Ottima l'edizione di Science plus Fiction 2007

Gianni Ursini

 

 

OTTIMA L’EDIZIONE DI SCIENCE PLUS FICTION 2007: COMPLIMENTI AGLI ORGANIZZATORI, E SEMPRE AVANTI PER QUESTA STRADA!

 

 

 

 

 

AVVERTENZA: Si avvisano i lettori che quella che segue non è una cronaca completa di tutta la manifestazione, ma solo il racconto degli avvenimenti ai quali il sottoscritto è riuscito a partecipare.

Cominciamo con lunedì 12. Alle 20.30 mi presento al cinema Ariston dove alle 21.00 è in programma la proiezione della copia restaurata di METROPOLIS di Fritz Lang (1926). L'ingresso è gratuito. Fuori c’è già una bella fila. Alle 20.45 si aprono le porte e Cristina Borsatti, gentilissima, mi consegna il nuovo catalogo e mi indica uno dei posti riservati. Sono o non sono un giornalista? Dopo i saluti di rito inizia lo spettacolo. Sala piena, con parecchia gente in piedi. Isidoro Brizzi esulta. Daniele Terzoli è tanto soddisfatto che sembra il gatto che ha appena mangiato la Canarina Assassinata Si tratta della versione restaurata nel 2001 a Wiesbaden e che comunque si trova già in distribuzione al videonoleggio in un DVD doppio con didascalie in italiano (era in vendita anche presso il Festival del Cinema di Venezia del settembre scorso). Accompagnamento musicale dal vivo su pianoforte doppio. Partitura musicale originale dell’epoca scritta apposta per il film in questione. Ci sono tutte le premesse per una bella serata, ed una volta tanto le promesse vengono mantenute in pieno. Complimenti agli organizzatori. Mi sono accorto in quel momento che tutte le diverse versioni del film di Fritz Lang che avevo avuto modo di vedere precedentemente non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quella proiettata al cinema Ariston. Non mi meraviglio affatto che le Giornate del Cinema Muto che si svolgono ogni anno a Pordenone abbiano tanto successo! Sono rimasto impressionato soprattutto dai particolari: si potevano distinguere addirittura le singole gocce di sudore sulle facce dei protagonisti. Inoltre in tutte le altre copie che mi era capitato di visionare le sequenze horror (la fuga nelle catacombe piene di scheletri, il delirio di Freder con la visione della Danza della Morte nella Cattedrale eccetera) erano state tutte tagliate o ridotte ai minimi termini. Invece lunedì sera me le sono gustate in pieno, e mi sono accorto che in Metropolis c’è anche un bel po’ di Lovecraft. Ben, bon, andiamo avanti, altrimenti non la finiamo più.

 

 

 

Sala gremita alla proiezione di “Metropolis”

 

 

Martedì pomeriggio incomincia il tour de force a Cinecity. Questa volta per entrare si paga (ma il sottoscritto entra gratis)), e le file sono molto ridotte. Per fortuna il programma è ridotto: inizio alle ore 17.30 con Vexille di Fuhimiko Sori. Si tratta di un film giapponese del 2007 realizzato come un videogioco ad animazione computerizzata. La trama è molto semplice: scienziato pazzo tenta di trasformare l’intera umanità in androidi iniettando loro delle nano–macchine. In Giappone ci riesce, distruggendo l’intero Paese ed annientando il 99% della popolazione. Vorrebbe fare il bis anche negli USA, ma a questo punto arrivano i nostri. Animazione impressionante, ma per il resto, niente di speciale. Troppe idee scopiazzate dal altre opere di successo. Puah! Molto meglio il francese Chrysalis di Julien Leclerq. Per essere un’opera prima, non è niente male. La trama verte sulla cancellazione e la ricostruzione della memoria umana tramite shock indotti attraverso una macchina diabolica. Biologicamente la cosa sarebbe possibile. Tutti sanno delle amnesie retrograde a cui sono soggette alcune vittime di esplosioni oppure di incidenti stradali. Certo che la tecnologia necessaria per costruire un apparecchio del genere non è ancora alla portata della scienza umana, ma non poniamo limiti alla paziente opera del demonio che desidera solo portare morte e distruzione fra gli uomini. Le ottime scene di combattimento, gli angoli di ripresa originali ed inquietanti, e soprattutto il sapiente uso del colore e del bianco e nero, fanno di Chrysalis un’opera interessante che io ho assaporato come una buona merenda in una delle mie trattorie preferite. Alle ore 22.15 infine era in programma la versione FINAL CUT (la copia che il regista avrebbe voluto realizzare, ma che non è mai passata alla distribuzione) del famoso film BLADE RUNNER di Ridley Scott (1982). anche questo film dura 2 ore e mezza. Poteva essere interessante, ed in effetti mi hanno riferito poi che la sala era piena zeppa, cosa che ad onor del vero non ho visto succedere spesso, almeno quest'anno, ma io detesto tutte le occasioni mondane, e perciò me ne sono andato a casa a leggere un buon libro.

