Editoriale

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Science plus Fiction 2007, ovvero alcuni scorci di un festival ben riuscito

 

Parafrasando il titolo del romanzo di Louisa May Alcott, sul n°25 di Continuum Gianni Ursini intitolava il proprio reportage sull’edizione 2006 di Science plus Fiction con un eloquente “Piccoli festival crescono”.

La sensazione che si ha, a meno di un anno di distanza, è che la rassegna organizzata dalla Cappella Underground stia proseguendo splendidamente nella crescita a cui faceva riferimento Gianni. L’edizione 2007 conferma, e se possibile fortifica, la percezione di una manifestazione in progressiva ascesa da ogni punto di vista: da quello qualitativo a quello organizzativo, dalla comunicazione con gli organi di stampa alla pubblicità.

Credo valga la pena focalizzare l’attenzione su alcuni dei momenti più significativi del recente Science plus Fiction visti “in soggettiva”, con la consapevolezza che all’interno del numero il lettore potrà trovare materiale sufficiente a formarsi un quadro generale su ciò che è stato il festival indipendentemente dalle opinioni di chi lo racconta.

La rassegna è stata inaugurata dalla proiezione di quello che è un classico del cinema fantascientifico: “Metropolis”. Vederlo in una sala cinematografica, con l’accompagnamento musicale al pianoforte dal vivo di Federica e Francesca Badalini, è stato senza dubbio un’esperienza suggestiva e in una certa misura unica.

Sorprendente poi l’affluenza di pubblico alla proiezione, alla quale molte persone hanno assistito in piedi, essendo esauriti i posti a sedere. La sorpresa (o quantomeno ciò che per me costituisce una sorpresa) è legata al fatto che il capolavoro di Friz Lang è datato 1927 e i più avranno avuto diverse occasioni per vederlo, il che a rigor di logica avrebbe potuto costituire un ostacolo alla partecipazione degli spettatori. Ulteriore dato inaspettato è che una porzione affatto trascurabile del pubblico fosse formata da giovani, che i luoghi comuni vorrebbero avversi a certi tipi di forme espressive nelle quali il cinema muto rientra a pieno titolo, per destinare le proprie preferenze a film dai roboanti effetti speciali e dai contenuti risicati ai minimi termini. Se ne può dedurre che esiste  una voglia del cinema d’autore, la quale viene però mortificata da un’offerta povera di idee veramente innovative e pertanto costretta a ripiegare alla carenza di sostanza con sfarzosi fronzoli.

Più difficoltà si fa a smentire il perdurare di una corrente di pensiero per così dire “opposta” a quella della gioventù rimbecillita dai videogame e dagli i-Pod. Mi riferisco a quelli che Frederik Pohl e Cyril Kornbluth chiamerebbero “Indietristi”, ovvero persone insofferenti al progresso, tecnofobe e fiere di esserlo. L’ottima introduzione di Kevin Brownlow (esperto, collezionista e restauratore di cinema muto) ne è in qualche maniera una conferma. Brownlow ha illustrato in modo brillante e con dovizia di particolari il film che ci accingevamo a vedere, rivelandoci anche qualche curioso retroscena, ma ha terminato il proprio intervento dicendoci che da lì a poco avremmo potuto capire quale differenza c’è tra una vera esperienza di cinema e un DVD.  Una chiosa che rivela un’inequivocabile mentalità feudale, refrattaria a qualsiasi novità e alla fatica di aggiornarsi per rimanere al passo con i tempi. Di primo acchito si potrebbe essere tentati ad appiccicare un simile identikit a individui attempati, sopraffatti da un’inerzia mentale troppo forte per essere vinta. In realtà le cose non stanno proprio così: conosco dei feticisti del DOS trentenni, incapaci di sacrificare il prezioso patrimonio di conoscenze sintattiche acquisite a suo tempo in favore dell’immediatezza di un’interfaccia user friendly com’è quella di Windows. Non è una questione di età, quindi, bensì di flessibilità intellettuale.

E la flessibilità intellettuale non fa certo difetto a Valerio Evangelisti, ospite d’onore in perfetta sintonia con una manifestazione la cui attenzione per la grande narrativa è evidente da anni (infatti, come molti ricorderanno, nelle edizioni precedenti il festival ha beneficiato della partecipazione di autori del calibro di Neil Gaiman, Brian Aldiss e Harry Harrison).

Evangelisti è noto per essere uno scrittore formidabile, le cui indubbie doti  tecniche e il cui innegabile talento lo hanno reso l’autore italiano più celebre a pubblicare sotto l’etichetta “fantascienza” (e mi scuseranno coloro i quali dalle pagine delle loro riviste private si auto-proclamano come i migliori, i più famosi e magari pure i più intelligenti narratori nostrani di sf).

Forse per taluni erano invece insospettabili le qualità di intrattenitore di Evangelisti. Abilità di cui lo scrittore bolognese ha dato ampia dimostrazione nel corso della conferenza stampa indetta per pubblicizzare il suo nuovo romanzo, “La luce di Orione”. Durante l’incontro con il pubblico, Evangelisti ha saputo alternare informazioni di assoluto interesse a momenti di piacevole ironia, assumendo talora toni volutamente farseschi nel giocare sul suo presunto dualismo con l’inquisitore Eymerich. Ottime poi si sono rivelate le sue introduzioni a “Blade runner – The final cut” e a “Slaughterhouse-Five”, versione cinematografica di “Mattatoio n°5” di Vonnegut.

