Editoriale

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Quando ci si rialza

 

Sono trascorsi più di sei mesi dalla pubblicazione dell’ultimo Continuum, mesi in cui la nostra testata sembrava essersi dissolta nel nulla.

Le ragioni di una simile latitanza sono molte, ma quella principale è legata ad alcune noie informatiche che hanno perseguitato chi scrive.

Tra cambiamento di tipo di connessione, attacchi di virus, contromisure di ogni genere e formattazioni di hard-disk, è stato praticamente impossibile lavorare con continuità al numero qui presentato.

Ciò apre numerose possibilità di discussione, a partire dalla fragilità di un sistema per il quale l’“arnese del mestiere” è pressoché insostituibile (almeno a regime) per molte ragioni (i costi esosi di un pc, il valore dei dati contenuti nel disco rigido e così via).

Un computer guasto può perciò bloccare una banca, buttare all’aria una giornata produttiva e mettere con le spalle al muro un’attività amatoriale come la nostra.

E qui si converge nel secondo discorso, forse più interessante e meno scontato del primo: l’enorme ripercussione della non perfetta efficienza di uno dei curatori su una rivista sprovvista dell’immunità del professionismo.

Se Continuum fosse stata una rivista professionale su cui avessero lavorato venti persone per otto ore al giorno, la mia assenza forzata sarebbe stata facilmente sopperita dall’operato altrui, ma così non è e il lettore in alcuni casi (come quello in questione) può risentirne.

Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, però, si può porre l’accento sull’ammirevole impegno espresso dalla redazione per arrivare a risollevare la fanzine dalla situazione in cui si trovava.

In particolare desidero ringraziare Andrea Carta che, senza avere nessun obbligo contrattuale nei confronti di Continuum, si è prodigato per farci tornare in carreggiata. Tra i meriti di Andrea c’è quello di aver programmato e gestito l’immediato futuro di una rivista il cui presente (allora) era difficile, per cui Continuum n°21 e Continuum n°22 (ci stiamo già lavorando) sono il risultato della dedizione e dello scrupolo di questo amico, da sempre prezioso per spirito propositivo e competenza.

Credo che Andrea accoglierà l’uscita del presente numero con particolare gioia e soddisfazione: riemergere dalle situazioni critiche dà sempre una sensazione liberatoria.

La stessa sensazione che potrebbe aver provato qualsiasi appassionato di sf nell’ultima edizione di Science plus Fiction: dopo anni di rassegne in tono minore, il Festival ha riacquistato il suo spessore e la sua dimensione.

È stata proiettata tanta fantascienza, in contrapposizione alle abbuffate fantasy e orrorifiche cui lo spettatore è stao costretto negli anni precedenti, e c’è stata la possibilità di assaporare gustosissime anteprime.

Tra queste vanno citate lo sconvolgente “Brother of the Head”, tratto dall’omonimo racconto (in Italia inedito) di Brian Aldiss ed “Evangelisti R.A.C.H.E.”, il mediometraggio di Mariano Equizzi al quale noi di Continuum abbiamo dedicato una monografia (Continuum n°13).

Un film d’impatto, giocato molto sul rumore e sulla frammentazione delle immagini. Pur presentando qualche punto debole (una trama di difficile decifrazione e un casting alquanto discutibile, se non altro nella scelta del protagonista) il gran lavoro di Equizzi è servito a confezionare un prodotto di ottimo livelo, nonostante si tratti di una produzione low cost. Un lavoro del cinema fantascientifico made in Italy, insomma, degno quantomeno di attenzione.

Merita una menzione anche “MirrorMask”, una bella fiaba ad opera dei due nuovi alfieri del fantastico inglese: Dave McKean e Neil Gaiman.

Ma l’ottima Cappella Underground non ha trascurato nemmeno la fantascienza del Sol Levante, presentando film come “Eli, eli, lema sabachthani” e soprattutto l’anime di Katsuhiro Otomo “Steamboy”.