 

 

 

Valerio Evangelisti mentre introduce “Blade runner – The final cut”

 

 

La giornata di mercoledì 14 è iniziata alle ore 11.30 all'Hotel Continental in via S.Nicolò. L'incontro con lo scrittore Valerio Evangelisti è stato allegro come una conferenza stampa della premiata impresa di pompe funebri Zimolo. Penso che il romanziere emiliano si stia progressivamente indentificando con il personaggio che ha fatto la sua fortuna letteraria, l'inquisitore Nicholas Eymerich. Comunque era tutto molto interessante, soprattutto quando Evangelisti ha confessato tranquillamente di avere una seconda personalità schizoide. Roba da manuali di psichiatria. Peccato che non fossero presenti i nostri “dottori dei matti” Francesco Rotelli e Beppe dell'Acqua. Probabilmente avrebbero potuto dargli qualche buon consiglio. O forse no. Valerio Evangelisti è nato sotto il segno dei Gemelli, e quelli come lui soffrono spesso di disturbi della personalità. Deve essere un fatto congenito. A questo punto non so che dire: forse il cervello mi sta andando in pappa, sono sempre stato un pragmatico razionalista ma ora comincio a credere un pochino anche alla fondatezza delle previsioni astrologiche. Mamma mia, che impressione! Nel pomeriggio a Cinecity ho evitato accuratamente tutte le presentazioni e gli incontri specialistici, e mi sono fiondato nelle sale cinematografiche a vedere le cose che mi interessavano di più. Deludente il film americano The 4th Dimension, degno di un festival di cinema underground, ma fuori posto a Trieste. Tom Mattera e Dave Mazzoni hanno realizzato un film amatoriale in bianco e nero con pellicola a 16mm che sugli schermi enormi di Cinecity veniva gonfiata fino alla inevitabile sfocatora. Il sonoro distorto ed irritante non aiutava gli spettatori a comprendere una vicenda complicatissima piena di paradossi temporali girata in maniera povera con ambienti degradati ed attori approssimativi. Me ne sono andato dopo mezz'ora. Poi qualcuno che aveva resistito fino in fondo mi ha raccontato che alla fine veniva spiegato tutto, o quasi, ma per me la cosa non aveva più alcun interesse. Ho trascurato il documentario americano sulle imprese lunari della NASA presentato dal giornalista Fabio Pagan. Molto più interessante il documentario svizzero di Louis Mouchet La Constellation Jodorowsky (1994). Il regista-taumaturgo di origine cilena in una lunga intervista raccontava la sua vita, i suoi film ed il suo complesso rapporto con il disegnatore francese Jean Giraud, in arte Moebius.

 

 

 

Moebius

 

 

 

Ma poichè si trattava di una copia del 1994, forse in cabina di proiezione non sapevano che pesci pigliare, perchè la proiezione si è rivelata pessima, leggermente sfocata e con tutte le facce notevolmente ovalizzate. Per evitare simili deformazioni anamorfiche dovrebbe essere sufficiente fare prima delle prove di proiezione, altrimenti si dimostra di possedere una scarsa professionalità. La serata è proseguita all' insegna della retrospettiva, poichè che tutti gli altri film in programma li avevo già visti. Quindi, evviva la fantascienza sovietica ante litteram. Per la sezione Marx Attack! mi sono sorbito Aerograd, un film del 1935 ambientato in Siberia di chiara propaganda staliniana dove la fantascienza c'entrava come i cavoli a merenda. Unico motivo di interesse, la regia del grande Alexandr Dovzhenko e la fotografia di Eduard Tissè, gia operatore alla macchina del famoso regista sovietico Serghej Eisenstejn. Solo per studiosi della Storia del Cinema. Altro discorso il film del 1936 Kosmicheskly Reis di Vasili Zhuravlev. Il viaggio sulla Luna descritto dal regista ucraino, benchè muto con colonna sonora classica, è fresco, spigliato, e percorso da una felice vena anarchica. Sembra uno di quei film sperimentali girati negli anni ‘20 all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre. Unica concessione al regime, il nome dei razzi: STALIN e VOROSHILOV. Altro titolo di merito, il contributo determinante portato alla realizzazione dell'opera da parte del pioniere della cosmonautica sovietiva Konstantin Tsiolkovsky (1857 - 1935). Non era la prima volta che la scienza si concede al cinema fantastico. Già nel 1928 gli scienziati tedeschi Hermann Oberth, Wehrner Von Braun e Willi Ley avevano affiancato il regista Fritz Lang per la realizazione del film muto Una donna nella Luna. Dal punto di vista scientifico il film russo è molto più accurato di quello tedesco, soprattutto nella seconda parte. Il film è dedicato alla memoria di Tsiolkovski che morì prima di vederlo completato. Fin dal 1903 lo scienziato russo aveva teorizzato la possibilità di viaggiare nello spazio, ma non aveva mai avuto l'occasione di costruire dei reali prototipi di veicoli cosmici.Gli oltre 30 modellini realizzati per il film possono essere così considerati il suo canto del cigno ed il testamento spirituale L'astronave progettata da Tsiolkovski partiva da una lunghissima rampa di lancio inclinata di 45°, come quella che si vede nel successivo film americano Quando i mondi si scontrano (1951) diretto da Rudolph Matè. Per molti anni fra gli scienziati vi fu polemica fra i sostenitori del decollo verticale e quelli che preferivano una rampa di lancio inclinata. Adesso sembra tutto molto logico ed ovvio, ma una volta non era così. Il razzo progettato da Tsiolkovsky decollava grazie ad una serie di esplosioni provocate da combustibile solido, e perciò al momento della partenza gli astronauti dovevano immergersi in un liquido speciale per non essere maciullati dall'accelerazione di gravità. Ma la parte più geniale arriva quando nella stratosfera la sezione principale del razzo si stacca ed il volo prosegue grazie ad una navetta alata in tutto e per tutto uguale all'attuale shuttle, almeno nelle forme esterne. Vedere il lavoro di questo pioniere dell'astronautica che nella cupa epoca staliniana aveva il coraggio di guardare tanto lontano, mi ha provocato dei lunghi brividi di commozione. Altri brividi, ma questa volta di raccapriccio, sono stati provocati dallla visione del film It Happened Here di Kevin Brownlow (GB 1960).

