-L’ultima volta che ha voluto chiarire la situazione ha mandato a ricevermi tre individui senza alcuna voglia di ascoltare la mia opinione.- osservò Dimitri, tagliente.

Lei apparve d’improvviso imbarazzata. -Mi spiace.- disse. Pareva sincera -Anche l’Immortale è dispiaciuto e vorrebbe mettere una pietra sopra a quell’increscioso incidente.-

-Increscioso incidente.- le fece eco l’altro, sprezzante -Complimenti per la fantasia, ma non facciamola troppo lunga.  Ieri quell’uomo mi voleva morto mentre oggi ti spedisce qui a porgermi le sue scuse: per quale motivo sono entrato nelle sue grazie da un giorno all’altro?-

Jelena annuì, paziente. Dopotutto le perplessità di Bulinov erano legittime. -Perché l’hai spuntata all’agguato.- spiegò -L’Immortale ha una sorta di ossessione per il destino. Se tu sei sopravvissuto all’aggressione significa che non è ancora arrivata la tua ora e bisogna rispettare tale realtà. Questa almeno è la sua opinione, per quanto assurda possa essere.-

Un’opinione da fanatico, a quanto poteva giudicare Bulinov su due piedi. Un concetto talmente intangibile in osservanza del quale era stato compiuto un cambiamento di rotta troppo radicale per rendere l’idea definibile altrimenti.

-Ciò significa che se mi rifiutassi di vederlo lui non se la prenderebbe molto, immagino.- la provocò.

-Non esagerare.- ribatté lei, accigliata -Ovviamente non ti darebbe la possibilità di dargli altri fastidi e questa volta non te la caveresti a buon mercato.-

-Ma almeno avrei un po’ di tempo per ingegnarmi su come causargli qualche prurito in più. Sempre meglio di cadere nella trappola di mia spontanea volontà.-

Jelena fece una smorfia di dissenso. Per essere un sempliciotto quel tizio era più testardo del previsto.

-Se non vieni con me prima o poi l’Immortale ti troverebbe, lo sai bene, mentre se decidi di incontrarlo vi potreste accordare in modo più pacifico.-

La forte probabilità di soccombere nell’immediato opposta all’assoluta certezza di soccombere qualche giorno dopo: la questione era stata posta in termini piuttosto cavillosi.

Dimitri dovette riconoscere intimamente all’Immortale di aver scelto un messaggero dalle spiccate abilità diplomatiche e non solo la bella bambolina che lui aveva creduto di avere di fronte pochi minuti prima.

-E poi pensi veramente che l’Immortale abbia bisogno di portarti da qualche parte per liberarsi di te?- proseguì lei -Ormai sa chi sei e ha altri amici come quelli che hai fatto fuori, invece tu sei solo, inesperto ed in cattiva forma. Se avesse voluto a quest’ora saresti già morto.-

Il ragionamento non faceva una grinza. Malgrado fosse avvilente, Dimitri non aveva nulla da perdere e a ben pensarci anche le risorse a cui addurre erano risibili.

La fortuna gli aveva permesso di sentire la confessione di Itzkel senza dover sparare un colpo e di sopravvivere all’assalto di tre sicari, ma in compenso aveva scelto l’Immortale come suo rivale.

Per non parlare del suo modesto valore di segugio: non era un investigatore, né un killer od un cacciatore di taglie, bensì solo un semplice bracciante capitato in un intrigo più grande di lui.

Tutto, insomma, giocava a suo sfavore e storcere il naso di fronte ad una proposta di pace (che fosse sincera o meno) era un lusso eccessivo per le sue possibilità.

-Mi hai convinto.- sentenziò Dimitri, alzandosi in piedi di scatto -Portami dall’Immortale e finiamola con questa storia una volta per tutte.-

Fece per andarsene ma Jelena, ancora seduta, gli afferrò il polso. -Non ancora.- gli disse.