A coronare il tutto, ci volevano delle grandi partecipazioni che non sono di certo mancate: in primis il già citato Brian Aldiss, protagonista di una simpatica e brillante conferenza, ma anche Giuseppe Lippi, Vanni Mongini, Franco Clun e una nutrita delegazione della nostra Continuum (rappresentata per l’occasione da Fabio Calabrese, Gianni Ursini e dal sottoscritto).

Simili trionfi fanno dimenticare i momenti di magra e ben sperare per il futuro.

 

Roberto Furlani

 

 

 

Trend della fantascienza italiana: il ruolo di “Continuum”

 

Questa volta chiedo scusa all’amico Roberto Furlani ed ovviamente a voi, ma l’editoriale lo scrivo io; la ragione è semplice: questo numero di “Continuum” dovrebbe uscire a ridosso della conclusione dell’anno, un anno, il 2005 che si presenta come un anno davvero eccezionale sotto diversi aspetti che è giusto rimarcare, ma state tranquilli, questo non significa che stilate queste note io mi ritenga esentato da quello che sulle pagine di “Continuum” è diventato un appuntamento ormai tradizionale, il Diario di bordo che anche quest’anno ho tenuto con regolarità, mese per mese, e che troverete nel prossimo, o male che vada, in uno dei prossimi numeri della nostra pubblicazione on line, si perché nel frattempo le cose che, complice anche un certo ritardo tecnico che ha seguito l’uscita del n. 20, le cose che nel frattempo si sono accumulate e di cui dobbiamo parlarvi, sono davvero tante, a cominciare dal ritorno di ScienceplusFiction, il festival cinematografico triestino, ad essere una manifestazione di fantascienza, motivo, credo, sufficiente per dedicargli un articolo a sé stante invece di qualche noticina sull’articolo “annuale” come ho fatto per tre edizioni in qua nelle quali la manifestazione era scaduta a festival dell’orrore “blood and gore”.

Tracciare un bilancio di quest’anno, almeno sul terreno della fantascienza, si presenta più facile di quanto non sia avvenuto negli anni scorsi. Almeno riguardo alla nostra amata Science Fiction italiana si possono segnare alcune importanti note all’attivo, e non vi sono particolari negatività.

La fantascienza italiana sembra attraversare un particolare momento di grazia legata alla riscoperta del filone ucronico. A parte alcuni importanti romanzi di questo filone comparsi quest’anno, come I delitti della luce di Giulio Leoni, terzo della serie che vede Dante Alighieri nel ruolo di detective, La dea del caos di Giampietro Stocco, Il fascio sulle stelle dell’ex cuoco di astronave Massimo Mongai, si deve soprattutto segnalare la “spettacolare” antologia della Vallecchi curata da Gianfranco De Turris Se l’Italia, dedicata alla storia alternativa e parallela della nostra nazione, esaurita e ristampata nel giro di pochi mesi. Il filone ucronico si presenta come particolarmente congeniale agli autori italiani, soprattutto perché dà loro modo di utilizzare una cultura storica che è in genere superiore a quella dei loro omologhi anglosassoni, non solo, ma riesce ad interessare e coinvolgere, circostanza tutt’altro che disprezzabile poiché c’est l’argent que fait la guerre, settori di pubblico che storcono solitamente il naso di fronte ad una fantascienza più tecnologica ed hard.

Anche qui, però, vi prego di non pensare che con queste poche note io mi ritenga esentato da un’ulteriore analisi del fenomeno, che troverete oggetto di un articolo ampio e dettagliato su uno dei prossimi numeri di “Continuum”.

Fuori da questo filone ed a livello di singoli autori, dobbiamo in primo luogo complimentarci con il nostro amico Donato Altomare che per lungo tempo aveva ritenuto di non essere portato per la narrativa lunga, dopo aver strappato nel 2001 il premio Urania con il suo primo romanzo Mater Maxima, ci ha dato quest’anno, con la sua seconda opera lunga Il fuoco e il silenzio, una gradita riconferma. Nello stesso tempo, possiamo segnalare il ritorno alla narrativa di Giuseppe Lippi, curatore di Urania, oltre che critico e traduttore, con il racconto Il lago d’inferno apparso sul n. 1500 della pubblicazione di Mondadori.