 

 

 

 

Locandina di “It happened here”

 

 

 

Si tratta di una ricostruzione assolutamente realistica di quello che sarebbe potuto succedere se la Germania fosse riuscita ad invadere l'Inghilterra nel 1940. Ambientato nel 1946, il film di Brownlow descrive mediante l'uso quasi documentaristico del bianco e nero, un mondo dove la Germania è assediata dagli eserciti alleati, mentre in Inghilterra è in atto un impressionate processo di nazificazione. Seguendo le vicende di una infermiera vedova di guerra che per sopravvivere accetta di diventare collaborazionista dei tedeschi, la pellicola descrive in maniera impressionante il mutamento della mentalità di alcune persone comuni che iniziano ad accettare l'aberrante ideologia nazista come il male minore. “Il fascismo è come una malattia contagiosa: bisogna eliminarlo utilizzando gli stessi metodi dei nemici”, afferma uno dei protagonisti del film che si oppone alla dominazione germanica. Ed infatti la storia si conclude con i partigiani inglesi che a colpi di mitra fanno strage di qualche decina di prigionieri tedeschi inermi. Al giorno d'oggi li chiamerebbero “danni collaterali”. Prima della proiezione lo storico del cinema Kevin Brownlow si è soffermato sulle difficoltà della sua realizzazione che ha richiesto lunghi anni e tanta pazienza. Ma il risultato è assolutamente straordinario, e poichè mostra tutto l'orrore della guerra, dovrebbe essere maggiormente conosciuto, anche a livello di massa. La mattinata di giovedì 15 novembre è stata dedicata ad un incontro con il regista Ruggero Deodato, autore del mai dimenticato Cannibal Holocaust (1980), uno dei tanti esempi di cinema-spazzatura poi trasformatosi in cult-movie. Il Morandini nel suo “Dizionario dei film” gli dedica appena tre righe e ne parla malissimo, accennando vagamente ad un “cinico sensazionalismo”. In effetti, il film di Deodato si rifà alla moda dei vari documentari pieni di immagini violente e ripugnanti inaugurata nel 1962 con Mondo Cane di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Questi film erano profondamente immorali perché falsificavano la realtà facendo leva sulla morbosità e sugli istinti più bassi del pubblico. Purtroppo codesto modo spregiudicato di fare il cinema per un certo periodo fece scuola, e trovò legioni di imitatori. Uno dei più tardivi fu appunto Ruggero Deodato il quale con il suo Cannibal Holocaust volle immaginare il ritrovamento di alcune bobine di un film girato da una troupe dispersa nella giungla amazzonica. Gli spezzoni di pellicola mostravano raccapriccianti scene di cannibalismo, ed ogni genere di efferatezza, con un compiacimento morboso talmente eccessivo che io all’epoca me ne andai via dalla sala disgustato prima della fine del film. Devo dire che questo spregiudicato artigiano del cinema dal punto di vista personale si è rivelato una persona simpaticissima che ha fatto sbellicare dalla risate tutti presenti raccontando una serie di buffi aneddoti sulla realizzazione del film che farebbero la gioia di ogni cronista pettegolo. E passiamo al pomeriggio. Purtroppo non ce l’ho fatta a recarmi a Cinecity con il pranzo ancora sul gozzo, e perciò mi sono perso le proiezioni delle ore 15.30. Poco male: era tutta rassegna retrospettiva russa e francese che io avevo già visto in numerose occasioni. Una particolare menzione merita tuttavia il film di Guennadi Kazanksky Chelovek Amphibia (L’uomo anfibio) (1961), presentato nel 1963 al 1° Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste, dove vinse il 2° Premio (Astronave d’argento) ex aequo con il film americano L’uomo dagli occhi a raggi X di Roger Corman. Il film, ambientato nei mari tropicali dell’America del Sud immaginava delle mutazioni genetiche che permettevano ad un ragazzo di nome Ittiandro di respirare sott’acqua. Da notare che il film era tratto da un famoso romanzo per ragazzi scritto dal noto romanziere fantascientifico Aleksandr Beljàev addirittura nel 1946! Un bell’esempio di narrativa profetica d’anticipazione. Il film finlandese Jadesoturi delle ore 17.30 non sarebbe stato motivo di grande interesse nel mare magnum delle opere orientali medievaleggianti zeppe di duelli e di arti marziali, ma si dà il caso che prendesse lo spunto dal famoso poema epico Kalevala, originario della Finlandia, argomento mai affrontato dal cinema prima d’ora.

