Editoriale

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Teoria del complotto e cultura del sospetto

 

Nello scorso editoriale esprimevo compiacimento per la finale raggiunta da Fondazione al Premio Italia. Mi pare adeguato, in questa sede, complimentarmi con gli amici della rivista catanese per aver conquistato meritatamente il prestigioso trofeo.

Non è un mistero che noi di Continuum (o quantomeno buona parte del nostro staff) facesse il tifo per Enrico Di Stefano e soci e un simile risultato non può non farci piacere.

Non altrettante gratificazioni ha ricevuto Continuum, la quale quest’anno non è riuscita ad aggiudicarsi neanche un primo posto malgrado le finali raggiunte nella categoria delle riviste amatoriali web e in quella dei migliori racconti pubblicati su fanzine (con “Nel segno di Venere” di, neanche a farlo apposta, Enrico Di Stefano).

Ma non ci demoralizziamo: siamo consapevoli di star facendo del nostro meglio e abbiamo in serbo alcune sorprese di cui saprete più avanti. Qualche novità interessante è comunque già presente su questo numero: l’esordio di una nuova collaboratrice, per esempio. Si chiama Elena Di Fazio, è informata e competente e d’ora in poi affiancherà l’ottimo Andrea Carta e il sottoscritto nella cura di una rubrica complessa e affascinante com’è quella dei fumetti.

Incidentalmente, Andrea è giunto in finale all’ultimo Fantascienza.com. Un risultato straordinario, se riflettiamo al fatto che finora lo conoscevamo esclusivamente nelle vesti di critico dagli interventi sempre puntuali e interessanti. Abbiamo invece scoperto di annoverare nelle file di Continuum un romanziere che non sospettavamo di avere. Complimenti ad Andrea, dunque.

È stato proprio Andrea, qualche tempo fa, a caldeggiare l’istituzione di uno spazio dedicato alla posta dei lettori, poi avvenuta materialmente sul n°22 di Continuum.

Le lettere possono offrire squisiti spunti di dibattito, proprio com’è capitato recentemente con una mail che mi ha scritto l’amico Gianni Ursini, in occasione dell’uscita de “Il Codice Da Vinci” nelle sale cinematografiche.

Nella sua missiva (che potete leggere integralmente nella rubrica della posta) Gianni si dimostra piuttosto critico nei confronti del film. Del resto “Il Codice Da Vinci” ha diviso moltissimo l’opinione pubblica e non c’è nulla di strano se un nostro collaboratore (celebre per non avere i peli sulla lingua) dimostra insofferenza su un lavoro così discusso.

Ora, io non voglio entrare nel merito della qualità della pellicola diretta da Ron Howard né in quello del libro di Dan Brown (tanto più che non ho letto il libro), benché qualche osservazione a proposito del film l’abbia fatta in risposta a Gianni.

La mia scelta di non trattare approfonditamente l’argomento su Continuum non è figlia di qualche dissenso con l’opinione di Gianni o della mancanza d’interesse verso la questione, bensì è una faccenda di competenze: “Il Codice Da Vinci” (bello o brutto che sia) non ha nulla a che vedere con la fantascienza e dunque parlarne con dovizia di particolari violerebbe la linea editoriale di Continuum.

Tuttavia alcune riflessioni di Gianni hanno una stretta aderenza con la fantascienza, tanto da meritare a mio avviso le pagine di Continuum e la stesura di un editoriale basato su di esse.

Secondo Gianni il successo de “Il Codice Da Vinci” sarebbe riconducibile alla sua dietrologia, in quanto il film propugnerebbe la “teoria del complotto”, per la quale saremmo tutti burattini nelle mani di chissà quali sordidi burattinai.

Qui, in modo del tutto naturale, sfociamo in un tema di diversi ordini di grandezza superiore rispetto a quello di un libro, ancorché redditizio e celebrato come “Il Codice Da Vinci”.

Ci troviamo di fronte alla disquisizione sul libero arbitrio e sulle reali possibilità del singolo individuo di decidere la sorte (se non dell’umanità) della propria vita. Più in generale, viene spontaneo chiedersi se ci sono state (se ci sono e se ci saranno) delle macchinazioni ordite da qualcuno (chiamateli “potenti” o chiamatelo “destino”) che hanno deciso (o decideranno) il corso della storia di un’umanità impotente.