Per quello che riguarda la fantascienza della nostra regione e della nostra città, non è possibile segnalare senza soddisfazione il ritorno di ScienceplusFiction ad essere un festival del film di fantascienza, dopo tre edizioni imperniate prevalentemente sull’horror. Il “miracolo” di questo ritorno alle origini pare sia stato consentito dal fatto che la Cappella Underground, l’associazione promotrice del festival triestino è entrata a far parte dell’European Fantastic Film Federation, il che ha permesso l’accesso ad una più ampia selezione di pellicole. Auguriamoci solo che il miracolo continui. Occorre soprattutto, io penso, maggiore impegno, ed anche l’onestà di non spacciare per fantascienza quello che fantascienza non è, perché la Cappella Underground ha ora avuto accesso ad una “riserva di caccia” maggiore di quella disponibile negli ultimi anni, ma la durata di un simile vantaggio non è per nulla garantita nel lungo periodo.

Per quanto riguarda la nostra “Continuum”,  c’è da ricordare la vittoria al Premio Italia del racconto di Vittorio Catani Il ghiaccio e il fulgore di Dio, che ha bissato il risultato ottenuto l’anno scorso con L’obelisco di sangue. A parte i doverosi complimenti all’amico Vittorio che si è riconfermato uno degli autori più validi della fantascienza italiana, la nostra pubblicazione “on line” partita sei anni fa in maniera dimessa e senza grandi ambizioni, si è riconfermata e consolidata come una realtà importante nel panorama fantascientifico italiano.

Il merito dei buoni risultati di “Continuum” e dei suoi collaboratori anche altrove, io penso, è dovuto principalmente al fatto che Roberto Furlani è un curatore esigente che spinge i collaboratori a dare il meglio (non è “tenero” neppure con me; vi confesso, ad esempio, che due dei racconti che compaiono nell’antologia Occhi d’argento, Robots e Il nuovo amico sono stati bocciati da “Continuum”), con la conseguenza che, non solo, come ha detto Donato Altomare, non ha mai letto sulla nostra pubblicazione “nessun racconto che non fosse almeno buono”, ma, essendo “Continuum” una buona scuola proprio in ragione della sua severità, i suoi collaboratori tendono a cogliere importanti successi anche altrove, e non è possibile non menzionare Giovanni De Matteo che si è portato a casa il Premio Robot.  

Per quanto riguarda me personalmente – mi permettete di dirlo? – questo è un anno che mi ha dato alcune grosse soddisfazioni: prima di tutto la pubblicazione della mia antologia personale, Occhi d’argento, ma anche la partecipazione ad un’antologia di prestigio come Se l’Italia della Vallecchi, e l’essere presente con un articolo su di un numero di Urania come il n. 1500, destinato con ogni probabilità a diventare un numero storico ed una ghiottoneria per i collezionisti.

C’è poi un progetto al quale tengo molto e di cui vorrei mettervi a parte: è possibile, anche se in questo campo non c’è mai nulla di certo, che con l’anno in arrivo si concretizzi finalmente l’agognata uscita del Manuale di fantascienza in volume. Può sembrare strano, ma mi è stato confermato da editori ed esperti: una trattazione della fantascienza per argomenti come quella svolta dal Manuale non ha riscontri in Italia e probabilmente ne ha ben pochi al mondo: la stragrande maggioranza delle guide alla fantascienza che esistono, hanno un taglio storico, biografico o coprono particolari settori, quando non avviene, come con la famosa Guida asimoviana, che siano raccolte di scritti estemporanei e slegati.

Voi però non vi dovete preoccupare perché la presenza degli articoli del Manuale su “Continuum” proseguirà. L’esistenza nello spazio virtuale del web e la fisicità della pubblicazione in volume sono due “media” abbastanza diversi e si rivolgono a due pubblici abbastanza diversi da non farsi concorrenza.

Un anno, dunque, questo 2005, di forti positività. Che il trend favorevole continui, dipende certamente dal caso e dalla fortuna, ma anche dal lavoro serio, determinato, dall’impegno di ciascuno di noi.

 

Fabio Calabrese