 

 

“Jadesoturi”

 

 

E’chiaro che per fare un film spettacolare al giorno d’oggi è necessario avere a disposizione tanti soldi, e perciò la povera Finlandia per realizzare un film sul suo poema nazionale ha dovuto chiedere aiuto ai Paesi Bassi, all’Estonia ed anche alla Cina, la quale ha preteso venisse citata pure la mitologia cinese. Ne è uscito un mediocre polpettone che rispetta assai poco il poema originale, ed è un vero peccato perché il Kalevala è una delle poche mitologie basate sulla costruzione di una specie di macchina magica. Vi si narra infatti del fabbro Ilmarinen il quale aveva creato il Sampo, una sorta di cornucopia meccanica, fonte di ricchezza, abbondanza e prosperità. Purtroppo un giorno il Sampo venne rubato, e da quel momento la pace e la felicità fuggirono per sempre dalla dolce terra di Finlandia. Per chi ne volesse sapere di più, consiglio la lettura della storia di Don Rosa Paperino e la ricerca di Kalevala pubblicata nella collana Zio Paperone n° 136 del gennaio 2001. Altrimenti ci si può rivolgere a qualsiasi enciclopedia dei miti e delle leggende, ma vi assicuro che la cosa sarebbe incomparabilmente meno divertente. Dopo aver guardato una parte dei cortometraggi europei, che non mi sono sembrati niente di speciale, ho concluso la serata con l’ottimo film russo Gadkie Lebedi di Konstantin Lopushansky, già vincitore del primo premio al Nightmare Film Festival di Ravenna. Anche in questo caso si tratta di una co-produzione, dove la maggioranza dei quattrini sono stati messi dai francesi. Ma ne valeva la pena. Il regista è una vecchia conoscenza degli appassionati di fantascienza.

 

 

 

Continuum non poteva mancare a  Science plus Fiction. Ecco Roberto Furlani, Fabio Calabrese…

 

 

 

… e Gianni Ursini

 

 

E’ stato allievo del grande Andrei Tarkovsky, e si vede. Ricordo ancora con piacere il suo pregevole Quell’ultimo giorno - Lettere di un uomo morto, (1986), angosciosa epopea di uno scrittore in una città semidistrutta durante l’inverno nucleare, l’unico suo film ad essere finora stato distribuito in occidente. Nulla si sa invece del successivo Posetitel Muzeja (1989), disperata ricerca di uno scienziato dentro i musei delle metropoli allagate in seguito allo scioglimento dei ghiacci polari, opera eccezionale di una attualità visionaria purtroppo introvabile sul mercato occidentale. Gadkie Lebedi è il terzo film di science fiction del regista Lopushansky, e prende lo spunto dalla favola del “Brutto Anatroccolo”. In seguito a mutazioni incontrollabili dovute ai cambiamenti climatici ed all’inquinamento, un gruppo di bambini sviluppa eccezionali qualità sovrumane, che spaventano talmente gli adulti al punto di rinchiuderli in una specie di ghetto dentro una città fantasma strettamente controllata dai militari. Pur avendo un’intelligenza impressionante e delle capacità straordinarie, i bambini non si ribellano alle angherie degli adulti, che sono terrorizzati al pensiero di cosa succederà quando essi diventeranno degli adolescenti, e non reagiscono nemmeno quando si rendono conto di essere stati condannati a morte. Tratto da un racconto dei fratelli Strugatskij, questa opera angosciosa ricorda molto il vecchio film inglese La Stirpe dei Dannati di Anton Leader (1964) ritenuto erroneamente il seguito del famoso Villaggio dei Dannati di Wolf Rilla (1960). Tuttavia il buonissimo livello di recitazione degli attori grandi e piccoli unito alle atmosfere claustrofobiche con la luce rossa monocromatica e la presenza ossessiva dell’acqua in quasi ogni sequenza, mi autorizzano a definire questa pellicola straordinaria come un prodotto culturale di altissima qualità che fa onore a tutta la cinematografia russa.