Alcune recenti rivelazioni fanno in effetti presagire che abbiamo letto una storia falsata, per non dire artefatta ad hoc.

La verità a proposito dell’11 settembre, in particolare, ha ancora molti risvolti oscuri. L’uscita del film “United 93” ha riacceso il dibattito circa le modalità e i reali artefici dell’attentato alle Twin Towars. Esistono infatti degli elementi tali da indurre taluni a sostenere che l’attacco non sia stato organizzato da terroristi di matrice islamica, ma dalla CIA nel perseguimento di “interessi superiori”. Pare anche che ad abbattersi contro il Pentagono in quello stesso giorno non sia stato un aereo, ma un missile.

A proposito di alcuni dei misteri che aleggiano attorno alla questione, vi invito a leggere l’articolo di Roberto Quaglia “Tutto ciò che avreste voluto sapere sull’11 settembre (e su tutto il resto) e non avete mai osato chiedere”. L’articolo (così interessante da rendere perdonabile il fatto che sia inopportunamente pleonastico e scritto con un tono giullaresco di difficile sopportazione) è stato pubblicato su Delos e in seguito è stato accluso nella raccolta di successo “Tutto quello che sai è falso”. Si tratta di un volume curato dal sito cult di informazione alternativa Disinformation.com e raccoglie oltre trenta articoli nei quali il lettore può trovare una sfilza di complotti (o presunti tali) orditi al fine di ingannare le masse, dando loro in pasto una storia fittizia.

Con le dovute proporzioni, è un po’ anche quant’è accaduto nel calcio italiano negli ultimi due anni (ma la ragione suggerisce che la cosiddetta cupola potrebbe essere stata costruita molto tempo prima). Ingenuamente si potrebbe ritenere la vicenda di scarsa importanza, riguardando un fenomeno di costume, senza dunque contaminare altre aree (ben più importanti) della nostra società. Credo invece che non sia così, specie se riflettiamo alla circolazione di denaro attorno al calcio e al fatto che sicuramente siamo stati spettatori di una storia (calcistica, appunto) finta, atta a raggirare trenta milioni di tifosi.

I complotti storici (a qualsiasi livello e di qualsiasi entità siano) non riguardano per cui solo Dan Brown, così come non possono essere associati esclusivamente agli scrittori della fantascienza più speculativa.

Se buona parte del Ciclo della Fondazione di Asimov è basato sul colpo di mano del Mule, se l’intera carriera di Philip K. Dick si fonda su opere nelle quali l’individuo comune assiste involontariamente a delle messeinscene realizzate dai vertici della società, se alcuni nuovi autori europei (pensiamo a Serge Lehman e ad Andreas Eschbach) narrano di scalate al potere indecifrabili e fuorvianti, se su questo numero di Continuum abbiamo un racconto (quello di Calabrese) sulle verità dette e non dette, non possiamo accontentarci di relegare la validità della teoria del complotto nell’ambito degli espedienti letterari.

D’altra parte, mi sento di dare ragione a Gianni quando invita a non vedere complotti ovunque, e tantopiù a non usarli come alibi per deresponsabilizzare il singolo. L’esistenza di forze occulte potrebbe far sentire l’individuo esentato dalla comprensione del presente e dal dare il miglior contributo possibile nella costruzione del futuro, ma questo è solo un modo vile per sbolognare la propria parte scaricandosi contemporaneamente la coscienza.

È opportuno quindi un atteggiamento prudente, che non dia credito illimitato agli scenari paranoici, frutto magari di qualche evoluzione di troppo della fantasia, e nello stesso tempo non pecchi di eccessiva credulità.

Questa via di mezzo è largamente diffusa e viene chiamata “cultura del sospetto”, che non porta chi ne è dotato a immaginare che tutto quanto gli stia attorno sia il risultato di un raggiro, ma lo porta ad accostarsi con diffidenza a quanto gli viene raccontato e al proprio prossimo.

La locuzione “cultura del sospetto” nel linguaggio comune assume spesso un’accezione negativa, ma credo sia un anticorpo necessario per vivere in questo mondo senza essere in balia di enormi truffe e prese in giro.

A meno che, ovviamente, non diamo per scontata la buona fede degli uomini, ma qui probabilmente entriamo nel campo della più ottimista delle sf utopiche.

 

 

Roberto Furlani