Dimitri lanciò un’occhiata torva alla sua ospite. Se lei s’illudeva di persuaderlo a lasciare la pistola a casa, l’uomo avrebbe mortificato ben volentieri il suo ottimismo.

Certamente l’arma non sarebbe bastata a salvarlo nel caso l’Immortale avesse escogitato un capzioso trabocchetto, ma gli infondeva sicurezza e lui non intendeva privarsene. Non sarebbe stato assassinato senza che lui cercasse di difendersi, questo era sicuro.

-Cosa c’è?- domandò Dimitri, glaciale.

-L’Immortale mi ha chiesto di darti da parte sua una cosa in segno di amicizia e per scusarsi per l’irruenza dell’altro giorno.-

“Amicizia” e “irruenza” erano due termini platealmente impropri per descrivere la realtà, ma erano perfetti nel contesto di una contrattazione come quella.

Bulinov sorvolò e chiese: -Di cosa si tratta?-

Jelena portò una mano dietro la schiena e si slacciò la maglietta, poi se la sfilò scoprendo i seni con un gesto volutamente sensuale. Si alzò in piedi, portò le mani al collo dell’altro e lo baciò con una dolcezza sorprendente per essere studiata e slegata da qualunque tipo di sentimento.

Evidentemente aveva esperienza in questo tipo di faccende e ciò dimostrava ancora una volta quant’era enorme il potere dell’Immortale, che si poteva permettere di comprare i servizi di una prostituta così bella e sufficientemente intelligente per ricoprire il delicato ruolo di intermediario.

Dimitri si scansò. -Non posso.- dichiarò, laconico -Ho ancora le cicatrici fresche.-

Jelena sorrise, audace: -Qualcosa si può fare lo stesso.-

Sbottonò adagio la camicia dell’uomo, sul cui petto fece scorrere le mani morbide e calde evitando di sfiorare le bende. I suoi occhi tornarono sulla pistola.

-Mettila via.- mormorò senza nessuna traccia di nervosismo o di paura nel volto.

Dimitri la guardò di nuovo, come volesse prendersi ancora un secondo per studiarne le intenzioni, poi spostò lo sguardo sulla revolver. A fatica decise che ora non ne aveva bisogno, ragionevolmente poteva dare per scontato di non correre alcun pericolo immediato, così la posò con cura.

Jelena riprese a baciarlo con più passionalità di prima, quasi l’allontanamento dell’arma avesse tolto ogni freno inibitore.

Lentamente Dimitri abbandonò tutta la sua reticenza e smise d’indugiare nell’accogliere l’inaspettato omaggio del suo aguzzino.

 

            Un soprannome come “Immortale” faceva immaginare che a portarlo fosse un gigante muscoloso dagli occhi penetranti e dalle movenze fiere, invece l’uomo lì vicino raggiungeva a stento il metro e settanta, era tarchiato e apparentemente un po’ goffo. Indossava un paio d’occhiali di metallo leggerissimo ed uno sgualcito giubbotto in pelle marrone.

Ad osservarlo c’erano due energumeni dai volti talmente impassibili da sembrare scolpiti nella pietra, ma l’uomo non pareva badare più di tanto a loro e sniffava con aria sorniona una dose di cocaina.

Con la coda dell’occhio vide un uomo ed una donna davanti a sé, appena giunti nel luogo dell’appuntamento (un salone diroccato e maledettamente umido. Forse prima dell’evacuazione era stato una taverna od una cantina di vini), ma non attirarono molto la sua curiosità ed egli preferì tornare a concentrarsi sulla droga. Erano rimasti dei granelli nel piattino e lui li inspirò con una flemma da far sembrare quel gesto un rito sacro. Guardò ancora i due nuovi arrivati, poi per un istante il suo sguardo si posò esclusivamente sull’uomo.

-È lui?- domandò l’Immortale con scarso interesse.

Jelena annuì. -Sì.- rispose.

