Editoriale

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Riflessioni su un festival riuscito di una fantascienza sofferente

 

Dopo un numero monografico vi proponiamo un nuovo Continuum politematico, che non è vincolato a un unico argomento.

Questa assenza di vincoli, però, non preclude una polarizzazione abbastanza evidente che (com’è capitato in altre occasioni) va a favore della cinematografia.

Oltre alle recensioni cinematografiche ad opera di Gianni Ursini, Gianfranco Sherwood e Giovanni De Matteo, potete trovare nella pagina di saggistica ben tre articoli che in qualche modo hanno a che vedere con il grande schermo.

Tra il consueto “Diario di bordo” di Fabio Calabrese e le considerazioni di Giovanni De Matteo sullo stato dell’attuale editoria internazionale di sf, infatti, possiamo trovare due articoli sulla scorsa edizione del Festival Internazionale della Fantascienza e una più generica riflessione di Calabrese a proposito di ciò che è oggi il cinema di sf.

Abbiamo deciso di pubblicare due articoli su Science plus Fiction per poter raccontare la rassegna targata 2006 da due punti di vista: quelli di Gianni Ursini e di Fabio Calabrese.

Il primo, autentica “memoria storica” del festival nonché esperto di cinematografia fantastica, dà una valutazione globalmente positiva del festival 2006; il secondo, purista della science fiction vecchia maniera, non può trattenersi dall’arricciare il naso nel trovare in sommario diversi film ascrivibili all’horror, al soprannaturale e quant’altro.

È chiaro che non esiste una posizione ufficiale di Continuum in merito, ma che desideriamo offrire al lettore (specie a quello impossibilitato ad assistere alla manifestazione) l’opportunità di formarsi una propria opinione ascoltando le diverse voci.

Di certo va riconosciuto alla Cappella Undergroiund il merito di aver profuso notevoli energie per riportare il festival in auge, e in effetti è innegabile che ci sia stata una crescita della rassegna dall’anno della sua rinascita a oggi.

Una crescita che si concretizza in un aumento di anteprime nazionali di spessore (come il bellissimo “Tideland” di Terry Gilliam, presentato qualche mese fa), di affluenza di pubblico e di ospiti prestigiosi.

A questo proposito, alla scorsa edizione della rassegna hanno partecipato figure di primo piano del fantastico internazionale, quali il già citato Terry Gilliam, Enki Bilal e Harry Harrison.

Sono stato contento di incontrare Enki Bilal, celebre autore di graphic novel e regista francese, soprattutto perché ho potuto chiarire un dubbio che mi portavo dietro da parecchio tempo.

Un paio di anni fa, infatti, uscì un suo film che ebbe parecchio successo: “Immortel (ad vitam)”.

Nei titoli di testa del film appariva il nome di Serge Lehman, e allora mi chiesi se si trattasse dell’autore di “F.A.U.S.T.”, romanzo di cui parlai (male) su Continuum n°10 o se si trattasse solo di un caso di omonimia.

Ebbene, risolto il mistero: l’autore di “F.A.U.S.T.” e colui che ha scritto “Immortel (ad vitam)” sono la stessa persona.

Non che ne sia rimasto molto sorpreso: Lehman è sempre stato dipinto come una personalità eclettica, e che il suo impegno fantascientifico sia orientato anche verso il cinema non dovrebbe sortire stupore. Ovviamente ciò non cambia l’opinione su “F.A.U.S.T.” (romanzo decisamente noioso e sopravvalutato) né quella su “Immortel (ad vitam)” (piuttosto positiva), però è una curiosità soddisfatta che va a ridefinire un ritratto più completo e migliore dello scrittore francese.

Molto interessante anche l’intervento di Harry Harrison, grandissimo esponente della New Wave il cui romanzo più famoso è “Make room! Make room!”, tradotto in Italia col titolo “Largo! Largo!” e trasposto su celluloide nel film “2022: i sopravvissuti” con Charlton Heston.

Durante l’intervista a cura di Giuseppe Lippi, Harrison ha espresso un’opinione molto negativa sulla fantascienza di oggi e non ha esitato a dichiararsi pessimista per il futuro.

Secondo Harrison ciò che manca alla sf dei giorni nostri sono le idee, imprigionate dalle mode ma soprattutto da un modus operandi di scrittori e case editrici che è molto diverso da quello degli anni prosperi.

Ecco dunque che possiamo scovare una delle cause dello stato di sofferenza della fantascienza cinematografica che denuncia Calabrese, in quanto essa dovrebbe poter attingere da un bacino letterario che oggi appare particolarmente povero.

Personalmente ho sempre contestato la definizione di fantascienza come “narrativa di idee” perché mi sembra sottointendere una presunta marginalità di altri parametri quali (in primis) il fattore stilistico. Credo che William Gibson e Samuel R. Delany avrebbero qualcosa da ridire in proposito, e francamente dubito che si potrebbe dar loro torto.

Comunque l’idea resta un fulcro imprescindibile per qualsiasi opera di narrativa (e non solo), e da questo punto di vista ritengo che dalla monografia di Continuum n°24 si possa notare come una fantascienza meno evoluta e più ingenua com’era quella di Milani riuscisse a destare maggiore interesse rispetto a quella attuale proprio grazie alla forza delle idee.

Come ci spiega Giovanni De Matteo, la fantascienza è viva e sta continuando il suo processo di maturazione attraverso strade nuove quali quelle del postumanesimo e della singolarità tecnologica.

È un vero peccato che per ora in Italia se ne abbiano pochissimi segnali.

Vedremo se queste nuove tendenze riusciranno a far breccia nel mercato italiano e (soprattutto) se attireranno l’attenzione dei maggiori produttori cinematografici, che in questo modo potrebbero inaugurare una nuova stagione della fantascienza “di idee” sul grande schermo.

 

Roberto Furlani