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Il successo della saga di Harry Potter, creata dalla scozzese Joanne Katlhleen Rowling, va sempre più dilagando. Si calcola che, in cinque anni, siano state stampate 116 milioni di copie, in 200 nazioni e in 47 lingue. Non si contano i consensi. Anche esponenti della cultura cristiano-cattolica, che, normalmente, dovrebbero prendere le distanze dalla magia e dall'esoterismo, plaudono al fenomeno e tacciano di mentalità fondamentalista e talebana gli oppositori. Io, ad esempio, sono fortemente critico nei confronti della saga magico-esoterica della Rowling. Sarei, dunque, un fondamentalista e un talebano? Uno che ha ucciso dentro di sé i sogni e la fantasia? Chi legge i miei editoriali e i miei articoli apparsi su "Future Shock", sa perfettamente che io non sono né l'uno, né l'altro. In realtà, la critica ad Harry Potter, almeno dal mio punto di vista, si pone in termini non tanto religiosi, quanto culturali e pedagogici. Sintetizzando, ribalterai l'affermazione dicendo che fondamentalisti e talebani sono proprio i fans di Harry Potter. E sapete perché? La fantasy - a questo genere appartiene la saga della Rowling (v. il mio editoriale Incredibile: a Harry Potter il Premio Hugo!)- è sempre esistita. Essa caratterizza il mondo del pressappoco, della civiltà contadina. Nel mondo della precisione qual è quello scientifico e tecnologico in cui viviamo, la fantasy non deve essere più considerata soddisfacente, ma al contrario controproducente. Occorre un altro tipo di immaginazione, che è la fantascienza.
Ma
qui sta il problema. Per scrivere un romanzo fantasy, non occorre una preparazione culturale in senso moderno. Basta sapere mettere bene in fila una serie di convenzioni narrative sapientemente selezionate. Per scrivere, invece, un romanzo di fantascienza, bisogna mettere insieme fantasia e preparazione culturale di tipo moderno, cioè di tipo scientifico-tecnologico. Oggi, purtroppo, l'uomo percepisce la scienza come qualcosa di alieno. La usa, ma non la capisce. Non capisce, soprattutto, il suo significato umanistico, che ho cercato di esporre, ispirandomi al saggio L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza di Enrico Cantore S.J., nel mio libro Fantascienza umanistica. Il disadattamento è, perciò, dietro l'angolo. È comprensibile che, in queste condizioni, si cerchi l'evasione in un mondo irrazionale e improbabile e, soprattutto, che la scienza sia considerata, dall'aspirante scrittore di best seller, come elemento non confacente al successo e messa aprioristicamente da parte nella realizzazione dell'opera di narrativa. È questo, secondo me, il percorso mentale ed estetico che ha condotto la Rowling ad utilizzare la magia e l'esoterismo per comporre la sua saga.
A questo punto, è bene chiedersi: opere di tal genere possono costituire i testi-base per un corso ideale di preparazione al compito genitoriale delle generazioni del XXI secolo? A mio parere, assolutamente no. Ciò per una ragione molto semplice. Si sa che ogni periodo storico ha avuto i suoi modelli d'uomo da forgiare. Nella società dell'antica Roma, l'obiettivo era la formazione del cives, in quella medievale la meta educativa era il cristiano, in quella rinascimentale si plasmava l'umanista, in quella liberale si perseguiva l'ideale del gentleman, elaborato da John Locke. Quale modello d'uomo, invece, per i nostri tempi? Non certo quello magico-esoterico della Rowling; ma un tipo d'uomo che, superando la frattura tra le due culture, sappia pervenire ad una visione totale e armonica di se stesso e del mondo, aperto ai valori umani e a quelli trascendenti, come appunto suggerisce lo spirito più autentico della scienza. Nell'elaborazione di tale modello d'uomo, la fantascienza può offrire, nei suoi esempi migliori, un valido contributo.

Antonio Scacco

 