Venerdì 16 novembre la giornata inizia alle ore 11.30 all’Hotel Continental: è in programma un incontro con il regista americano Joe Dante. Il sessantenne director del New Jersey si concede volentieri al pubblico e parla degli inizi quando faceva il montatore di trailer e del suo rapporto con la factory di Roger Corman, grazie alla quale nel 1978 potè realizzare il suo primo lungometraggio di successo, quel Piranha che gli aprì le porte di Hollywood. Ricorda gli effetti speciali meccanici complicati del successivo L’Ululato (1981) realizzati grazie allo specialista Rob Bottin. Afferma che l’ottimo Gremlins 2 (1990) fu un clamoroso insuccesso di pubblico perché assassinato dalla distribuzione che volle lanciarlo in un periodo inopportuno. Dichiara di coniugare da sempre l’amore per la fantascienza con l’impegno politico, ma, aggiungo io, queste cose non sono molto ben viste ad Hollywood, soprattutto se i tuoi film non hanno un grosso successo commerciale. Fatto sta che negli ultimi anni è stato costretto ad accettare l’offerta di una giovane casa di produzione televisiva che gli ha permesso di realizzare quel piccolo capolavoro della contestazione intitolato La seconda Guerra Civile americana (1997). Il tema ferocemente antimilitarista contenuto nell’episodio Homecoming realizzato nel 2005 per la serie televisiva Masters of Horror gli ha ulteriormente alienato le simpatie dei grossi produttori, e può ritenersi fortunato se gli hanno recentemente proposto di dirigere un episodio (Halloween) della serie poliziesca CSI New York. Un altro esempio di promettente carriera cinematografica stroncata dalla sfortuna e dal rifiuto di volersi assoggettare al volere degli onnipotenti produttori di Hollywood. Complimenti ai responsabili del circolo La Cappella Underground per avere voluto invitarlo a Trieste, e soprattutto per avere avuto l’idea assieme all’ottimo Giuseppe Lippi (direttore della rivista “Urania”) di consegnargli un riconoscimento per la sua pluriennale attività nel campo della science fiction.

 

 

 

A destra, Giuseppe Lippi siede accanto ad Alfredo Castelli

 

 

 

