Editoriale

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E in testa alla riscossa George Lucas

 

Alla pubblicazione di Continuum n°19 ci lasciammo con la comunicazione delle tre finali ottenute dalla nostra rivista ai Premi Italia che sarebbero stati consegnati di lì a poco ai vincitori.

Pare giusto cogliere l’occasione del presente editoriale per informare chi non lo sapesse già che una delle nomination si è poi effettivamente concretizzata in un trofeo.

Mi riferisco a “Il ghiaccio e il fulgore di Dio” di Vittorio Catani, premiato come miglior racconto pubblicato su rivista amatoriale web nel corso del 2004.

Complimenti e grazie a Vittorio, dunque, capace di portare per tre anni consecutivi la narrativa di Continuum alla finale del più prestigioso concorso nazionale di genere.

Incidentalmente, nel nuovo numero sotto i vostri occhi potrete trovare un nuovo racconto di Vittorio e questo mi dà lo spunto per mettere in evidenza come l’autore barese sappia offrire alla nostra testata qualità e quantità, detenendo ad oggi il record di racconti pubblicati su Continuum.

Facendo un bilancio, si direbbe che l’ultima edizione del Premio Italia sia stata la più fruttuosa per la fanzine, superando quella del 2003 in cui il trofeo vinto coincise con l’unica nomination e quella del 2004 dove non riuscimmo ad accaparrarci nemmeno un primo posto nonostante le quattro candidature.

Da segnalare poi il raggiungimento della finale nella sezione saggistica, appuntamento mancato nelle due occasioni precedenti e al quale stavolta siamo arrivati puntualmente grazie ad Enrico Di Stefano e al suo articolo “Juan Zanotto: un disegnatore per la fantascienza”.

Leggendo tra le righe, insomma, si può facilmente registrare un buon rendimento di Continuum sul fronte delle offerte, dovuto al valore di quanto pubblichiamo ma certamente anche al raggiungimento dell’obiettivo dei quattro numeri annui e ad un appeal consolidato nel corso del tempo.

I consensi ottenuti di recente hanno un sapore particolare se ci soffermiamo ad osservare che (dopo anni con poche luci e molte ombre) è iniziato un periodo di vacche grasse.

Come quasi sempre accade la spinta propulsiva viene dal cinema, così se il rilancio del fantasy degli anni scorsi era stato propiziato dai successi sul grande schermo della trilogia de “Il signore degli Anelli” e dei vari Harry Potter, la riscossa della sf è iniziata con l’uscita di “Star Wars – La vendetta dei Sith” (a detta di George Lucas l’ultima guerra stellare cui potremo assistere).

Gli effetti di questo “Episodio III” sono apparsi eloquenti fin dall’esordio della pellicola: basti vedere il successo di pubblico (tre milioni di incasso al termine della prima settimana) per rendersi conto dell’interesse suscitato da Anakin Skywalker e soci.

Desta ancor più meraviglia vedere in giro gente acconciata da Darth Vader, mentre non più tardi di un anno fa eravamo spettatori dell’invasione di spadoni medioevali in perfetto stile “re Aragon”, e constatare come la mania di Star Wars abbia contagiato perfino i circuiti della Formula 1, insinuando i suoi adepti vestiti da Sith nei box del pilota scozzese Coulthard appartenente alla scuderia della Red Bull.

Ad essere sincero, personalmente non amo simili manifestazioni folkloristiche, però ne riconosco un significato concreto e notevole: testimoniano l’impatto di un lavoro artistico sulle masse, sulla gente comune al di fuori della specificità del fandom in cui si respira fantastico quotidianamente.

Per questo motivo sarebbe auspicabile restituire alla sf la sua dimensione ludica, magari accostando ai vari Festival della Fantascienza una vera e propria Festa della Fantascienza del tutto simile alla Fiera del Fumetto di Lucca o al Motorshow di Bologna, come suggerii nell’articolo “Fantascienza tra i due significati di `passione`” (Continuum n°11).

Se veramente il fine giustifica i mezzi, come postulò Machiavelli, va tenuto conto dell’enorme difficoltà di reclutare nuove leve della fantascienza attiva o passiva mediante le ostiche speculazioni scientifiche di Greg Egan o di Ian Watson, solleticamenti cerebrali dotati di grande fascino per chi fa già parte del fandom e per chi possiede una cultura scientifica sufficientemente ampia, ma di approccio alquanto brutale per chi si affaccia per la prima volta al mondo fantascientifico.

Ben venga, quindi, un primo contatto disimpegnato tra pubblico e sf: è importante muovere il primo passo in maniera tale da coinvolgere il maggior numero di potenziali nuovi appassionati possibile, poi starà a ciascuno di loro scegliere se e come approfondire l’argomento (e quindi arrivare sino ad Egan e Watson).

A tal fine “Star Wars” e tutto il fermento che vi è attorno si prestano perfettamente, accattivando con narrazione, atmosfere ed effetti speciali suadenti, in un fenomeno di costume le cui proporzioni non si registravano da anni nell’ambito della sf.

La soddifazione di assistere ad un successo globale di un film di fantascienza in ogni sua propaggine è incrementata da una considerazione banale e sinora trascurata nel presente editoriale per dare rilievo ai benefici ricavabili da tale successo: “Star Wars – La vendetta dei Sith” è un bel film. Al di là delle antiche perplessità della critica sulle effettive qualità di regista di Lucas e sul reale valore dell’intera saga, “Episodio III” è probabilmente la puntata migliore della trilogia di prequel a “Guerre stellari”.

“Episodio I”, infatti, era un polpettone grottesco con personaggi di disneyana memoria che si trucidavano reciprocamente in battaglie a metà strada tra il ridicolo ed il patetico; “Episodio II” era un bel passo in avanti, pur esasperando il risvolto fumettistico e non riuscendo ad abbandonare del tutto la piattezza narrativa, retaggio del predecessore.