Incidentalmente, com’era accaduto il giorno prima alla proiezione di “Metropolis”, il capolavoro di Ridley Scott ha registrato il tutto esaurito in una sala piuttosto ampia. A “Slaughterhouse-Five” ha assistito un pubblico ben meno nutrito, forse in parte disincentivato dal titolo originale difficilmente riconducibile alla versione italiana del libro, e forse anche parzialmente dissuaso dall’orario d’inizio del film (19:30, cioè a cavallo dell’ora di cena).

Un altro evento a cui ho assistito con particolare interesse è stato l’incontro con Moebius, uno dei più grandi fumettisti a livello mondiale. L’artista d’oltralpe ha proposto agli astanti un affascinante excursus sul fumetto europeo (e in particolare francese) visto attraverso i suoi occhi, dagli inizi della carriera fino ai giorni nostri. Un intervento assolutamente notevole, macchiato lievemente dallo snobismo con cui ha bollato i manga come “fumetto scadente”. Ora, che vi siano manga scadenti è assodato, ma come in qualsiasi altro argomento fare di tutta l’erba un fascio è scorretto. Con un po’ di serenità e di onestà intellettuale si riconosce che nella vasta offerta proveniente dal Giappone vi sono delle cose illeggibili e dei capolavori, così come avviene in qualsiasi forma d’arte (partendo dal presupposto di considerare il fumetto come espressione artistica). Ma la tavola rotonda incernierata sulla figura di Moebius è stata curiosa soprattutto da un punto di vista squisitamente antropologico. Raramente capita di vedere dal vivo qualcuno ginuflettersi in maniera tanto servile come ha fatto Jean-Pierre Dionnet (uno dei fondatori di Métal Hurlant) al cospetto di Moebius, nei confronti del quale si è sperticato in una forzata piaggeria e in una gamma di adulazioni strabiliante per vastità di contenuti e metodi. Uno spettacolo a suo modo imbarazzante, sufficiente a far comprendere che ognuno ha una concezione diversa della propria dignità e che qualcuno può farne a meno senza sentirne troppo la mancanza.

Al di là delle personali letture dei singoli episodi, come si diceva all’inizio è stato un gran bel festival. Spiace l’assenza di un film recente di sf in grado di riempire una sala com’è avvenuto con “Metropolis” e con “Blade runner – The final cut”, ma non è certo per colpa della Cappella Underground se negli ultimi anni è uscita pochissima sf cinematografica di rilievo. Non è un segreto che allo stato attuale la fantascienza stia attraversando un periodo difficile per quanto riguarda il grande schermo, dove viene surclassata dai polpettoni fantasy medievaleggianti mutuamente identici. Uno di essi, “La leggenda di Beowulf”, era inserito nel programma di Science plus Fiction 2007, ma ho disertato. Dubito che l’essermi perso questo film tridimensionale (da guardare con gli occhialini 3-D, fatto publicizzato quasi la grafica tridimensionale fosse stata scoperta ieri) raggiungerà mai la cima della lista dei miei rimpianti.

Abbastanza deludente è stata invece la visione di “Mushishi”, diretto da Katsuhiro Otomo. A dire il vero, mentre mi apprestavo a vedere il film, non avevo idea di cosa mi aspettasse: Otomo (la cui opera più famosa è “Akira”) appartiene al gotha della fantascienza nipponica e forse anche mondiale, per cui non ho avuto troppe remore a presentarmi nella sala cinematografica senza sapere nulla dell’opera. Opera che, con mio sommo stupore, era un film (non d’animazione) fantasy, un po’ evanescente e sconclusionato. Niente di speciale, insomma, un compitino senza pretese che la storia del cinema dimenticherà in fretta.

Com’è ovvio, l’idea degli organizzatori del festival di proporre un lavoro recente di un maestro del calibro di Otomo è meritoria, e se il film non è stato un granché non è certo colpa della Cappella Underground, alla quale va invece un plauso per aver realizzato una rassegna molto soddisfacente.

Chiudo con una doverosa spiegazione circa il sommario del presente Continuum. Come molti avranno notato, per quanto possibile cerchiamo di “ruotare” gli autori di narrativa, in modo da dare più spazio possibile ai nostri scrittori e diversificare l’offerta. Inoltre sono restio a pubblicare miei racconti su queste pagine per più di una ragione. Se questa volta contravvengo ai due principi sopra esposti, è per celebrare un evento importante, seppur spiacevole. Annarita Petrino ha deciso di dare l’addio alla fantascienza allo scopo di concentrare i suoi sforzi su altri interessi che (a quanto sembra) la assorbono completamente. Pare che Annarita intenda il suo congedo dalla sf come qualcosa di definitivo, senza lasciare uno spiraglio alla possibilità di ritornare sui propri passi. Personalmente, da osservatore del fandom, lo ritengo un peccato, perché l’autrice abruzzese ha i numeri per scrivere della buona fantascienza, come i lettori di Continuum hanno potuto constatare più volte. Nel corso degli anni Annarita ha migliorato la qualità delle proprie storie, in una maturazione artistica che lasciava presagire sviluppi rosei e la possibilità di ricoprire in futuro un ruolo di primo piano in seno alla sf italiana.

Nel comunicarmi la sua decisione (che invano ho tentato di dissuadere) Annarita mi ha chiesto un favore: di darle modo di ritirarsi (cito testualmente) “in grande stile”, pubblicando su Continuum quello che lei ritiene essere uno dei suoi migliori lavori, vale a dire “Le lacrime dei mostri”, scritto a quattro mani con il sottoscritto.

Accogliere questa sua richiesta è il mio modo di ringraziarla per quanto ha dato alla fantascienza e a questa rivista in anni di entusiasta impegno.

 

Roberto Furlani