Nel pomeriggio invece di andare subito a Cinecity mi viene la balzana idea di recarmi alla Scuola di Lingue Estere di via Filzi dove è in programma una conferenza di presentazione del volume di Tim Lucas Mario Bava: All The Colors Of The Dark. Presenza virtuale dell’autore tramite collegamento video satellitare in diretta dalla sua casa di Los Angeles, cosa che per le giovani generazioni sarà assolutamente normale, ma che a me crea sempre un certo sentimento di meraviglia e di apprensione. Numeroso il comitato dei festeggiamenti : Joe Dante, Lamberto Bava, Alan Jones, Lorenzo Codelli e Kim Newman. L’orgoglio per il fatto che negli USA si sia realizzato un simile volumone con la storia di un maestro italiano del genere horror come Mario Bava, che nella vita era stato costantemente ignorato dai grossi critici, viene immediatamente smorzato dal prezzo proibitivo dell’opera: 250 dollari, che corrispondono a circa 200 €uro, e credo che ben pochi saranno disposti a sborsarli. Comunque la manifestazione va liscia come l’olio fino alle ore 17.30 quando subentrano gli autori di fumetti Jean Pierre Dionnet e Jean Giraud, in arte Moebius, che arriva con un ritardo di mezz’ora per avere subito una vera e propria odissea aeroportuale, con bagagli dispersi, voli cancellati, scalo forzato a Lubiana e contrattempi vari. Si mette a ridere e dice che gli sembra di essere stato rapito dagli alieni, e che da codesta angosciosa esperienza ricaverà sicuramente una storia a fumetti. La conferenza prosegue in maniera molto vivace: Jean Pierre Dionnet, fondatore della mitica rivista Metal Hurlànt e del gruppo degli Humanoides Associès sembra lui stesso un personaggio dei fumetti. Uno gnomo vulcanico con la testa piena di capelli e di idee. Parla come una macchinetta e non si ferma mai. Racconta praticamente tutta la storia della sua vita, dalle origini ai giorni nostri. E’ velocissimo, e la traduttrice fa una fatica dannata a seguirlo. Per fortuna ad un certo punto interviene pacatamente Moebius, e tutti tirano un sospiro di sollievo. Il grande maestro dell’arte fantastica non si fa certo pregare: narra volentieri alcuni interessanti episodi della propria vita, accompagnati da simpatici aneddoti che illuminano le motivazioni delle sue diverse scelte grafiche e le origini della sue numerose mutazioni narrative. E di cose da raccontare ne ha certamente tante, vista la sua invidiabile freschezza nonostante stia per compiere i settant’anni di età. Moebius è un personaggio caleidoscopico difficilmente classificabile. Riesce a sdoppiare e triplicare la propria personalità in maniera straordinaria. Può disegnare un fumetto western come Blueberry con uno stile compatto che è puro Far West, per poi passare senza soluzione di continuità alle tavole rarefatte delle sue storie fantascientifiche che affascinano il pubblico per la loro bellezza che è nel contempo semplice ed estremamente complessa, ricca di modelli matematici occulti… A questo punto guardo l’orologio, e mi accorgo che sono già le ore 19.00 e che è ora di scappare a Cinecity, altrimenti mi perdo la cerimonia di consegna del premio alla carriera a Joe Dante. Siccome non possiedo ancora il dono dell’ubiquità, mi rendo conto di essermi perso un mucchio di cose che nel frattempo sono state proiettate a Cinecity, tra cui un documentario tedesco del 2007 sul disegnatore Moebius e un film francese del 2006 sull’opera grafica di Enki Bilal. I film della retrospettiva dedicata a Joe Dante come Gremlins 2 (1990) e Small Soldiers (1998) invece li ho già visti precedentemente, come pure i film della retrospettiva sovietica, già passati quasi tutti al vecchio Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste. La cerimonia di consegna del premio alla carriera al regista Joe Dante è molto simpatica: Giuseppe Lippi e l’avvenente presentatrice-traduttrice sfoggiano delle cuffiette con le antennine luminose simili a quelle dei Gremlins che si accendono e si spengono con effetto psichedelico, mentre a Joe Dante assieme al Premio “Urania” viene regalato un copricapo enorme a forma di “gremlin” con tanto di ali da pipistrello e occhi incandescenti che lui si rifiuta di mettere perché gli cade continuamente dal capo. La cosa mi piace assai perché è tutto molto spontaneo: è chiaro che prima non c’è stata nessuna “prova generale” come succede sempre alla televisione. Segue la proiezione del film televisivo HOMECOMING (“Ritorno a casa”) diretto da Joe Dante nel 2005 per la serie TV Masters of Horror. Come ho detto prima, si tratta di un coraggioso pamphlet antimilitarista dove i morti ritornano in vita in occasione delle prossime elezioni presidenziali americane solo per votare contro i candidati che intendono proseguire la guerra insensata in Iraq. Me lo sono rivisto volentieri nella sala quasi piena, e mi sono goduto i 5 minuti di applausi scroscianti che hanno salutato la sua conclusione. Intanto erano arrivate le ore 22.00, ed era tempo di prepararsi al film neozelandese Black Sheep di Jonathan King(2006) che in italiano si potrebbe tradurre come Il terrificante attacco delle pecore assassine. Già la presentazione fa capire che non si tratta di una cosa seria: infatti si presenta in platea una ragazza mascherata da pecora con tanto di mantello e coda a ciuffo che inizia a lanciare in mezzo al pubblico decine di piccole pecore di peluche con i denti aguzzi come quelli dei vampiri.

 

 

 

Un truculento fotogramma di “Black Sheep”

 

 

