Akira

Katsuhiro Otomo

 

Akira

 

 

 

In riferimento alle opere d’ingegno è piuttosto inflazionato il termine “capolavoro”.

Tale appellativo dal significato ben preciso viene speso spesso e volentieri in modo improprio e fuorviante, sicché un pastrocchio dalle dimensioni di un francobollo dipinto da un pittore celebre, il più scialbo dei romanzi di un autore di best-seller, la più stonata composizione di un musicista di successo e il più vacuo film di un regista campione d’incassi vengono definiti “capolavori”.

È l’euforia dei linguaggi che impedisce l’attribuzione del giusto peso alle varie manifestazioni artistiche.

Ma la storia è un giudice molto più rigoroso, capace di restituire con precisione clinica il corretto valore a ciascuno degli innumerevoli figli della creatività

Alla storia non sfugge la moltitudine di proseliti di “Neuromante”, così come è attenta alle influenze che “Blade Runner” ha avuto sulla fantascienza in ogni sua forma, mentre relega in un secondo piano le opere all’inizio incautamente incensate.

In base a questi principi, “Akira” è un capolavoro autentico, nel rispetto del significato letterale del termine.

Si tratta di un manga (nonché di un film di animazione) che ha mutato profondamente l’immaginario giapponese, ma ancor più è riuscito a portare all’attenzione del pubblico occidentale una fantascienza nipponica dalla complessità e dalla maturità ben maggiori di quanto si sospettasse prima.

Apparso per la prima volta sulle pagine di Young Magazine, “Akira” è considerato a ragione l’opera omnia di Katsuhiro Otomo, personalità eclettica capace di cimentarsi con la china o dietro la camera da presa con risultati ugualmente considerevoli.

Siamo di fronte a una storia e a un autore da cui hanno attinto moltissimi seguaci (occasionali o meno) e persino nella fantascienza giapponese più recente è possibile trovarne profonde tracce. Particolarmente significative alcune analogie tra il film diretto da Otomo e il più notevole fenomeno della fantascienza del Sol Levante degli ultimi anni: “Neon Genesis Evangelion”.

L’utilizzo delle musiche, dei silenzi e della dimensione onirica è straordinariamente simile nei due casi, così come vi sono importanti congruenze tematiche: l’apocalisse, la crudeltà delle sperimentazioni genetiche sull’uomo, l’evoluzione forzata della nuova umanità, il coinvolgimento di persone comuni in contesti al di là della loro portata, la scelta tra etica e necessità.

E forse l’elenco andrebbe arricchito con altri percorsi comuni intrapresi da Otomo e Anno (ideatore di “Neon Genesis Evangelion”), ma non è certamente questa la sede più idonea per farlo ed eventualmente in futuro presenteremo un articolo destinato a sviluppare più compiutamente l’argomento. Vedremo.

È però opportuno segnalare che tra la schiera di potenziali eredi di Katsuhiro Otomo il più  accreditato è probabilmente Ryoji Minagawa, co-autore di “Arms” (vedi Continuum n°12) e che vanta tra le sue fortunate produzioni il noto “Spriggan”.

A questo proposito vale la pena spendere due parole in più: “Spriggan” è stato serializzato nella versione anime, la cui supervisione è stata affidata proprio ad Otomo.

Una benedizione? Una sorta di passaggio del testimone? È possibile, ma sono affermazioni su cui andare cauti, almeno per un paio di motivi.

Il primo è che Otomo non ha ancora appeso i pennelli al chiodo. Soprattutto non ha affatto abbandonato l’animazione, viste le uscite di “Metropolis” e del recentissimo “Steamboy”.

Il secondo è il pericolo di confondere l’oro con l’ottone: Minagawa è senz’altro un buon Mangaka, ma la sua storia e il suo bagaglio tecnico non sono oggettivamente paragonabili a quelle del suo ideale maestro, che lo sovrasta per pulizia del tratto e per completezza.