Noi di Continuum abbiamo adottato una linea editoriale ben precisa, volta alla promozione e alla diffusione di ciò che è ascrivibile esclusivamente alla fantascienza. Riteniamo che questa presa di posizione chiara e netta sia un merito in un periodo di commistione (e spesso confusione) di generi. Se spesso e volentieri capita di imbattersi in pubblicazioni che si occupano legittimamente di fantastico a 360° (compresa la fantascienza), trovo meno corretta la tendenza a spacciare certe testate come “di fantascienza” pur pubblicando anche horror, fantasy e quant’altro.
Qui ciò non avverrà. Ci definiamo “rivista telematica di fantascienza” e, come tale, pubblichiamo solo fantascienza. Ciò però non è dovuto ad un rifiuto (o peggio, ad un disprezzo) del fantasy da parte nostra: il gruppo di Continuum è piuttosto numeroso e tra di noi alcuni si occupano di tutto ciò che va sotto l’accezione di fantastico (basti pensare a Donato Altomare e a Fabio Calabrese, giusto per fare due nomi).
È chiaro che i requisiti richiesti a un romanzo fantasy sono molto diversi da quelli indispensabili per costruire un romanzo di fantascienza: quest’ultimo necessita delle regole più rigide, le quali contribuiscono al fascino della narrazione, poiché essa si può spingere fino ai limiti dell’improbabile senza però mai sconfinare nell’impossibile noto.
Nel fantasy questi vincoli vengono meno ed è molto più ampia la gamma degli strumenti in possesso dell’autore per raggiungere lo scopo prefissato: un intrattenimento capace di un certo impatto emotivo.
Nella fantascienza lo scopo non può prescindere da ciò che comunemente chiamiamo “ragione”. Dico ciò tenendo però presente che esistono delle eccezioni, cioè del fantasy con una struttura logica (ancorché inverosimile) ben più evoluta di taluni tipi di fantascienza: leggendo Stephen King o vedendo un film come “MirrorMask” (di cui ho parlato tempo addietro sulla rivista RiLL all’indirizzo web http://www.rill.it/inediti/mirrormask.htm) ci si deve misurare con trame sottili e capillari, mentre qualche racconto di Roger Zelazny è puramente visionario.
Ecco quindi che il discorso diventa più ampio, travalicando i confini dei generi letterari
. Le masse cercano l’emotività e rifiutano la ragione, perché nella prima si può facilmente imbrogliare, cammuffare e improvvisare, anche attraverso quella truffa chiamata “interpretazione”. La dimensione razionale, invece, non concede la medesima libertà: la verità è unica, comprovata da numeri inconfutabili. Ma la via della ragione è più dura, e quindi spaventa: non è un caso se nelle università le facoltà che contano meno iscritti sono quelle scientifiche (dove per scienza intendo, appunto, l’insieme delle discipline che non ammettono interpretazione. Purtroppo al giorno d’oggi invece qualcuno considera branche della scienza dei campi che sull’interpretazione si fondano interamente).
Come vedi, qui si entra in un ambito completamente diverso, che sovrasta il confronto tra fantasy e fantascienza fino quasi a non c’entrare più nulla con il punto di partenza.

Roberto Furlani

 

 

Ho mandato tempo fa un racconto + un comunicato…

Lettera Firmata

 

Lettere simili sono abbastanza frequenti, e colgo l’occasione per porgere le mie scuse agli aspiranti collaboratori per le attese a cui li sottoponiamo prima di dar loro un parere sulle rispettive opere. Il punto è che nella casella email della redazione ci arrivano tanti racconti e su Continuum ne pubblichiamo mediamente quattro ogni tre mesi.
Naturalmente noi leggiamo con piacere tutto il materiale che ci perviene, ma la mole di racconti in lettura e la frequenza trimestrale della nostra testata non ci consentono maggiore solerzia. Si potrebbe ottenere qualcosa ampliando la pagina della narrativa, ma temiamo che una simile innovazione possa rivelarsi controproducente. Aumentando il numero di racconti, riusciremmo a mantenere costante lo standard qualitativo? Noi ci pensiamo su, e se avremo segnali positivi apporteremo una modifica quantitativa alla sezione narrativa. Nel frattempo voi continuate a spedirci i vostri elaborati al solito indirizzo, continuum_sf@yahoo.com, e noi saremo lieti di esaminare quanto ci spedirete.

Roberto Furlani

 

 

Navigando a vista nel mare di internet ho trovato il vostro sito, e volevo farvi complimenti sinceri perché è bello, interessante e pieno di spunti. Volevo poi segnalare, per curiosità all'ottimo Fabio Calabrese, che in realtà il film di Karel Zeman La diabolica invenzione è davvero tratto da un racconto di Verne, e si tratta di Face au drapeau (Di fronte alla bandiera).

Buon lavoro

Fabrizio Liberti

 

Grazie infinite per i complimenti. Riempiono d’orgoglio chi come noi si occupa di fantascienza esclusivamente perché mossi dalla passione, lavorandoci nei ritagli di tempo concessi dalle nostre professioni e senza percepire denaro. Grazie inoltre per la segnalazione (anche da parte di Fabio Calabrese, che ha già preso nota).

 

Roberto Furlani