Aquarion

Aquarion (Sousei no Aquarion)

 

 

 

E’ uno scherzo?

Questo è quello che ho pensato la prima volta che ho visto il trailer su MTV. Sono bastate due immagini e il commento dello speaker in sottofondo per farmi fare una grassa risata e ipotizzare che “Aquarion” non fosse altro che l’ennesima scopiazzatura post-Evangelion. Ma non mi aspettavo che questa serie mi avrebbe fatto ricredere: dando per scontato che avesse copiato solo Evangelion, infatti, l’avevo sopravvalutata.

 

 “Aquarion” è un pastrocchio pseudo fantascientifico nel quale ridicoli vaneggiamenti su alieni e angeli delle tenebre (mmmpf…) sono portati in scena attraverso un’estetica pacchiana che vorrebbe rifarsi alle ultime serie d’animazione robotica (su tutte, il già citato “Evangelion”, “Escaflowne” e “Gunbuster”), ma che nel complesso sembra ispirata più ai Power Rangers che ai capolavori di Hideaki Anno; e, spesso e volentieri, anche a un più banale pornazzo per adolescenti. La grafica 3d – e questo si nota subito – è talmente caricata, pressata con violenza, da suscitare al massimo un pietoso senso di ridicolo.

 

(i protagonisti Silvia e Apollo)

 

 Dunque: in un futuro lontano, la Terra è stata distrutta dal redivivo impero degli Angeli delle Tenebre, i quali hanno dormito per dodicimila anni e si sono ora svegliati con la luna di traverso. L’unica arma che gli umani hanno da contrapporre a questi nemici è Aquarion, il cosiddetto Angelo Meccanico, un robot che può assumere tre configurazioni a seconda di come si combinano i suoi tre componenti (tipo Getter Robot, insomma). Alla guida di questi componenti, detti Vectors, ci sono ovviamente solo ragazzini in piena pubertà. Il più importante di questi è ancora ignaro del proprio ruolo; si tratta del giovane Apollo, capo di un gruppo di teppistelli. Quando il suo migliore amico viene fatto prigioniero dagli invasori, il ragazzo – che è appena stato rintracciato da Silvia e Pierre, piloti del robot – accetta di combattere. La caratteristica dell’Aquarion è che i suoi piloti, detti Element, devono fondere cuore, corpo e anima per raggiungere il tasso di sincronia necessario ad attivarlo, al punto da provare, nella fusione con il robot, piacere sessuale; man mano che la storia prosegue, vedremo come ogni Element ha una propria caratteristica che lo distingue dagli altri, un talento individuale necessario ad attivare diverse funzioni dell’Aquarion. In seguito, anche i rapporti tra i vari personaggi divengono più complessi: nascono amori, antipatie e amicizie che spesso mettono alla prova la coesione della squadra. In particolare si fa tenero il rapporto tra Silvia e Apollo; se la ragazza è la reincarnazione di Celiane, principessa vissuta dodicimila anni prima, il dubbio è chi sia, tra suo fratello Sirius e Apollo, la reincarnazione di Apollonius, a cui Celiane era legata da un profondo amore. Silvia inizialmente incrocia le dita in favore del proprio fratello, ma poi inizierà a cambiare idea…

 

(Silvia in una sequenza drammatica e significativa)

 

 Già dal primo episodio si può notare una carrellata di stereotipi e luoghi comuni del genere (su tutti, la materializzazione del “sogno giapponese”: il povero bifolco scavezzacollo ma dal cuore puro che si ritrova a pilotare un robot per salvare la Terra), accompagnati oltretutto da personaggi e situazioni presi di peso da altre diecimila serie (tra cui ovviamente non poteva mancare l’ennesima simil-Rei). Per quanto infatti cerchino di farla lunga bombardando lo spettatore con dialoghi astrusi su fusioni e reincarnazioni, alla fine la trama è la seguente: degli invasori cattivi, gli Angeli delle Tenebre, vogliono conquistare la Terra, ma grazie a un super robot potentissimo pilotato da ragazzini imberbi l’umanità ha una speranza di sopravvivere. Ma che originalità!