Otomo è infatti uno dei pochi mangaka capaci di curare completamente un’opera, ovvero testi e disegni, senza mai scadere da una parte o dall’altra. Per capire la singolarità della cosa, basti confrontare questo autore con altri due dei più celebri fumettisti del lontano Oriente: Rumiko Takahashi (buone storie almeno nella maggior parte dei casi, ma disegni abbastanza essenziali) o Masakazu Katsura (una tecnica grafica eccellente illustra narrazioni prive di spessore e sovente cariche di ingenuità veramente irritanti).

Ma Otomo non lascia nulla al caso, e “Akira” è la migliore testimonianza della dedizione dell’autore alla propria opera.

Ambientata trentotto anni dopo la Terza Guerra Mondiale, è la storia di una banda di teppisti che scorazzano lungo le strade di Neo Tokyo in sella a potenti motociclette e che una notte vengono coinvolti in un incidente molto singolare. Durante una delle loro solite escursioni, gli appare davanti uno strano bambino, per evitare il quale uno dei motociclisti cade rovinosamente. Si tratta di Tetsuo, amico d’infanzia del capobanda Kaneda con cui ha un rapporto di fiducia e contemporaneamente di invidia.

 

 

      

 

Tetsuo                                                                        Kaneda

 

 

 

 

Mentre gli altri teppisti cercano di soccorrere il compagno gravemente ferito, Kaneda vede il bambino dematerializzarsi e sparire all’improvviso. In breve tempo arriva un’ambulanza e Tetsuo viene trasportato in un misterioso ospedale.

La sera dopo i centauri si ritrovano in una bettola di cui hanno fatto una sorta di covo, e nei paraggi del locale Kaneda ritrova più o meno fortuitamente il ragazzino che ha causato l’incidente a Tetsuo. Deciso a conciarlo per le feste, Kaneda si trova a fare i conti con i poteri esp del piccolo.

Ma la caccia continua, e quando il motociclista riesce a riprendere l’inseguimento del bambino gli si parano dinanzi due nuovi ostacoli: Ryu e Kay, membri di una fantomatica organizzazione segreta antigovernativa.

 

      

 

Ryu                                                                                        Kay

 

 

 

 

La necessità procura però strani compagni di letto e quelli che in un primo momento erano dei potenziali nemici diventano alleati nella sventura, quando irrompe sulla scena l’esercito.

Il Colonello, militare tutto s’un pezzo al soldo del Governo, è infatti intenzionato a riprendersi il bimbo dai poteri paranormali, che nella circostanza si scopre chiamarsi Takashi.

 

 

 

 

Il Colonnello

 

 

 

Per ottenere il suo scopo il Colonello utilizza un altro esper, Masaru, e adempie al suo obiettivo. La vittoria ha tuttavia un caro prezzo: Kaneda recupera una pillola utilizzata dall’eserito per permettere ai ragazzini di convivere con il loro potere senza venirne travolti.

A questo punto è proprio la pillola a divenire oggetto d’interesse dei contendenti: il Colonnello vuole riappropriarsene, mentre l’organizzazione di Ryu (per ordine di Nezu) intende scoprire i misteri che si celano dietro di essa.

 

 

 

Nezu

 

 

 

Nel frattempo ritorna un Tetsuo stranamente cambiato e si viene a sapere che, dopo l’incidente, era stato sottoposto alle cure dello staff del Colonnello tese a sviluppare il potere sopito del paziente.

Gli effetti saranno però ben più grossi del previsto: Kiyoko (una terza esper, amica di Takashi e di Masaru) sogna il risveglio di Akira, al quale potrebbero essere legati disastri dalle proporzioni apocalittiche.

 

 

  

 

            Takashi                                               Masaru                                               Kiyoko

 

 

 

 

Così, mentre Kaneda finisce nelle mani di Ryu e di Kay, il Colonnello si attiva per evitare la catastrofe.

Le contromisure adottate dall’ufficiale non sono certamente delle più leggere: quando Kaneda riesce a fuggire alla custodia dei suoi carcerieri e giunge nelle vicinanze del nuovo stadio olimpico, vi trova un assembramento di soldati di tutto rispetto.