-Bene.- fece l’Immortale lievemente compiaciuto. Si avvicinò a Dimitri con un sorriso funesto. -Ti è piaciuto il mio regalo?-

Dimitri indicò con la mano Jelena. -Ti riferisci a lei o ai tre tirapiedi che volevano uccidermi?-

Lo sciacallo non diede peso alla profonda avversione del suo interlocutore e replicò, con tono scanzonato: -A lei, naturalmente. Scopa che è una meraviglia, vero?- accarezzò il collo di Jelena, poi scese piano fino a toccarle il seno -È una questione di talento. E a proposito di talento, si può sapere come hai fatto a non farti ammazzare da quei ragazzi?-

A Bulinov non piaceva affatto il modo confidenziale con cui l’Immortale aveva impostato la conversazione: loro due non erano amici e forse dopo la scomparsa di Boris non c’era abbastanza spazio per entrambi nel mondo. Per la verità non gli piaceva nulla di quel farabutto, e ancor meno gli piaceva dove si trovava, una sorta di enorme quartier generale puzzolente e pieno di crepe sulle pareti e sulle colonne di cemento.

-Il talento non c’entra nulla.- si decise a rispondere comunque -Ho solo avuto fortuna, tutto qui.-

L’Immortale lo squadrò ed indietreggiò di un passo, visibilmente contrariato. -Fortuna.- ribatté asciutto -La gente ne parla come se si trattasse di un ubriaco barcollante un po’ a destra e un po’ a sinistra. A conferma di come non capisca niente di niente. Qualsiasi cosa nella natura segue un ordine ben definito ed ignorare questo fatto ovvio significa essere veramente dei polli. Chi pensa alla fortuna come ad un’entità incontrollabile è come pensasse che ogni tanto può piovere dalla terra verso il cielo invece del contrario, oppure che qualche volta la vodka può raggelare il sangue invece di riscaldarlo. Assurdo!-

Si fermò per prendersi il tempo di lasciarsi alle spalle l’irritazione a cui era stato indotto dal discorso, poi riprese, più sereno: -Il risultato del ragionamento idiota di quel branco di idioti è sotto gli occhi di tutti, basta guardarsi attorno. In ogni angolo di Sofia puoi trovare un mendicante, qualche volta perfino senza scafandro, che si è rovinato al poker convinto di possedere i favori di un’alleata chiamata fortuna. Senza dimenticare tutti i delinquenti costretti ad una vita di espedienti dopo essersi fatti ammalare dal gioco e mettere alle corde dagli usurai. Qui si muore di fame anche per un preconcetto vecchio e sbagliato, ma sembrerebbe non fregargliene niente a nessuno.-

Fece una nuova pausa, forse per vedere la reazione di Dimitri alle sue parole, ma il giovane non sembrava né turbato né incuriosito. Era perplesso, piuttosto, non aveva la minima idea di dove l’Immortale intendesse andare a parare e dopotutto era giunto sino a quell’antro squallido per capire che fine avesse fatto Boris, non per sentire le farneticazioni di un drogato.

Tuttavia, dovette riconoscere, ascoltare le opinioni a proposito del fato di un pluri-vincitore di roulette russe era quantomeno interessante.

-In mezzo a milioni di pezzenti disperati chi sa gestire la fortuna è un re.- asserì l’Immortale. Si era allargato in un sorriso malizioso, quasi di sfida. -Guarda qui, io ho tutto. Posso andare dove voglio, ho più case sparse in tutta la Bulgaria di quante puttane mille volte meno care di Jelena potrai sbatterti per il resto della tua vita, posso farmi arrivare tra le mani abbastanza coca da farla straripare da quest’edificio, sono protetto da qualche decina di uomini capaci di colpire una bottiglia di whisky a cento passi di distanza da bendati. E tutto ciò solo perché ho saputo governare la sorte con un po’ di oculatezza.-

Dimitri fece una smorfia di disappunto. -Partecipando a tornei di roulette russe.- constatò.