 

(La fusione di tre Element)

 

 Naturalmente anche i personaggi sono caratterizzati con l’accetta: c’è il suddetto bifolco scavezzacollo (assai simile, nel design, al Goku di “Gensomaden Saiyuki”), la ragazzina tronfia e orgogliosa, il bel tenebroso a cui girano di continuo, il comandante dallo sguardo torvo che sputa sentenze in plancia, la secchiona frustrata eccetera eccetera. Le interazioni fra i protagonisti si limitano ad amorazzi da shojo, velati incesti e spruzzate di yaoi tanto per gradire.

 

 

                     

                       « Eccellente… »                                                   (Il bel tenebroso Sirius in tutta la

                    (Il comandante dallo sguardo torvo                       sua consueta allegria)

                    in una posa alla Gendo Ikari – o, a                         

                      scelta, alla Montgomery Burns.)

 

 La computer grafica è qualcosa di imbarazzante, sembra uscita da un pessimo videogame per Playstation; l’intreccio dei singoli episodi è ridicolo, mentre quello complessivo della serie – che, fino all’episodio 20, tutto sommato poteva risultare sopportabile in virtù di un certo “guilty pleasure” – è semplicemente patetico. Non sto qui a disquisire della conclusione per evitare di fare spoiler, ma se dovesse capitarvi di vedere il finale di “Aquarion” capirete cosa intendo.

 

 E ora, i nomi con cui prendersela. Alla regia troviamo Shoji Kawamori, già implicato in serie come Escaflowne e (incredibile ma vero) il bellissimo “Cowboy Bebop”, nonché “Macross”. Le musiche sono di Yoko Kanno (affiancata da Hisaaki Hogari). Alla produzione c’è invece una serie sterminata di credits, dalla Bandai alla Media Factory alla Hakuhodo alla Tohokushinsha Corporation; l’edizione italiana è stata curata dalla Mediafilm, che ha pubblicato in dvd i 26 episodi della serie. Per chi lo avesse visto su MTV, sappiate che la versione televisiva è stata fortemente censurata: proprio come accadde qualche anno fa con “GTO”, gran parte dei dialoghi più ambigui è stata occultata.

 

(Una sequenza di combattimento)

 

 Quanto detto finora può sembrare un gratuito accanirsi su una serie, che, in fondo, non è neppure la peggiore propinata sul mercato negli ultimi anni; cioè: fa schifo, sì, ma come tante altre (se pensiamo al successo che avuto una roba come “Full Metal Panic”…). Il punto è: sentivamo davvero il bisogno di un’altra serie sui robottoni? E se la stessa non è in grado di aggiungere nulla a ciò che è stato già detto, ha davvero senso spenderci su l’ira di dio e tirare in ballo nientedimeno che Yoko Kanno – che ormai si sta sputtanando senza ritegno? Direi di no. Ma se c’è una lezione che i giapponesi non impareranno MAI, è che non ha alcun senso clonare all’infinito un’idea che tira – anche se buona – riproponendola in diecimila salse diverse fino a farle perdere ogni traccia di sapore. Ci siamo sciroppati mille Digimon, Mostromon, Vattelapescamon sulla scia dei Pokémon; ci siamo sorbiti un’orda sempre più varia di bambine morte coi capelli davanti alla faccia che escono fuori dalla tv, dal cellulare, dal citofono e dal fax; non parliamo poi delle migliaia di cloni di gruppi standard di ragazzini che duellano a colpi di carte, trottole, flipper e automobiline telecomandate: per quanto tempo, adesso, dovremo andare avanti con robottoni che si pilotano grazie al tasso di sincronia e combattono contro gli angeli? Basta, per favore, BASTA!

 

Elena Di Fazio © 2007