Editoriale

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Esplorando la nuova fantascienza italiana: il connettivismo

 

Sono particolarmente felice di presentare Continuum n°26, la cui preparazione ha richiesto oltre un anno di lavoro, vista la mole e la complessità dei contenuti.

È il numero che fa il paio con Continuum n°25, nel senso che se in quello che proponevamo un’indagine di un determinato periodo storico della fantascienza italiana attraverso l’analisi delle opere di un autore specifico di quel momento (segnatamente, Mino Milani), qui mettiamo a fuoco un movimento che sta rinnovando profondamente la sf nostrana.

Si tratta del connettivismo, filone nato negli anfratti di internet i cui estensori sono Sandro Battisti, Giovanni De Matteo e Marco Milani.

Definire il connettivismo non è semplice, ma credo che il presente speciale possa fornire un’istantanea abbastanza nitida anche a coloro i quali gli si stessero avvicinando per la prima volta. Oltre ai racconti e agli articoli, infatti, offriamo recensioni di volumi appartenenti o affini al connettivismo, il manifesto del movimento e un’intervista ai suoi tre autori.

Ciononostante, è buona norma che colui il quale scrive un editoriale riassuma in modo sintetico ma corretto ciò di cui parla il numero della rivista introdotto.

Nella fattiscpecie, l’incombenza grava sulle spalle del sottoscritto. Parlo di incombenza perché quello di condensare in poche righe l’essenza del connettivismo senza risultare banalizzante è un proposito impegnativo. Una richiesta talmente capziosa da costringere una figura di primo piano della fantascienza italiana come Luca Masali a rifugiarsi del corner dell’ironia e dell’autoironia per evitare di dare risposte inadeguate.

Una delle definizioni che mi sono rimaste più impresse è quella secondo cui “il connettivismo è la fantascienza degli scrittori nati nel tempo di internet”.

Trovo che questa rappresentazione sia corretta ma un po’ semplicistica, nel senso che focalizza il contesto in cui si è sviluppato il movimento senza nulla dire a proposito dei contenuti né dello stile. Oltretutto una simile definizione induce a pensare che il connettivismo sia una sorta di evoluzione del cyberpunk, descrizione che non è sbagliata, ma appare parziale e limitante.

D’altronde il connettivismo nasce con lo scopo dichiarato di compiere un distacco, se non proprio una rottura, dai clichè della fantascienza classica (per esempio le epopee space opera) quanto dalle mode più recenti (l’ucronia). Il cyberpunk, tra tutti i rami della fantascienza, è probabilmente quello maggiormente stereotipato e soggetto a una reiterazione smodata di modelli precostituiti. Questa caratteristica connaturata nel cyberpunk fa sì che l’esserne semplicemente l’evoluzione sia incompatibile con le intenzioni con cui il connettivismo nasce.

Ad ogni modo, come si diceva in precedenza, il connettivismo è in qualche modo figlio del cyberpunk, così com’è figlio del futurismo e della poesia crepuscolare: correnti letterarie che fungono da precursori e da ispiratori del nuovo filone italiano di sf.

Filone che peraltro è variegato e in espansione, proponendo una rivisitazione radicale (e quindi un punto di vista completamente nuovo) dei temi antichi della fantascienza, ma anche l’analisi di problematiche del tutto inedite, legate agli sviluppi imprevedibili e repentini della tecnologia.

Una delle peculiarità più lampanti del connettivismo è l’attitudine alla contaminazione di generi, i cui effetti sono sintetizzati spesso e volentieri in una sf borderline, con striature (e talora anche qualcosa di più) di fantasy gotico, horror e persino di splatter.

Un raggio d’azione così ampio potrebbe portare a credere che non ci sia un fil rouge all’interno del connettivismo, all’infuori delle intenzioni di rinnovamento e della ricerca stilistica.

In realtà, pur nelle differenze di cui si è detto, una notevole affinità di contenuti è individuabile nel chiaro tentativo degli aderenti al movimento di sublimare la tecnologia e la scienza d’avanguardia in suggestioni di carattere poetico o quantomeno emozionale.

Ecco dunque come fanno a coesistere nella lista delle paternità del connettivismo gli intrecci cyberpunk di William Gibson e gli universi barocchi di Samuel R. Delany, la meccanica quantistica di Greg Egan e l’ucronia di Philip K. Dick, la singolarità tecnologica di Vernor Vinge e le odissee interiori di Robert Silverberg. È possibile trovare qualcosa di estetico in un innesto neurale? Esiste qualcosa in grado di toccare le corde dell’animo umano nei freddi e imperscrutabili ritrovati dell’elettronica? È immaginabile una storia che parli di uomini e delle loro inquietudini attraverso erudite dissertazioni sui computer quantici?

Il connettivismo, forse, è soprattutto questo: la rottura della barriera tra una speculazione scientifica (e tecnologica) accattivante e verosimile e il ruolo centrale dell’uomo, con la sua introspezione, i suoi tormenti e le sue speranze.

Se l’hard-sf ha sempre destinato il ruolo prioritario all’aspetto scientifico a costo di sacrificare l’interiorità dei personaggi, se la New Wave è stata caratterizzata dal proposito opposto, oggi il connettivismo intende essere l’anello di congiunzione tra i due mondi senza scendere ad alcun compromesso.

Per chiudere, desidero ringraziare Giovanni De Matteo per aver fatto le mie veci nella cura di questo numero di Continuum: nessuno sarebbe riuscito a occuparsi di questo speciale meglio di lui, quindi sono stato lieto di cedergli il posto e di limitarmi a svolgere il ruolo di ospite. Ospite con la facoltà di scrivere l’editoriale, però, che per una volta spero mi permettiate di firmare

 

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