-Non esageriamo. Alla gente piace distorcere le informazioni per renderle più interessanti. Non che ciò non mi abbia fatto comodo, naturalmente. Non mi è difficile immaginare che ci sia qualcuno in giro secondo cui avrei scommesso un sacco di soldi sul lancio di una moneta regolare puntando sul risultato cento volte consecutive testa e sarei persino tornato a casa vincitore. Stronzate. La fortuna è come un conto in banca: puoi essere in credito od in debito, ma alla fine il conto si pareggia, con o senza la nostra approvazione. Facciamo un prelievo quando ci affidiamo alla sorte ed il prestito ci viene concesso; facciamo un versamento quando otteniamo le cose impegnative faticando, senza ricorrere ad aiuti esterni. L’importante è sapere lo stato in cui ci troviamo.-

-E tu, sei in debito od in credito con la fortuna?- chiese Dimitri.

L’Immortale esibì un sorriso divertito: -È un po’ come chiedere all’avversario quali carte ha in mano: solo uno scemo te lo direbbe. In compenso puoi tirare ad indovinare, la probabilità di aver ragione è del cinquanta percento.-

Anche Dimitri fece un sorriso, ma il suo era del tutto privo di allegria. -Sprecando così una piccola parte del mio credito in un indovinello inutile, giusto? Non ci casco.-

L’ilarità dello sciacallo non si smorzò per nulla, anzi sembrò venir alimentata da quella risposta. -Bravo. Mi piace come ragioni, sei entrato nella mentalità giusta.-

-Del resto ricorrere alla fortuna per risolvere il dubbio è come uccidere una mosca a cannonate. La tua ricchezza, le tue vittorie al gioco (se non sono frutto dell’immaginazione di qualcuno) e l’idea di chiamarmi qui per trattare sono tre indizi sufficienti a farmi credere che sei in debito.-

L’Immortale si strinse nelle spalle. -Può darsi.- disse, sicuro di sé -E può darsi di no. Ti lascerò il tuo dubbio o la tua convinzione, tanto non influenza il mio stato. Oltretutto non credo che tu mi abbia cercato tanto per sbirciare nelle mie tasche. Ho dozzine di cacciatori di taglie alle calcagna, il prezzo della mia testa basterebbe a pagare il debito pubblico della Bulgaria, credo, ma nessuno finora si era scoperto quanto te.-

-Forse perché io non sono un cacciatore di taglie. Me la cavo meglio ad arare i campi piuttosto di andare in giro a fare la pelle a degli sconosciuti.-

Il fuorilegge mostrò di nuovo il suo sorriso mellifluo. -Un contadino sopravvissuto a tre assassini professionisti.- notò, sagace -Spero ti renderai conto cosa significhi questo: hai fatto un mutuo con la fortuna che finirai di pagare solo quando sarai un vecchio smemorato ed incontinente. E cosa può volere un contadino da me?-

-La verità.- replicò Dimitri ignorando il sarcasmo dell’altro -Mio fratello è sparito da una settimana e tu ne sai qualcosa, ne sono certo. Voglio sapere tutto: se è vivo, dove si trova e cosa diavolo c’entri tu con lui.-

-Non ho la minima idea di chi sia tuo fratello. Conosco tanta gente e non posso ricordare le facce di tutti.-

-Allora provo a rinfrescarti la memoria. Si chiama Boris Bulinov, è un uomo di quarantacinque anni robusto e con la barba un po’ brizzolata. Non ho più notizie di lui da giovedì scorso.-

All’Immortale sfuggì una risatina divertita. -Ah, sì, ora ricordo.- esclamò -In effetti a pensarci gli assomigli persino un po’, essere burberi dev’essere una caratteristica della vostra famiglia. Anche se tuo fratello rimane insuperabile: avrebbe venduto l’anima al diavolo per poter bere una birra in più seduto da solo come un cane ad un tavolo, per quanto ho potuto vedere quel giorno.-

A Dimitri non andava di ascoltare commenti frivoli su Boris, quella era una questione seria, non un pettegolezzo su cui costruire una serie di pagliacciate.

-Dimmi la verità.- ribadì, calmo.