Intanto il rappresentante dell’organizzazione continua a strombazzare esagerazioni al microfono, affermando che quella che stiamo per vedere è una delle pellicole più spaventose mai presentate ad un Festival. Si vede che sta scherzando, e comunque la cosa non mi impressiona affatto. Nel corso della mia lunga carriera di appassionato di cinema di fantascienza, mi sono sorbito di tutto: dagli insetti giganteschi degli anni ’50 a Gli Uccelli di Alfred Hitchcock (1963), dalle lumache giganti ai vermi carnivori venuti dalla savana. Nel 1972 ci fu perfino chi volle fare un film sui conigli assassini: si intitolava La notte della lunga paura, regia dello sconosciuto William F.Clayton e tra gli interpreti annoverava una invecchiata e sprecata Janet Leight, quella di Psycho (1960) che poi si era ridotta ad interpretare ruoli secondari nei filmetti di serie B. Ma torniamo a Black Sheep : le pecore carnivore erano proprio quelle che mancavano al mio carnet di animali cinematografici feroci. Non potevo perdermi quella pellicola assolutamente, e devo dire che ne è valsa la pena. La Nuova Zelanda sia per la latitudine geografica e che per il suo sistema orografico è un paese che ricorda molto l’Italia, ma conta solo un milione e mezzo di abitanti, meno della piccola Slovenia. In compenso ci sono ben 5 milioni di pecore, e se tutte quante diventassero matte e pericolose, sarebbe molto dura per i residenti locali. Ma andiamo avanti: in mezzo a panorami mozzafiato il film inizia con un tono tra il serio e il faceto, ma la vicenda man mano che prosegue lungo i suoi prevedibili sviluppi, diventa sempre più ridanciana, fino a sfociare nella più totale sguaiatezza. L’accenno di critica contro gli esperimenti di mutazioni genetiche viene annegato in un mare di sangue e di frattaglie sparse ovunque a piene mani, mentre mi ha dato sinceramente fastidio l’eccessiva ridicolizzazione del personaggio della ragazza contestatrice che risulta essere nell’ordine: vegetariana, ambientalista, attivista non–violenta, ed esperta della cultura ZEN. Un po’ troppo, per una sola persona! Comunque il film era divertente, sembrava un’antologia di tutti i peggiori film horror che ho visto nel corso della mia vita, con tremende scene di splatter, stripper e slasher buttate a piene mani. Per fortuna era molto breve (87’), ed il pubblico deve averne apprezzato l’ironia perchè alla fine la pellicola neozelandese si è beccata una vagonata di applausi. Meglio così. La giornata di sabato è iniziata alle ore 11.30 all’Hotel Continental in via S.Nicolò, dove ha avuto luogo un incontro con il disegnatore Moebius e Jean Pierre Dionnet. La discussione che è seguita era in pratica una replica della conferenza di venerdì pomeriggio in via Filzi. Unica novità il fatto che approfittando dell’avvenimento il sottoscritto che si è fatto firmare un paio di albi a fumetti che conservava da trent’anni per l’occasione. Il pomeriggio a Cinecity è stato dominato dalle produzioni provenienti dalla penisola iberica. Ottimo e veramente impressionante il lungometraggio La Hora Fria di Elio Quiroga, una storia claustrofobica ambientata nei sotterranei di un complesso militare dopo una guerra catastrofica a base di gas letali ed armi batteriologiche.

 

 

 

La locandina de “La Hora Fria

 

 