Questa sortita costa al ragazzo una disavventura dalla quale esce vivo per miracolo, ma quando torna lo aspetta una sgradita sorpresa: viene a sapere che Tetsuo è diventato il nuovo capo-banda dei Clown, gruppo con cui Kaneda e soci non hanno esattamente rapporti idilliaci.

L’affronto non può passare inosservato, e i motociclisti decidono di dare una bella lezione ai Clown e nella fattispecie a Tetsuo. Questi, tuttavia, non è più il ragazzo di una volta perché ha acquisito dei poteri impensabili e metterlo KO è impresa ardua. Tanto che nella circostanza perde la vita Yamagata, proprio sotto gli occhi impotenti del prezioso amico Kaneda.

 

 

 

Yamagata

 

 

Il drammatico episodio accresce esponenzialmente la sete di vendetta di Kaneda, sete che egli tenta di saziare inducendo l’ex compagno di scorribande ad ingoiare la pillola che egli aveva rubato a Takashi.

Una frazione di quella pillola basterebbe ad uccidere un uomo sul colpo, ma Tetsuo non è più un ragazzo normale e infatti sopravvive incredibilmente all’attentato.

Una reazione tanto straordinaria convince il Colonnello a domare lo zelante ragazzo e a inserirlo nel suo programma con tanto di numero identificativo (il 41. Takashi ha il 26, Kiyoko il 27 e così via). Il militare in effetti non ha ancora una concezione precisa del pericolo rappresentato da Tetsuo e la questione è prossima a sfuggirgli di mano.

Gli unici che possono evitare che la situazione degeneri sono i tre esper, i quali optano per agire contro il ragazzo per mezzo di Kay, la quale rivela un’ottima predisposizione da medium.

La cosa però non è delle più semplici, in quanto dopo l’ultimo scontro con Tetsuo la giovane è stata arrestata dai tirapiedi del Colonnello assieme a Kaneda.

Perciò, mentre Ryu tenta di scoprire cosa si nasconde dietro al movimento delle forze armate nei dintorni della discarica e Nezu riceve istruzioni dai vertici dell’organizzazione capeggiata da un’anziana veggente di nome Miyako, Kiyoko guida Kay in una fuga finalizzata all’assassinio di Tetsuo.

 

 

 

Lady Miyako

 

 

 

Ma le cose non vanno come previsto e il bersaglio se la cava a buon mercato, con qualche ferita superficiale. Questi inoltre viene a conoscenza dell’esistenza di un tale Akira, ibernato da qualche parte alla temperatura di -273°C, e ha modo di trovarsi di fronte ai tre esper che gli volevano fare la pelle.

Lo scontro è cruento e prevedibilmente Tetsuo ha la meglio, ma proprio quando sembra avere il controllo completo della situazione intervengono Kay e Kaneda, armati di un potentissimo cannone laser. Purtroppo nemmeno quest’iniziativa va a buon fine e Tetsuo riesce ancora una volta a spuntarla acquisendo il potere del teletrasporto.

La vicenda si complica ulteriormente: nonostante il preciso divieto del Colonnello, l’incauto capo dell’entourage scientifico del corpo militare ha rivelato a Tetsuo il luogo in cui è custodito Akira, spinto da una perversa ossessione di conoscenza e di potere che lo hanno convinto a tentare di usare il numero 41 per controllare l’enorme energia dell’ibernato.

Il ragazzo entra così nel luogo in questione compiendo un’ecatombe di soldati al presidio della zona.

Malgrado gli sforzi di gran parte degli elementi in gioco (tra cui Kay, Kaneda, Ryu e gli uomini del Colonnello) per impedirglielo, alla fine Tetsuo libera Akira dalla sua prigionia e fugge assieme a lui da quello che è diventato un cimitero di ghiaccio.

