Continuum cambia look

Il n°31 di Continuum presenta una novità evidente appena ci si collega al sito: la nuova veste grafica. Dopo dieci anni di onorato servizio, l'abito che indossava Continuum quando l'avete conosciuto viene smesso in favore di uno più moderno e navigabile.

Per questo cambiamento di look dobbiamo ringraziare Sabrina Moles, che dopo averci saputo deliziare con le sue illustrazioni ci regala un design che speriamo sia di gradimento di tutti i lettori, anche quelli più esigenti.

Ricordando James Ballard, la voce nuova della fantascienza

Sono passati quattro numeri (e praticamente due anni) dall'ultimo editoriale che ho scritto per Continuum. Confesso che questo appuntamento con i lettori mi mancava parecchio, per quanto Fabio Calabrese abbia saputo sostituirmi ottimamente nelle tre occasioni in cui, per un motivo o per l'altro, si è occupato di questo spazio.

Ed è proprio questo di cui voglio parlare stavolta: un editoriale che parla dei precedenti editoriali, dunque, una sorta di gioco di scatole cinesi in cui il ruolo dei contenitori di plastica è svolto da una serie di articoli.

In realtà i pezzi di Calabrese mi servono come spunto per fare delle riflessioni a più ampio spettro e che vanno ben al di là dei problemi di gestione interna della nostra rivista.

Infatti c'è un fil rouge tra gli editoriali dei numeri 28, 29 e 30, e non si tratta del loro estensore: sono tutti, almeno parzialmente, dei necrologi.

Naturalmente è un modo con cui desidereremmo non aprire mai un Continuum, però ci sembrava doveroso omaggiare di un saluto autori che per il nostro movimento hanno avuto l'importanza di Arthur Clarke, Michael Crichton e Lino Aldani.

Purtroppo, nella staffetta con Calabrese, devo raccogliere il testimone degli addii, perché certo non si può non spendere un paio di parole a proposito di James Graham Ballard (1930 - 2009).

Autore di pregevoli romanzi, tra cui il cult "Crash”, Ballard è stato un autore capace di dare il meglio di sé soprattutto sulla breve lunghezza, quella dei racconti. Racconti ossessivi, spesso visionari, socialmente impegnati: mi viene in mente, per esempio, il bellissimo "Il duemila”, una delle migliori short stories mai scritte sul tema della sovrappopolazione.

Ma il nome di James Ballard è indissolubilmente legato al concetto di inner space da quando pubblicò sulla rivista New Worlds l'articolo "Come si arriva allo spazio interiore?” ("Which Way to Inner Space”). Era il 1962 e per la fantascienza si stava aprendo una nuova era, di cui Ballard era senz'altro il capostipite: quella della New Wave.

Il territorio di esplorazione, ora, non era più quello degli abissi dello spazio, ma l'uomo, con le sue pulsioni, le sue paure, le sue contraddizioni. La sf stava acquisendo una dimensione diversa e cambiando completamente volto, e una simile trasformazione spalancava le porte a una generazione di autori che (alla stregua di Ballard) sarebbero diventati delle icone della letteratura fantastica: tanto per fare alcuni nomi, vanno ricordati Robert Silverberg, Samuel R. Delany, Harlan Ellison e Roger Zelazny.

Ma Ballard è altrettanto imparentato con Kurt Vonnegut: due autori comunemente ascritti alla science fiction che però hanno saputo scavalcare il muro di cinta che circonda il ghetto tramite delle opere tuttora considerate capolavori della narrativa, senza distinzione di generi. Una conseguenza abbastanza ovvia è stata che entrambi poi si siano allontanati dalla sponda della sf per avvicinarsi a quella del mainstream. C'è però una sostanziale differenza: mentre Vonnegut rifiutava la propria classificazione nell'ambito della letteratura fantascientifica, Ballard perorava fieramente il concetto di pari dignità tra le varie forme della narrativa anche una volta orientatosi verso forme espressive considerate (a torto) più elevate.

Più difficile è invece trovare un legame con Arthur C. Clarke, all'infuori del fatto che entrambi siano stati scrittori britannici di fantascienza, ma questo rende (se possibile) ancora più straniante la vicinanza delle loro scomparse.