Sul volto dell’Immortale il divertimento si dissolse. Gli occhi dell’uomo percorsero da capo a piedi la figura di quel giovane incosciente: sarebbe bastato un cenno della mano per farlo abbattere da uno dei due imperturbabili mastini da guardia lì dietro, eppure Dimitri usava con disinvoltura l’imperativo.

-Te la dirò.- assentì, riluttante -Ad una condizione: poco fa hai parlato giustamente di trattativa e allora se vuoi sapere qualcosa e vivere ancora qualche anno dovrai accettare un compromesso.-

Dimitri si era trasformato da bracciante della proprietà di famiglia ad operaio di una rudimentale serra e da quando era scomparso Boris non aveva esitato a minacciare, uccidere e a diventare un bersaglio mobile per gli scagnozzi dell’Immortale.

I compromessi non lo spaventavano. -Sentiamo.-

-Non dovrai mai più pronunciare il mio nome. Tu non sei mai stato qui, né ti è mai capitato d’incontrarmi. Se qualcuno ti chiedesse come si sono concluse le tue ricerche risponderai di esserti arreso e di aver mollato tutto perché ti sei trovato una pistola puntata alla tempia e ti sei cagato sotto.-

L’Immortale tacque un attimo per appurare come Dimitri fosse rimasto indifferente di fronte alla stravagante contropartita impostagli, poi (benché sapesse di non averne bisogno) si giustificò: -È per la mia reputazione, capisci? Se si scoprisse che ti sei messo sulle mie tracce, mi hai trovato e sei sopravvissuto mi ritroverei alle costole dozzine di stronzi desiderosi di imitarti. Ed in tal caso la mia prima preoccupazione sarebbe quella di farti ammazzare tra torture che non riesci neanche ad immaginare, te lo garantisco.-

Dimitri rabbrividì. -Come vuoi.- convenne -Sono disposto a fare qualsiasi cosa pur di ritrovare mio fratello.-

L’Immortale annuì con aria gratificata. Sembrava essergli piaciuta la promessa dell’altro. -Non conoscevo tuo fratello.- dichiarò con neutra serietà -Non mi ha mai creato grane né intralciato i piani. Ad essere onesti non sapevo nemmeno esistesse prima di una decina di giorni fa, ma evidentemente a qualcuno dava parecchio fastidio visti i soldi che mi sono stati offerti. Gli affari sono affari.-

Non ci si capiva più niente: allora non era stato l’Immortale ad orchestrare la trappola a Boris, lui era soltanto un esecutore profumatamente pagato per portare a termine l’incarico assegnatogli da qualcun altro. Ma chi? Chi avrebbe potuto essere ossessionato da un uomo schivo ed innocuo come Boris al punto da voler toglierlo dalla circolazione?

-Chi è il tuo cliente?- domandò Dimitri con la voce impastata dalla tensione.

Lo sguardo dell’Immortale non smise di essere distaccato, come se la faccenda non lo riguardasse affatto. -Vladimir Maskin.- rispose.

-Vladimir Maskin.- ripeté Dimitri, turbato ed incredulo -Quello delle acciaierie?-

L’Immortale annuì. -Mi ha chiesto di consegnargli tuo fratello narcotizzato, dopodiché ho ricevuto il mio pagamento ed i suoi uomini hanno terminato il lavoro, di qualunque cosa si trattasse. Evidentemente quel Maskin non deve avere una grande fiducia in me, ma all’inizio gli serviva qualcuno dal quale fosse impossibile risalire a lui, magari qualcuno su cui nessuno avrebbe osato indagare. A quanto pare però deve aver fatto male i suoi calcoli…-

-Cosa voleva Vladimir Maskin da Boris?- lo interruppe Dimitri.

-Te l’ho detto, non lo so. Quando si tratta di affari non conviene fare troppe domande ed io mi sono limitato a chiedere l’essenziale. Dopotutto sarebbe stupido perdere un socio per eccessiva curiosità, così mi accont