 

 

 

Akira

 

 

 

Lo stato proclama perciò l’allarme di classe sette, un provvedimento adottato “solo in caso di guerra nucleare o peggio”, e gli abitanti di Neo Tokyo vengono caldamente invitati a trovare riparo nei rifugi designati.

D’altronde è ovvio che la cosa più urgente da fare sia neutralizzare immediatamente Tetsuo e Akira: il loro potere sarebbe sufficiente a distruggere l’intera città in un battito di ciglia.

La soluzione adottata dal Colonnello è drastica e consiste nell’utilizzo di un satellite militare all’avanguardia, capace di sparare un raggio laser di elevata intensità e dalla precisione altamente performante.

Tetsuo ci rimette un braccio e nella circostanza Akira cade nelle mani di Kay e Kaneda. Intanto, mentre a Neo Tokyo scoppiano disordini dettati dal panico e l’esercito tenta di riportare una parvenza di normalità, Kay e Kaneda portano il piccolo Akira da Chiyoko, zia della ragazza.

 

 

 

Chiyoko

 

 

È l’inizio di una gara che ha per fine il controllo di Akira, e tutte le forze in campo vi partecipano: da Kay e Kaneda alle fedelissime adepte esp di Lady Miyako; da un sempre più solo Ryu al viscido Nezu che ha tradito l’organizzazione cui apparteneva per perseguire i propri secondi fini. E poi naturalmente il Colonnello, capace di mettere in atto un colpo di stato per destituire un Governo troppo statico nell’approccio con il caso Akira.

Ma nulla di questo serve ad evitare la catastrofe, e quando Nezu (ferito a morte da Ryu) uccide Takashi nel tentativo di eliminare Akira, questi libera tutto il proprio potere con effetti molto simili a quelli dell’esplosione di una bomba atomica: la città viene distrutta e innumerevoli persone perdono la vita.

Il disastro segna però anche una svolta politica: dalle macerie nasce l’Impero della Grande Tokyo, avente Akira come sovrano-fantoccio e Tetsuo come primo ministro.

Di fronte ai pochi beneficiari di una simile situazione (Tetsuo in primis, ma anche il suo assistente) la maggior parte dei superstiti risulta dilaniata dal cambiamento: Ryu è distrutto per la perdita dei compagni, Kaneda è scomparso nel nulla, mentre Kay e Chiyoko si occupano come possono di Masaru e Kiyoko. Nel frattempo, quant’è accaduto in Giappone attira l’attenzione degli Stati Uniti, e a Neo Tokyo sbarcano dei militari (capeggiati dal tenente Yamada) decisi a scoprire qualcosa di più sul neonato impero.

 

 

 

Il tenente Yamada

 

 

 

Contemporaneamente l’ambizione di Tetsuo si trasforma in un vero e proprio delirio di onnipotenza e lui riesce a sostenere il peso del proprio potere, al quale ha tolto le inibizioni (e l’analgesico) della droga, unicamente grazie al conforto di Kaori, una ragazza conosciuta dopo la fondazione dell’Impero.

 

 

 

Kaori

 

 

 

Il potere esecutivo passa per cui in mano all’assistente, che per prima cosa attacca il santuario di Miyako (divenuta ormai una specie di santa, la quale accoglie sotto la sua ala protettiva i diseredati e i malati mettendoli in guardia dalle bugie dell’Impero) subendo sonora sconfitta.

Al di là delle sanguinose schermaglie, comunque, il problema principale rimane la presenza di Akira e Tetsuo.

Il Colonnello, anch’egli sopravvissuto alla distruzione di Neo-Tokyo, affronta la questione incaricando uno degli scienziati del suo staff di un tempo di costruire un congegno in grado di comandare il satellite SOL.

In mare aperto, invece, naviga su una portaerei dell’ONU una commissione dei più eminenti scienziati del mondo, impegnati a svelare il fenomeno Akira e a porvi rimedio.

C’è da segnalare anche il ritorno di Kaneda (rimasto a lungo in un limbo mai svelato completamente da Otomo), che assieme all’ex compagno di scorribande Kai non storce il naso nell’unirsi a Joker, in passato leader dei Clown.