“Episodio III” è caratterizzato da un’inversione di gerarchie, così qui sono gli effetti speciali ad essere funzionali alla storia e non viceversa. Vengono perciò evitate lunghe e farraginose battaglie tra eserciti (di quelle in cui piovono colpi da tutte le parti e la gente muore senza dare la possibilità allo spettatore di capire chi e come ha ucciso chi) per dare piuttosto contenuto e profondità al racconto.

Gli scenari sono ottimamente studiati per il contesto e di Hayden Christensen (interprete di Anakin) trasmette sin dalle prime scene il dilemma che affligge il personaggio per tutto il film, grazie ad una capacità espressiva insospettabile.

E la figura di Anakin di “La vendetta dei Sith” è uno degli itinerari più riusciti del percorso di Lucas: l’ambiguità del protagonista rimane abilmente irrisolta anche dopo i titoli di coda.

Pur nella sua indubbia cupezza, Darth Vader non può esser considerato un eroe negativo in senso assoluto: egli abbraccia il lato oscuro della Forza per l’ambizione che sfocia nel delirio di onnipotenza, ma è spinto a cedere alle lusinghe del Male anche per amore della moglie e per il terrore di perderla.

In tal modo Anakin risulta colpevole e forse deplorevole, ma trova parziale giustificazione al suo sbaglio in un motivo ben più nobile della sete di potere.

Questa chiave di lettura, assieme ad altri spunti quali il rapporto di stima-invidia con il maestro, la legittimità o meno del desiderio di essere riconosciuti da una comunità e la necessità di saper fare a meno di qualsiasi cosa per non risultare vulnerabili (espressa efficacemente dal maestro Yoda ad Anakin: “Esercitati a distaccarti da tutto ciò che temi di perdere”) conferisce alla storia solidità e spessore, senza mai scivolare nel moralismo spicciolo e bacchettone.

Per questi motivi l’annunciato trionfo di Lucas va accolto favorevolmente, al di là delle obiezioni che si possono muovere al suo prodotto.

Tra queste il congenito vizio del regista di inciampare in incongruenze scientifiche piuttosto imbarazzanti (le quali hanno paradossalmente costituito la principale fortuna della saga).

Nell’accettare l’assenza di speculazione scientifica (poco adatta ad accattivare i non addetti ai lavori, come si diceva in precedenza) diventa più complicato digerire eresie come il fragore delle esplosioni nel quasi-vuoto dello spazio o i duelli a colpi di spade laser di impossibile concezione a causa di un problema di coerenza spaziale.

La questione qui diventa enormemente più articolata, andando a toccare tematiche oltre il raggio d’azione di Continuum e di questo editoriale.

L’evento più significativo dall’ultimo numero della rivista ad oggi è stato senz’altro l’elezione di Papa Benedetto XVI, il quale si è presentato assumendo una posizione severa e inflessibile nei confronti del relativismo a cui è assoggettata la cultura del nostro tempo.

Esso si manifesta in qualunque settore del pensiero umanistico, così la Seconda Guerra Mondiale è stata causata dalla prostrazione dei Tedeschi dopo la sconfitta nel conflitto precedente per taluni o grazie alla guida carismatica di Hitler capace di risvegliare un razzismo covato a lungo in Germania per altri; Kafka appartiene alla corrente del Decadentismo per certi critici e a quella delle Avanguardie per i contraltari; l’uomo nasce cattivo per qualche filosofo (per esempio Eraclito) oppure nasce buono e diventa cattivo con il tempo per qualche altro.

La spiegazione si una simile confusione (o quantomeno della dissonanza di pensieri appena accennata) è semplice e crudele: le discipline implicate si reggono esclusivamente su chiacchiere e non su numeri (calcolati, stimati o misurati).

In questi campi è vero tutto e il contrario di tutto: basta un buon affabulatore forte di una valida dialettica per stravolgere le certezze (o presunte tali) su cui si fonda il loro studio.

Ma credo si possa essere fiduciosi senza peccare d’irragionevolezza: i posti di lavoro dedicati a chi ha alle spalle un’istruzione formata da congetture (prive di applicazioni tangibili e spesso in reciproca contraddizione) sono sempre di meno, così stiamo andando in una direzione in cui sarà progressivamente più difficile guadagnare denaro vendendo aria fritta.

La scienza, invece, è considerata da molti un empireo irraggiungibile proprio perché non ammette interpretazione (e quindi distorsione), la sua teoria è onesta ed esiste un’unica verità: la sua difficoltà consiste nell’impossibilità di imbrogliare le carte com’è invece ben possibile altrove.

Una molecola di coloruro di sodio è sempre formata da un atomo di sodio e da uno di cloro; nel DNA l’adenina si combina sempre con la timina e la guanina con la citosina; in una leva il momento è sempre calcolabile tramite il prodotto di forza per braccio; la caduta di tensione ai capi di una resistenza è sempre data dal valore della resistenza per la corrente che l’attraversa.

Ecco quindi la più grande pecca di George Lucas: ha sgarrato nelle certezze scientifiche dove la realtà è una sola e non è possibile il relativismo se non in alcune teorie ancora in discussione (origine dell’universo ed evoluzione dell’uomo in testa).

Starà a chi si avvicinerà alla sf (magari grazie proprio a “Star Wars”) evitare in futuro di impelagarsi in gaffe del genere, anche se prima o poi qualcuno farà ancora dei passi falsi: è il prezzo da pagare per giocare ad un gioco spendibile in cui è estremamente arduo barare com’è (forse solo) la scienza.

 

Roberto Furlani