Prima Clarke, alfiere dell'Età d'Oro nonché uno dei massimi esponenti dell'hard-sf, poi Ballard, inventore della New Wave e dell'inner space. Due autori di analoga grandezza ma quasi dicotomici: da una parte il rigore della speculazione scientifica, la sfida all'ignoto che risiede negli spazi siderali verso orizzonti e civiltà talmente lontani dall'uomo da essere al limite della raggiungibilità; dall'altra la centralità dell'uomo, l'indagine di una vicinissima natura umana e del microcosmo in cui si evolve (o involve). Si potrebbe dire, in maniera un po' semplicistica, che si tratta della contrapposizione tra una narrativa logica e raziocinante e una intimistica e psicologica, ma la realtà è che entrambi gli autori sono stati degli Ulisse del ventesimo secolo, i quali hanno però scelto luoghi diversi per affrontare le rispettive odissee: nello spazio esterno Clarke, nello spazio interno Ballard.

Per uno le suadenti voci delle sirene erano quelle digitalizzate da HAL 9000, per l'altro gli istinti più reconditi e primitivi dell'essere umano.

La sensazione è quella che in un breve lasso di tempo non siano venuti meno semplicemente due scrittori ma (detto senza alcuna retorica) che si siano chiuse due epoche straordinarie, le quali probabilmente rappresentano i momenti più alti (per popolarità e potenzialità narrative) della storia della fantascienza.

In seguito sarebbe toccato al cyberpunk l'onere di innovare la letteratura sf, alimentandola con una nuova linfa e riossigenando una narrativa che cominciava a diventare stantia, ma a posteriori si può concludere che la parentesi inaugurata da Gibson e Sterling (pur presentando opere di livello assoluto) non è mai riuscita a eguagliare il dinamismo, la vastità del campo d'azione e delle possibilità espressive dei suoi predecessori. Diventò un fenomeno di massa sorprendente (e ben venga), però poi si accartocciò nello stilema, nella stereotipia, nel fanatismo settario di chi aveva fatto del filone uno stile di vita. Chiaramente una simile piega pregiudicò la fertilità del cyperpunk e la varietà della sua offerta.

Così siamo arrivati ad oggi, agli anni della fantascienza postumanista di Charles Stross, Ken MacLeod e Ian Banks. è oggettivamente presto per fare un bilancio, per capire se la sf che si sta plasmando ha qualche chance di raggiungere i fasti di quella di Clarke o di Ballard, per pronosticare la posizione che la produzione odierna avrà in futuro nell'ambito della letteratura d'ogni tempo (o, in altre parole, se nel tessuto della narrativa fantascientifica stanno venendo incastonate pietre miliari oppure stanno transitando delle meteore passeggere che hanno un senso oggi ma che domani non ce l'avranno più). Un timore tanto diffuso quanto fondato è che ci sia un gap tra la fantascienza di oggi e quella di ieri rappresentato da una una forbice in termini di sense of wonder e di orientazione culturale (lo sdoganamento ieri, la creazione di una nicchia nella nicchia oggi). Ma appunto, è presto per sentenziare a proposito di un percorso narrativo giovane e in evoluzione.

Nel frattempo in Italia si sta facendo sempre più largo il movimento connettivista: dopo la rivista NeXT, l'uscita di tre antologie e un prolificare di blog e siti web dedicati, ecco che Francesco Verso vince il Premio Urania a due anni dalla vittoria di Giovanni De Matteo.

Ma questa è un'altra storia e anch'essa è lungi dall'essere conclusa.

 

Roberto Furlani

Ancora con voi Continuum, rivista di fantascienza telematica.

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Collaboratori:
Donato Altomare, Fabio Calabrese, Andrea Carta, Vittorio Catani, Nunzio Cocivera, Alberto Cola, Simone Conti, Giovanni De Matteo, Elena Di Fazio, Enrico Di Stefano, Roberto Furlani, Lukha Kremo Baroncinij, Luca Masali, Sabrina Moles, Adriano Muzzi, Annarita Petrino, Amedeo Pimpini, Antonio Piras, Salvatore Proietti, Giampaolo Proni, Gianni Sarti, Gianfranco Sherwood, Claudio Tanari, Ivo Torello, Gianni Ursini, Enzo Verrengia, Alessandro Vietti.