 

 

 

 

 

Kai                                                     Joker

 

 

 

E sempre le necessità danno origine ad un’alleanza alquanto atipica, poiché Ryu finisce per collaborare con il tenente Yamada. Almeno fino a quando questi non rivela le proprie reali intenzioni: porre fine all’Impero di Akira e Tetsuo mediante l’impiego di armi biochimiche, tentativo che però Ryu soffoca sul nascere.

Se però il brillante colpo di mano di Ryu riesce a far rientrare il tenente nei ranghi, Tetsuo è ormai costantemente sopra le righe. Irrompe nella portaerei, deridendo gli scienziati e dissuadendoli dal causargli noie, poi in occasione di un raduno dell’Impero apre un enorme voragine sulla superficie lunare.

Risulta chiara l’impotenza di un branco di teppisti di fronte ad un mostro di tale portata. Qualche chance in più potrebbero averla i tre esper e Lady Miyako, i quali attraverso Kay e le sue doti mediatiche potrebbero condurre alla conclusione le follie di Tetsuo.

Nonostante la propria evidente inadeguatezza, Kaneda vuole anticipare la messa in atto di questo piano e uccidere l’ex amico con le proprie mani, allo scopo di proteggere Kay di cui è innamorato e corrisposto. Ma nonostante le operazioni degli uomini di Yamada, il raggio sparato dal satellite SOL (comandato non dal Colonnello, bensì dall’esercito statunitense che ha scoperto i codici che governavano l’arma), l’energia convogliata dagli esper per mezzo di Kay e i generosi sforzi di Kaneda, il nemico più pericoloso di Tetsuo è il suo stesso potere.

Esso, infatti, ha assunto dimensioni ipertrofiche e il corpo del ragazzo non è più sufficiente a contenerlo, sicché ingloba tutto quanto gli capiti a tiro.

Altro brutto colpo per Tetsuo è la perdita di Kaori per mano dell’assistente. Quando la fanciulla coglie una cospirazione ai danni di Tetsuo da parte dell’enturage del vice-imperatore, lei si precipita ad avvertirlo ricevendo in cambio una pallottola in piena schiena da parte del leader della congiura.

Tuttavia nemmeno l’assistente ottiene i propri obiettivi, e da lì a poco muore durante una delle orribili mutazioni di Tetsuo che uccide anche il tenente Yamada.

Tocca così a Kay e agli esper la sfida contro Tetsuo, oramai completamente fuori controllo. A quanto pare, in questo frangente è Akira a sollecitare le reazioni del potere di Tetsuo, con implicazioni molto pericolose.

I parametri però cambiano quando Ryu spara ad Akira e Miyako sacrifica la propria vita per fermare i catastrofici spasmi di Tetsuo.

Ci si avvia dunque ad una conclusione di grande carica emotiva, nella quale emerge finalmente uno spicchio della personalità di Akira, finora visto unicamente come strumento in balia delle altrui velleità.

C’è anche un nuovo, ultimo incontro tra Kaneda e Tetsuo, scevro dei rancori fin qui accumulati ma dolorosamente intenso.

Ecco quindi cos’è “Akira”: un fumetto complesso, sanguinoso, in cui vengono toccate spinose questioni di politica e di religione senza indugiarvi troppo ma con grande efficacia.

Il tratto è pulito ed inconfondibile, così come è inconfondibile la cura quasi maniacale per il dettaglio, perché l’autore non si accontenta di vignette “abbozzate”, ma pretende la precisione raggiungibile esclusivamente con lo scrupolo e con la minuziosità.

Qui Otomo addita all’ipocrisia della fede “di comodo”, cioè della tendenza dell’uomo a vendersi a qualsiasi religione gli prometta qualcosa di buono nel momento in cui egli è sull’orlo del baratro.

