Editoriale

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L’ultima Odissea di Clarke

 

Il 19 marzo, a Colombo, nello Shri Lanka dove risiedeva da oltre mezzo secolo, si è spento in seguito ad una crisi respiratoria, Arthur C. Clarke.

Io credo che il nome dell'autore inglese, nato a Minehead nel Somerset il 16 dicembre 1917, non abbia bisogno di alcuna presentazione per  alcun appassionato di fantascienza. Arthur C. Clarke è un “classico”, uno degli autori che hanno “fatto” il genere fantascientifico e la sua storia, come Isaac Asimov, come Philip K. Dick, Ray Bradbury, Robert Heinlein, Clifford Simak e al massimo un'altra mezza dozzina di nomi.

Clarke resterà insieme ad Isaac Asimov, e forse più di Asimov, il maestro della fantascienza “hard”, ossia basata in maniera rigorosa su corrette premesse scientifiche.

La notorietà di Arthur C. Clarke presso il grosso pubblico è legata soprattutto a 2001, Odissea nello spazio, il romanzo da cui Stanley Kubrik ha ricavato una pellicola spettacolare destinata a rimanere una pietra miliare nella cinematografia fantascientifica, ma questa non è che la punta dell'iceberg di una produzione molto vasta che comprende romanzi come Incontro con Rama, Le fontane del paradiso od anche i racconti umoristici della divertentissima serie All'insegna del cervo bianco. Sarà il caso di ricordare che il romanzo con cui Mondadori inaugurò nel 1953 la collana “Urania” destinata a diventare in Italia quasi un sinonimo di fantascienza, fu un romanzo di Clarke, Le sabbie di Marte.

Arthur C. Clarke aveva accumulato una notevole fortuna, che gli consentì di stabilirsi nell'isola tropicale dove è vissuto per gran parte della sua vita, non con i diritti d'autore delle sue opere, ma per aver avuto l'idea, che brevettò, del satellite geostazionario per comunicazioni. Comunque si voglia vedere la cosa, essa è un grosso punto a favore della capacità degli autori di fantascienza di prevedere il futuro. Anche l'idea dell' “ascensore orbitale” che compare in Le fontane del paradiso, è oggi più vicina alla realizzazione di quel che potremmo pensare a prima vista.

Vi ricordate l'inquietante monolito che compare in 2001, Odissea nello spazio? (nonché nel racconto La sentinella e nel sequel 2010, Odissea due).

In Odissea due, il monolito riceve un nome, Zagadoka, una parola russa che significa “l'estraneo”. Ho ripreso “il personaggio” di Zagadoka nel racconto omonimo pubblicato sulla mia antologia Occhi d'argento perché, ve lo devo confessare, Clarke è un autore che ho sempre trovato particolarmente vicino alla mia sensibilità, con la sua straordinaria capacità di proiettarci nel mistero e nell'avventura, eppure tenendo sempre i piedi ben piantati nella più rigorosa correttezza scientifica.

Trovo un po' ironico che Clarke, che era un vecchio scapolone incallito, e non aveva figli, abbia “scelto” per lasciarci proprio il 19 marzo, festa del papà, ma era un po' un papà per tutti noi che amiamo la fantascienza vera, quella che è soprattutto narrativa di idee, e ci ha lasciati tutti quanti un po' orfani.

 

Fabio Calabrese