I fuggitivi, tra i quali ci sono pure alcuni bambini, sono perseguitati da creature mostruose composte da gas verdastri che portano con sè il gelo assoluto Ma non tutto è come sembra, e il finale della pellicola ha riservato agli spettatori numerose sorprese. Realizzato dignitosamente, con una sufficiente quantità di denaro, il film mi è sembrato abbastanza godibile, anche se il soggetto non era troppo originale. Infatti la conclusione ricordava un pò troppo il film americano Dark City di Alex Proyas (1998). Molto meno danarosi dovevano essere i produttori del successivo film spagnolo intitolato Los Cronocrimenes, una breve pellicola realizzata in maniera artigianale dove lo stesso regista Nacho Vigalondo per risparmiare sulla spesa si è ritagliato una parte importante nel film. Tuttavia la storia, incentrata su una serie di paradossi temporali, era bella, interessante e recitata molto bene. Il regista ha compiuto un lavoro veramente encomiabile sviluppando una complicatissima vicenda senza trucchi o effetti speciali, ed avvalendosi esclusivamente dell’aiuto di quattro attori, due uomini e due donne, per altro talmente bravi da impressionare favorevolmente la giuria la quale ha deciso di assegnare al film il primo premio. Io avrei premiato piuttosto l’argentino La Antena di Esteban Sapir che ho visto in seconda visione qualche ora dopo. Si tratta di una bellissima e poetica storia girata in bianco e nero, con lo stesso stile dei film muti, che narra di un città dominata dalla televisione dove le voci delle persone sono tutte scomparse, comprate dall’onnipotente padre - padrone dell’unica rete televisiva nazionale. Alla fine il cattivo viene sconfitto e come nelle più belle fiabe, tutti vissero felici e contenti. Purtroppo la vita non è un film, e nella realtà gli “happy end” non si realizzano quasi mai. L’attuale polemica sui rapporti fra RAI TV e Mediaset insegna. Purtroppo le decisioni della giuria sono insindacabili, e probabilmente a causa della sua carica politica il film La Antena è stato irrimediabilmente scartato. Intanto sono proseguite le rassegne retrospettive sovietica e francese con pellicole che io non avevo visto mai, prodotte dopo l’affossamento del Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste (1982), e mai distribuite in Italia. Ho apprezzato molto Les Maitres du Temps (1982) di Renè Laloux, una coloratissima odissea spaziale impreziosita dai disegni del grande Moebius. I film della rassegna retrospettiva dedicata al regista Joe Dante invece li avevo già visti tutti. La giornata di domenica, ultima del Festival, è iniziata con una tavola rotonda sullo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft del quale nel 2007 ricorre il 70° anniversario della morte. Il giorno prima a notte fonda era stato proiettato il mediometraggio americano The Call of Ctulhu di Andrew Leman (2005). Si trattava di un’opera amatoriale realizzata poveramente con i mostri di plastilina animati con la stop motion, ma non priva di un certo fascino. Presenti alle ore 11.30 di domenica gli esperti Giuseppe Lippi e Kim Newman, autori di due ponderosi saggi sull’argomento pubblicati nel catalogo del Festival, e lo scrittore Alfredo Castelli creatore tra l’altro del fortunato personaggio fumettistico di Martin Mystère. Oggi Lovecraft (1890 – 1937) in tutto il mondo è conosciuto soprattutto come scrittore dell’orrore come pure negli USA dove fin dagli anni ’20 i suoi racconti venivano pubblicati sulla mitica rivista Weird Tales, ma non bisogna dimenticare che la sue prime opere ad essere tradotte in Italia furono le storie di science fiction contenute nell’antologia intitolata Colui che sussurrava nel buio pubblicata nel 1963 nella classica collana I romanzi di Urania della casa editrice Mondadori. Questo argomento assieme ad altre importanti questioni sono state affrontate nel corso della tavola rotonda, che sarebbe troppo lungo raccontare dettagliatamente. Il primo pomeriggio a Cinecity è stato senza storia, a parte la proiezione del film sud-coreano Gwoemul (The Host – l’ospite sgradito) di Joon-ho Bong, già visto in aprile a Udine nel corso del Far East Film Festival. Si tratta del classico film di mostri che già ad Udine mi aveva lasciato piuttosto perplesso. Mi è sembrato perlomeno strano che per terrorizzare tutta Seoul sia sufficiente una creatura mutante, un pesce-mostro anfibio e carnivoro lungo appena cinque o sei metri. Certo che si tratta di un creatura orribile, un bestione color bitume che si muove con una velocità impressionante. Molto bella la parte iniziale, quando una tranquilla giornata di sole con decine di cittadini che prendono il sole sul lungofiume si trasforma in un incubo con un essere nerastro dalla bocca smisurata che salta come una cavalletta facendo strage degli ignari bagnanti.. Godibile anche la critica alle istituzioni pubbliche, perché il mostro assassino si rivela imprendibile soprattutto perché durante la caccia scoppiano continuamente dei conflitti burocratici fra polizia, esercito e varie autorità cittadine A questo aggiungiamo il fatto che la zona dove si muove la creatura è fortemente antropizzata, e piena di strutture artificiali costruite dell’uomo, dove l’essere diabolico può nascondersi agevolmente. La parte finale, piena di tensione e con un significativo messaggio ecologico, è molto impressionante, e questo forse giustifica l’enorme successo al box-office che ha infranto tutti i record, con enormi ripercussioni a in tutto il sud-est asiatico, tutte cose che a me sembrano sinceramente esagerate. Comunque rispetto a certe stupidaggini che ci giungono continuamente dagli USA il film di Bong Joon-ho può tranquillamente essere considerato un vero capolavoro. Il pomeriggio è proseguito alla grande nella parte retrospettiva, con la proiezione di un bellissimo film di animazione francese del 1987 diretto da Renè Laloux ed intitolato Gandahar, il quale per inciso non è mai stato distribuito in Italia. Come avevo già accennato prima il premio Asteroide è stato assegnato al film spagnolo Les Cronocrimenes con il regista Nacho Vigalondo, personaggio piuttosto estroverso anzichenò, che ha accolto la notizia con urla di gioia e salti da canguro. E’ stato premiato anche il cortometraggio inglese Reptile Day di Tom Hickmore, una sorta di divertissement leggermente scollacciato che mescolava allegramente attori e cartoni animati sporcaccioni. Nella serata mi è spiaciuto molto non poter assistere fino in fondo alla proiezione del film Gorod Zero (Città Zero) di Karen Shakhnazarov, prodotto nel 1988 in piena Perestroika, dove si prendevano ferocemente in giro molti aspetti della burocrazia sovietica. La vicenda narrata nel film aveva un sapore vagamente kafkiano. Ci sono delle città che sono come delle piante carnivore: è molto facile arrivarci, ma quasi impossibile ripartire. E’ quanto accade all’ingegnere moscovita Varakin, arrivato in una cittadina periferica per una banale ispezione ad una fabbrica di condizionatori d’aria, e poi sopraffatto da una serie di avvenimenti assurdi che di fatto gli impediscono in maniera totale di ritornare a casa. Più surreale che fantascientifico, Gorod Zero è comunque una della cose migliori che ho visto nella rassegna retrospettiva sovietica, e mi è dispiaciuto tantissimo di doverlo mollare a metà. Il fatto è che non potevo permettermi di perdere la versione integrale di Grindhouse (durata totale 191 minuti) come era stata progettata originariamente dai registi Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, cioè una vera maratona cinematografica della durata di tre ore ed 11 minuti.

 

 

Il poster di “Grindhouse”

 

 

Due film violentissimi e 5 falsi trailer uno più mostruoso dell’altro, che hanno fatto gridare di gioia i numerosi spettatori per lo più giovanissimi che affollavano la sala. Una degna conclusione per un festival come quello triestino, che ha dimostrato di avere la stoffa giusta per diventare una della più importanti manifestazioni europee in campo fantascientifico.