E anche la posizione politica espressa in “Akira” appare consapevole e articolata: davanti alle connotazioni utopiche di una sinistra impegnata nella lotta per l’uguaglianza ma in cui inevitabilmente alcuni esponenti (rappresentati da Nezu) sono in realtà alla ricerca esclusiva del proprio bene, Otomo preferisce l’onestà e la coerenza di una destra pur elitaria identificabile nel Colonnello.

Al di là della scelta di campo nel gioco delle parti della diplomazia nazionale, l’indice di Otomo punta con maggiore decisione verso l’egemonia statunitense invadente e totalizzante. Emerge così un forte anti-americanismo, ma non inteso come conflitto di culture o fobia nei confronti del potente, bensì come espressione inequivocabile della dignità dell’indipendenza.

Il modus operandi degli Stati Uniti sul fronte della politica internazionale (qui rappresentato con fedeltà e onestà) viene per cui visto come un atteggiamento prepotente, caratterizzato da arroganti ingerenze nelle altrui questioni attraverso pretesti ipocriti e di facciata.

Un discorso, insomma, che a più di vent’anni di distanza dalla prima uscita di questo manga è ancora in auge, se possibile con più attenzione di quanta gliene fosse prestata quattro lustri fa.

Si può dunque affermare che quello in oggetto è anche un affresco impegnato e lucido delle tendenze della fine del ventunesimo secolo.

Come si diceva, di esse possiamo trovare tracce profonde anche nei giorni nostri, specialmente quando riguardano un punto di vista macroscopico. L’ottica complementare, però, non viene ignorata e anzi Otomo si sofferma con una notevole eleganza sulle piccole vicende umane inserite nel contesto più ampio della storia narrata.

L’eleganza cui faccio riferimento risiede nella moderazione con la quale vengono trattate le piccole vicende personali dei personaggi (siano essi principali o di contorno) che in questo modo si sviluppano in uno spazio contenuto senza assumere dimensioni ipertrofiche.

Una simile misuratezza non è certo caratteristica usuale nel fumetto nipponico, specialmente in quello più recente, dove l’attenzione sul personaggio è sovente così focalizzata da sovrastare il resto.

Ma in “Akira” vengono risparmiate al lettore le odissee interiori oggi tanto di moda e frutto dell’attribuzione smisurata di importanza al risvolto introspettivo.

Anzi, Otomo ci fa appena intuire quanto avviene “dentro” i personaggi attraverso un gesto o uno sguardo.

Esemplare, a tal proposito, la delicatezza con cui ci viene presentata la storia d’amore platonico tra Tetsuo e Kaori, senza frasi eclatanti né assurdi logici difficilmente digeribili.

Tutto si concretizza in un abbraccio consolatorio, in un’iniezione o in un’espressione preoccupata.

Più indecifrabile è il rapporto tra lo stesso Tetsuo e Kaneda, basato sulla stima e sull’invidia sin dall’inizio ma estremamente mutevole in tutto il corso della storia.

Assieme ad una temporanea ed ingiustificata scomparsa di Kaneda (per bocca di Lady Miyako: “Non è più in questo mondo. Almeno per il momento”) l’amicizia tra i due ragazzi è una delle più grandi zone d’ombra dell’intera serie e (contemporaneamente) il principale difetto.

Dopo la sua "trasformazione", Tetsuo alterna momenti di odio autentico e di feroce disprezzo nei confronti dell'altro a frangenti in cui invoca il suo aiuto per non farsi annientare dal proprio potere; parimenti, Kaneda spara con disinvoltura mortali colpi di raggi laser verso il torace del proprio ex compagno, salvo poi tentare di salvarlo in altre occasioni.

Chiaro, la mutazione di Tetsuo ha turbato qualsiasi forma di equilibrio pre-esistente nella relazione tra i due ragazzi, ma quantomeno sarebbero stati graditi dei dietrofront meno insistenti e repentini nel loro comportamento.

Altrettanto gradito sarebbe potuto essere l'inserimento di qualche nota malinconica idonea a insaporire con un nuovo aroma la descrizione della catastrofe narrata, ma la scelta di Otomo di fare a meno di ogni incursione nell'interiorità dei suoi protagonisti è stata piuttosto radicale, ed il suo perseguimento onesto e coerente doveva pur costare un prezzo.

