Editoriale

Editoriale

 

 

 

Il Continuum di Milani

 

Il popolo del “pianeta fantascienza” è straordinariamente variegato: annovera autentici specialisti, viandanti di passaggio e gente con più cittadinanze (solitamente provenienti dal fantasy o dall’horror).

Se è vero che già negli anni ’60 Isaac Asimov denunciava il rischio di estinzione del puro scrittore di fantascienza che non si avventurasse in altri generi, è anche vero che il mercato ha progressivamente eliminato la figura del tuttologo. Infatti, perché un autore possa offrire un prodotto valido questi deve poter necessariamente contare su una certa “specializzazione” raggiunta attraverso anni di faticosa gavetta.

Accade poi che esista una nicchia di sparuti individui capaci di impiegarsi in ambiti molto differenti tra loro con risultati spesso pregevoli. Forse chiamare costoro “geni universali” può risultare eccessivo e altisonante, ma la distinzione dal tuttologo arruffone e approssimativo è d’obbligo.

È il talento a fare la differenza: la capacità di calarsi in vari ruoli con umiltà senza mai dare in pasto ai lettori prodotti scadenti e insoddisfacenti.

Lasciando quindi in pace i buoni Leonardo Da Vinci e Michelangelo Buonarroti, uno splendido esempio di personalità eclettica che sta facendo molto bene alla fantascienza è Neil Gaiman. Segnalatosi al grande pubblico già negli anni ’90, Gaiman è un autore di fumetti, giornalista e sceneggiatore televisivo e radiofonico, mentre con la sua narrativa è riuscito a distinguersi tanto nella fantascienza quanto nel fantasy e nella fiaba moderna, facendo incetta di premi (tra cui ovviamente non potevano mancare Hugo e Nebula).

E in Italia? A ben guardare, non sembrerebbero esserci tra gli autori nostrani talenti poliedrici che si sappiano esprimere mediante più forme narrative. Da noi, quando alla fantascienza si affaccia qualche outsider (magari legato al mondo dello spionaggio) i risultati sono solitamente pessimi. Ma soprattutto le figure dello scrittore di narrativa e quello di fumetti appaiono distanti e quasi inconciliabili.

Tuttavia le cose non sono sempre andate così: c’è stato un periodo in cui era un po’ meno proibitivo trovare spazi per le diverse forme della creatività sulle pubblicazioni di grande tiratura.

Era il tempo del Corriere dei Piccoli, di cui Mino Milani era una colonna portante.

Milani, classe 1928, appartiene alla ristretta cerchia di coloro che hanno saputo reinventarsi e raccontare storie di genere e in modo differente con risultati notevoli.

Forse la collocazione più adatta per questo autore è nella narrativa d’avventura, alla quale è ascrivibile una buona parte della sua produzione. In particolare, a Milani si associa quasi automaticamente il suo personaggio più famoso: Tommy River, protagonista di un ciclo western di grande successo.

Tuttavia, nel presente numero di Continuum parliamo dell’apporto dello scrittore pavese alla sf, un apporto di primo rilievo sin da quando la parola “fantascienza” faceva storcere il naso agli editori.

L’approccio di Milani alla fantascienza è comunque in linea con il resto della sua produzione: egli non cambia strada, non cerca soluzioni alternative, ma preferisce utilizzare gli strumenti che sa maneggiare con maggiore destrezza. La science fiction di Milani ha dunque un’importante componente avventurosa, che talora al lettore più smaliziato può risultare lievemente ingenua, ma che contemporaneamente è il migliore catalizzatore possibile per il sense of wonder.

A trent’anni di distanza, appare evidente come questo sia il merito maggiore dei romanzi e dei fumetti di Milani.

Un merito che però si paga caro. L’acquisizione del Corriere dei Ragazzi da parte della Rizzoli portò a un cambiamento dell’offerta della testata, in ossequio a quelle che parevano essere le richieste del mercato. Di conseguenza Milani abbandonò la redazione del Corriere e, soprattutto, la fantascienza.

In maniera subdola e capziosa, perciò, Milani è stato vittima dell’epurazione subita dalla sf delle grandi epopee spaziali a favore di altre, tra cui quella più intimista e, se vogliamo, verosimile.

Era venuto il momento in cui gli eroi dovevano cedere il passo agli anti-eroi; le odissee nello spazio sarebbero state soppiantate dalle odissee interiori del diseredato di turno e il positivismo della fantascienza dei pionieri si sarebbe tramutato in una sfiducia generalizzata verso il futuro.

Questa evoluzione del movimento non sarebbe nemmeno stata del tutto deleteria, se la fantascienza dell’avventura e della sorpresa non fosse stata praticamente depennata.

Invece le cose andarono in un’altra maniera, i critici e i presunti esperti mostrarono sempre più insofferenza nei confronti della sf classica per incensare chi seguiva la strada dell’introspezione e dei personaggi perennemente disincantati in cui il lettore frustrato medio non faticasse a identificarsi.

Quando ci si chiede se la fantascienza sia morta o meno, queste sono le cause che l’hanno portata alla situazione in cui versa ora. La storia della letteratura non pullula infatti di Philip K. Dick, ma l’aver appreso ciò non fu sufficiente a fare un passo indietro: arrivarono gli anni del cyberpunk, mentre più di recente è stato disgraziatamente riesumato il genere ucronico.

Da trent’anni circa, insomma, l’editoria di fantascienza preferisce l’anti-eroe all’eroe, l’autocommiserazione all’entusiasmo, la sconfitta al trionfo.

Come criticare la disaffezione del lettore?

Come criticare la scelta di Milani di occuparsi d’altro?

È quindi con enorme piacere che dedichiamo Continuum n°24 a Mino Milani, un artista a tutto tondo che è anche un grande esponente di quella fantascienza capace di incantare e stupire come oramai non ce n’è quasi più.

In chiusura, desidero fare i miei ringraziamenti ad Andrea Carta, che si è sobbarcato la maggior parte degli oneri della presente monografia.

Senza la sua dedizione e la sua generosità, questa iniziativa non sarebbe mai stata possibile.

 

Roberto Furlani