Ciò è acuito nel film di animazione di "Akira", in cui sono presenti notevoli differenze rispetto alla più riuscita versione cartacea.

La più significativa è che nell’anime non è Akira ad essere ibernato, bensì gli organi di quel bambino che in realtà è morto molto tempo prima dell’arrivo di Tetsuo.

È perciò Tetsuo a distruggere Neo-Tokyo, in quella che è di fatto una versione alternativa e stringata del fumetto.

Naturalmente le controindicazioni dell’inevitabile riduzione a cui è stata sottoposta la storia originale di “Akira” non son oaffatto irrilevanti. Molti personaggi, alcuni dei quali di primo piano, non compaiono nella pellicola (si pensi al tenente Yamada) o vengono relegati in una posizione marginale (segnatamente Lady Miyako risulta trasformata in una sorta di fanatica predicatrice da strada).

Il film è poi viziato da una cattiva distribuzione degli spazi, destinando sin troppi minuti alla dimensione onirica di Tetsuo e alla meraviglia del capo dell’enturage scientifico del Colonnello di fronte ai dati sull’energia crescente dell’esper a scapito del contesto politico e di eventi più significaivi come la distruzione della città.

Il sapiente utilizzo delle musiche e dei colori non è abbastanza per risollevare le sorti di un’opera noiosa, ambigua e di cui è francamente difficile cogliere il filo logico se non si è prima letto il manga.

Da questo punto di vista, il paragone proposto con molta disinvoltura tra “Akira” e “Blade Runner” appare quantomeno forzato, alla luce della logica capillare (anche quando sotterranea) del film di Ridley Scott, il quale oltretutto imprime una connotazione poetica del tutto assente nel contraltare.

D’altra parte, però, esistono in concreto alcune analogie tra le due opere, al di là dell’anno di produzione (sia il lungometraggio di “Akira” che “Blade Runner” sono datati 1982).

Analogie anzitutto tematiche: in entrambe le opere si pone l’accento sui pericoli della manipolazione genetica e sulle sperimentazioni sull’uomo. Il rischio messo in evidenza è quello della generazione di mostri, con duplice chiave di lettura: la minaccia per l’umanità e la violenza su creature con emozioni e sentimenti.

Ma ci sono anche congruenze di carattere contestuale: “Akira” e suprattutto “Blade Runner” precorrono “Neuromante” e il cyberpunk, di cui anticipano gli scenari degradati ed il sottobosco d’illegalità.

L’iniziale Tokyo notturna di Otomo ricorda moltissimo la Los Angeles di Ridley Scott per claustrofobia e marciume.

Tra i richiami al cyberpunk, invece, c’è l’utilizzo smodato di stupefacenti, diabolici prodotti della chimica in “Akira” e dell’elettronica nel filone inaugurato da William Gibson.

Simili confronti lasciano (o sembrano lasciare) il tempo che trovano, soprattutto in considerazione dell’eterno abisso tra fantascienza occidentale e nipponica. Storicamente, quest’ultima è sempre stata  distante per molti aspetti dall’altra, come paiono dimostrare gli anni dei robottoni e di “Capitan Harlock”, l’abbondanza di arti marziali a scapito dell’analisi socio-politica e così via.

La vicinanza tra uno dei capolavori della fs giapponese e uno dei capolavori della fs statunitense è un punto d’incontro autentico tra due rotte che probabilmente sin dall’inizio hanno viaggiato su binari lontani, e ci dà l’occasione per riflettere su un concetto significativo:  quella del Sol Levante non è fantascienza a parte, ma è una splendida parte della fantascienza.

Come qualsiasi altro percorso culturale, è formata in parte da porcherie da trascurare senza alcun rimpianto, ma è capace di regalare al mondo del fumetto dei gioielli come “Akira” senza i quali il nostro genere sarebbe sicuramente un po’ più povero.

 

Roberto Furlani © 2005